Corriere della Sera, 24 aprile 2017
Emmanuel Macron
PARIGI «Sognare, sognare, sognare, sognare» ripete a raffica – in italiano – la voce meccanica che sopra la musica techno tiene la sala in caldo, in attesa che arrivi il vincitore. Quello è il punto: Emmanuel Macron cerca di fare sognare i francesi, di farli guardare con speranza e fiducia al futuro, senza paura. Anche in questo la contrapposizione con Marine Le Pen è totale: nei comizi del Front National prevale la rabbia di chi grida on est chez nous!, «questa è casa nostra!», un grido disperato e incredulo di chi sente che le cose gli stanno sfuggendo di mano, perché il lavoro non si trova o è precario, o perché gli stranieri gli sembrano più rivali che collaboratori.
Anche stasera, al Parc des Expositions, c’è l’altra Francia, quella che davvero – prima di Macron – stava venendo sommersa. Anni di battaglia culturale condotta – e quasi vinta – dal Front National, hanno convinto tutti che il Paese fosse terrorizzato perché in crisi di identità, tormentato dal «declinismo» cioè la certezza di andare verso il peggio, incapace di adeguarsi al nuovo mondo globalizzato, e aggrappato ai suoi miti stanchi: una laicità che era più una difesa dall’islam che tutela della separazione tra religione e vita pubblica, uno Stato sociale traballante, una «grandeur» ormai svanita da decenni. Intellettuali e scrittori, da Alain Finkielkraut a Eric Zemmour, da Michel Onfray a Michel Houellebecq, hanno descritto – ognuno con modi e talenti diversi – una Francia smarrita, martoriata dal politicamente corretto, dal fondamentalismo islamico, dal terrorismo, dal neo-liberalismo egoista e anti-popolare, una Francia dimenticata e ignorata dalle élite. E invece, la Francia sommersa era un’altra, insospettata fino a un anno fa quando Emmanuel Macron ha fondato il suo movimento «En Marche!» tra i sorrisi perplessi di chi la considerava una follia da ragazzino viziato.
La Francia che tutto sommato ancora funziona, dei giovani che studiano con successo e conquistano posti di lavoro in patria o a Londra o anche nella Silicon Valley, e delle persone più mature per le quali il passato non è il paradiso perduto descritto da Marine Le Pen ma l’epoca dei nazionalismi che hanno provocato milioni di morti nel XX secolo.
Ecco, per Macron e per chi vota per lui il XX secolo è finito da un pezzo, e per fortuna. Quando il probabile futuro presidente francese sale sul palco, finalmente, ben dopo le 22, sventolano i tricolori francesi ma anche tante bandiere europee, che restano il simbolo più inaudito e potente in una fase storica come questa. Nessuno, a parte Macron, ha avuto il coraggio di rivendicare la voglia di definirsi europei e il rilancio dell’Unione, proprio quando ogni uomo politico, a livello nazionale o locale, è tentato di dire «colpa di Bruxelles» per coprire ogni manchevolezza.
«Ce l’abbiamo fatta. Ci siete riusciti, grazie a una volontà accanita e benevola», dice Macron, ed è vero: in mesi di comizi sempre affollati in giro per la Francia, non si è mai vista rabbia ma ottimismo, benevolenza, fiducia. «Oggi ho votato per la prima volta alle elezioni presidenziali», dice Edoardo Goldstein, 19 anni, italo-francese, studente alla Bocconi di Milano e volontario per Macron. «E ho votato per lui in modo convinto perché è stato l’unico a fare una campagna positiva, non contro i valori degli altri ma in favore dei propri, prima di tutto il rilancio dell’Europa». Accanto a Edoardo c’è un altro studente della Bocconi, Louis Poinsignon, anche lui volontario per Macron perché «è nuovo, è al di fuori del sistema dei partiti tradizionali, e il fatto che possa prendere le buone idee sia a destra che a sinistra è un’ottima cosa, non è schiavo di ideologie del passato».
La sfida per Macron adesso è convincere tutta la Francia e non restare ancorato all’immagine di candidato di chi è ottimista (e ci mancherebbe) perché ce l’ha fatta e perché può fare studiare i figli nelle migliori scuole. Tutti buoni, così, ad amare l’Europa e la società aperta. Per questo nel suo programma Macron insiste tanto sulla scuola nelle zone disagiate, sulla protezione sociale, sulle misure per formare e aiutare i disoccupati. Chiude il discorso giurando di essere l’uomo «dei patrioti, non dei nazionalisti». Andrà tutto bene, solo se sarà così per tutti i francesi.