Avvenire, 23 aprile 2017
Nespoli, la missione della Vita
La partenza è in programma per l’estate. Qualche settimana di ritardo, ma l’addestramento procede senza pause: la “Spedizione 51” di cosmonauti destinati a raggiungere la Stazione spaziale internazionale, vedrà tra i protagonisti del suo equipaggio anche l’astronauta italiano dell’Esa, Paolo Nespoli: «La preparazione procede spedita. Siamo pronti per la nostra missione, che conferma il grande ruolo dell’Italia nello scenario mondiale della conquista dello spazio. Mi considero un astronauta tuttofare: elettricista, gruista, addetto ai computer e alle foto... il futuro è difficile da prevedere, perché, in fondo, è futuro, ma spero tra vent’anni di potermi comprare anch’io, come tutti, un biglietto per lo spazio. E magari andrò su in orbita, da turista». Non tutti i ritardi vengono per nuocere. Grazie al posticipo di due mesi del suo lancio a bordo della nuova Sojuz MS-05,l’astronauta italiano, che si prepara alla sua terza missione spaziale subito dopo aver compiuto sessant’anni, ha effettuato di recente un tour tra alcune delle aziende e centri di ricerca italiani che contribuiscono alla sua missione dell’Agenzia spaziale italiana, battezzata Vita, acronimo di “Vitality, Innovation, Technology, Ability”, disegnato dall’artista Michelangelo Pistoletto: è il Terzo paradiso, un segno che intreccia i concetti di finito e infinito, affiancato dal disegno del Dna e di un libro. Lo “intercettiamo” a Torino, mentre si aggira nelle infrastrutture della società Thales Alenia Space, in veste di protagonista di un documentario sulla sua preparazione, dal titolo Expedition, diretto da Alessandra Bonavina e prodotto da Omnia Gold.
Nespoli, ormai ci siamo...
«Sì, la preparazione procede, e in questo periodo iniziamo una fase molto intensa della preparazione. Andremo in orbita in estate. Dovrebbe essere confermato il periodo di lunga durata della missione previsto in sei mesi».
Qual è stata la causa di questo posticipo?
«Si attendeva di finalizzare le analisi sull’incidente del veicolo di rifornimento russo, avvenuto all’inizio di dicembre, il cui modulo di servizio è quasi identico a quello delle Sojuz. Ora tutto è risolto, e si procede».
Come si sta preparando alla missione?
«Ora sono a Houston per lavorare sugli esperimenti scientifici di cui mi dovrò occupare nei sei mesi in orbita, molti dei quali realizzati da centri di ricerca e aziende italiane. Ci addestriamo inoltre per molte operazioni più tecniche da svolgere sulla Stazione spaziale.Io avrò il ruolo di ingegnere di bordo responsabile dei moduli europeo Columbus e di quello giapponese. Quindi, per le prossime settimane sono previste una serie di sessioni anche in Giappone ed in diverse nazioni europee».
La sua Sojuz, rispetto a quella che la portò in orbita nel 2010, è rinnovata. Quali sono i cambiamenti?
«Esternamente è identica alle altre. E anche all’interno. Sono cambiati e quindi migliorati il software e i computer di bordo, ora integrati con sensori di posizione Glonass/Gps. È un sistema di comunicazioni Terra-Spazio e viceversa che ora ci renderà “visibili” e contattabili per tutta l’orbita terrestre. Prima invece, in alcuni punti non eravamo del tutto coperti. Al momento, non sappiamo ancora se sarà un volo di quattro orbite, e quindi di sole sei ore, oppure se dovremo orbitare per 48 ore prima di attraccare la Stazione. Ma siamo pronti per qualsiasi soluzione. Io questa volta andrò sul sedile di destra, anziché quello di sinistra come nella precedente missione. È uguale, ma sulla parte destra dovrò stare un più stretto. Sebbene i due sedili siano uguali come dimensioni, la posizione di destra mi penalizza in quanto il mio braccio destro, quello dominante, è adesso schiacciato contro la parete del veicolo».
L’addestramento Sojuz è sempre impegnativo?
«L’addestramento è intenso ed essendo distribuito fra i vari centri sparsi in tutto il mondo, ti obbliga a continui e rapidi spostamenti. Per me buona parte dell’addestramento è sostanzialmente una ripetizione, mentre tutta la parte riguardante il programma sperimentale è nuova. Alla fine questo periodo di due anni è relativamente pesante ma passa velocemente anche perché ne vedi e senti le ragioni. Quelle relative al lancio e al rientro, sono le fasi più delicate e dinamiche della missione, e quindi pur avendo una durata di poche ore rispetto ai sei mesi complessivi delle missione, richiedono mesi e mesi di preparazione all’interno dei due anni, circa, di addestramento complessivo».
La sua missione “Vita” è un’altra conferma di quanto siano bravi gli italiani nello spazio?
«Certamente. La mia missione come quelle degli altri astronauti italiani dell’Esa, è conseguenza del nostro importante contributo tecnologico, industriale e scientifico al programma della Stazione spaziale internazionale ».
È d’accordo con coloro che vorrebbero conferire il Nobel per la Pace alla Stazione spaziale?
«D’accordissimo. Quale altro programma nella storia è riuscito ad unire così tante nazioni, che tutte insieme lavorano in cooperazione per un progetto così importante? Sono nazioni con culture e ideologie diverse, che invece nello spazio, e per lo spazio, collaborano. È la stessa filosofia che andrebbe portata avanti per il grande obiettivo dell’esplorazione spaziale, che è la conquista di Marte».
A proposito, pensa che la conquista di Marte sia ancora così lontana? La nuova amministrazione americana, saprà portare avanti i programmi di esplorazione già avviati?
«Credo di sì. Si sta sviluppando il nuovo razzo, il potente Sls, e la nuova navicella Orionper portare astronauti oltre l’orbita terrestre, in collaborazione con l’Europa. E poi, l’America non dispone da qualche tempo di una navicella per portare in orbita astronauti. Quindi si attendono a breve le nuove tappe, e saranno le società private a garantire le missioni per l’orbita bassa. Ci sono già le nuove navicelle Dragon e Cst 100 di aziende private, e anche il progetto della navetta tipo shuttle,
Dream Chaser, è da tenere presente. È l’inizio di una nuova epoca. Per Marte credo si debba aspettare ancora, ma prima o poi ci arriveremo. Se poi avverrà in modo diretto, partendo dalla Terra, o passando per la Luna, non lo sappiamo. Ma ci arriveremo, e questo potrà avvenire solo tramite le agenzie spaziali governative e con la cooperazione internazionale».
Sulla Luna ci arriveranno i cinesi per primi?
È possibile. Stanno lavorando molto bene, e ai loro razzi e navicelle, pur basandosi su tecnologie già consolidate provenienti altre nazioni, hanno inserito dei loro accorgimenti che hanno reso affidabile il loro programma di voli con astronauti. Tempo fa vennero da noi, al Centro di addestramento Esa a Colonia, alcuni “taikonauti” cinesi. Fu una bella esperienza di collaborazione, per noi e per loro».
Il suo sogno professionale?
«Fra quindici o venti anni, un viaggetto nello spazio, seduto comodamente in poltroncina su uno degli spazioplani che si stanno sviluppando per il turismo spaziale. Potrà essere accessibile un po’ per tutti. Potremmo andarci assieme, lei è d’accordo?».