Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2017
Conti italiani su un sentiero stretto, anzi strettissimo
Camminiamo «su un crinale». Quel che si intravvede all’orizzonte è «un sentiero stretto». Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha evocato a più riprese nei giorni scorsi questi concetti, per sintetizzare il percorso, a dir poco accidentato, che attende il nostro Paese da qui a ottobre, quando la manovra del 2018 verrà presentata in Parlamento e a Bruxelles.
Avvertimento eccessivo, come si sostiene dalle parti del Pd a trazione renziana, contrario a qualsivoglia aumento delle tasse, compreso l’ipotizzato scambio tra aumento parziale dell’Iva e un più robusto taglio al cuneo fiscale? Per la verità, a scorrere sia le pagine e le tabelle del Documento di economia e finanza appena trasmesso in Parlamento e inviato alla Commissione Ue, sia i testi delle audizioni parlamentari svoltesi la settimana scorsa presso le competenti commissioni di Camera e Senato, si ha la conferma che quel crinale è davvero stretto, anzi strettissimo.
La manovra correttiva approvata dal Governo riduce il deficit strutturale per l’anno in corso di 3,4 miliardi, e ha un effetto a regime a partire dal 2018 anno di 5 miliardi. Tutto bene, se non che – stando almeno a quanto c’è scritto nel Def e a quanto ha confermato in Parlamento lo stesso Padoan – il Governo (per evidenti ragioni di opportunità politica) conferma almeno per ora l’intenzione di disattivare interamente le clausole di salvaguardia per 19,6 miliardi pronte a scattare dal prossimo anno sotto forma di aumenti dell’Iva (dal 10 al 13% e dal 22 al 25% per incassare 19,1 miliardi) e delle accise (350 milioni di maggior gettito). Quei 5 miliardi di effetto strutturale della manovrina andrebbero dunque a ridurre a poco meno di 15 miliardi le risorse compensative che sostituiranno il prospettato aumento dell’Iva. A bocce ferme, la manovra del 2018 parte dunque già appesantita da questa pesante eredità.
Ad aggravare il quadro vi è un’altra bomba a orologeria pronta a esplodere.
Continua pagina 13 Dino Pesole Continua da pagina 1 Ha a che fare con una quota della flessibilità (pari nel totale a 19 miliardi) concessa da Bruxelles all’Italia nel 2015-2016, cui si aggiunge lo 0,32% del Pil nel 2017 per l’emergenza migranti e il terremoto. Sub iudice è ora lo 0,25% del Pil, in sostanza 3,5 miliardi, che la Commissione europea ha inserito ex ante nella clausola per investimenti. Partita sulla quale ha sospeso il giudizio, in attesa di acquisire – come segnala l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – i dati relativi al livello complessivo degli investimenti rispetto all’anno precedente. Il rischio è che a maggio, quando verrà formulato il parere sui conti italiani con relative raccomandazioni da sottoporre al Consiglio Ecofin, questa quota di flessibilità venga meno poiché nel 2016 gli investimenti pubblici non sono aumentati rispetto al 2015, ma al contrario si sono ridotti del 4,5 per cento.
Diversa la valutazione del Governo, che include anche i contributi agli investimenti alle imprese ed esclude la quota finanziata dalla Ue. Se prevarrà la tesi di Bruxelles, il conto della prossima manovra salirà a 18/19 miliardi, cui andrebbero aggiunte tutte le risorse necessarie a finanziare le azioni di politica economica vere e proprie.
In poche parole, tutte le misure “espansive” allo studio, a partire dal taglio mirato del costo del lavoro per i nuovi assunti fino a 35 anni, cui va ad aggiungersi l’ulteriore stanziamento di 1,2 miliardi per i contratti pubblici e via dicendo.
Domanda: è ipotizzabile una manovra di questa entità a ridosso delle elezioni? Come la si finanzia? Si potrà (forse) contare su un ulteriore spazio di manovra sul fronte del deficit (per ora indicato nel 2018 all’1,2% contro il 2,1% di quest’anno), qualora giunga a maturazione il nuovo criterio di calcolo che è alla base del cosiddetto «output gap». Ma non potrà essere risolutivo. Potrà soccorrere una coraggiosa spending review? Non sembra proprio questa la strada, tanto che lo stesso Padoan fa sapere che l’obiettivo di risparmio delle amministrazioni centrali nel 2018 è di 1 miliardo. I proventi della lotta all’evasione? Dipenderà dalla composizione delle misure. Se una tantum, non potranno essere utilizzate per ridurre il deficit strutturale.
Ecco chiarito il «sentiero stretto» di cui parla Padoan che guarda alle prospettive di crescita dell’economia (attorno all’1-1,1% nel triennio, un livello che ci colloca in fondo alla classifica europea) e al finanziamento del debito. Con un ulteriore, e non esplicitato, rischio: cosa accadrebbe ai tassi e allo spread, nel caso in cui le prossime elezioni non garantissero maggioranze certe, peraltro nell’anno in cui verrà meno l’«ombrello» della Bce?