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 2017  aprile 23 Domenica calendario

Le nuove ansie dei creditori dell’Italia

Più la ripresa europea si rafforza più l’Italia si ritrova da sola con i suoi guai. Le agenzie di rating non sono impeccabili ma non agiscono nemmeno in malafede, come ha chiarito il Tribunale di Trani assolvendo in primo grado Standard & Poor’s e Fitch dalle accuse ardite del pm Michele Ruggiero. Per questo il giudizio di Fitch, che venerdì ha tagliato il rating sul debito pubblico italiano da BBB+ a BBB, va preso per quello che è: un segnale del calo della fiducia degli investitori nella capacità della nostra economia di generare quella ricchezza che le serve a rimborsare i suoi creditori. Il taglio di Fitch è arrivato dopo quello comunicato a gennaio da Dbrs, accolto con meno clamore da un lato perché il voto finale è comunque più alto (Dbrs lo ha ridotto da A- a BBB+) e dall’altro perché l’agenzia di rating canadese è meno famosa della triade S& PMoody’s- Fitch. Impossibile non notare che l’Italia è l’unico dei Paesi del gruppo tristemente battezzato ’Piigs’ negli anni caldi della crisi ad avere incassato due bocciature dalle agenzie di rating dal 2016 in poi: nell’ultimo biennio Irlanda, Portogallo e Spagna sono anzi state promosse e pure la Grecia, a gennaio dell’anno scorso, si è vista migliorare il voto da parte di S& P. Al di là del problema delle banche, che pure ha un ruolo rilevante nella ’correzione ’annunciata da Fitch, il nostro Paese non sembra mostrare miglioramenti sui suoi soliti problemi strutturali

IL DEBITO NON SCENDE MAI
Le agenzie di rating non danno un voto all’economia di un Paese, ma giudicano piuttosto la sua capacità di rimborsare il debito pubblico, così da aiutare gli investitori a scegliere le obbligazioni da acquistare e il prezzo da chiedere al debitore in termini di interessi. La Repubblica italiana oggi è un debitore poco rassicurante perché, come ricorda Fitch aprendo la sua nota, continua a mancare i suoi obiettivi di riduzione del debito. Il passivo nazionale è salito al 132,6% del Pil nel 2016, e sono 11,2 punti percentuali in più rispetto a quanto era stato previsto nel Programma di Stabilità firmato nell’aprile del 2013 da Mario Monti e da Vittorio Grilli. Il problema è che nel Def il governo ha ulteriormente rinviato gli impegni sul debito, alzando dal 130,9 al 132,5% il rapporto tra passivo e Pil previsto per quest’anno, dal 128 al 131% quello per il 2018 e dal 123,8 al 128,2% quello indicato per il 2019. Scostamenti pesanti, per quello che è oggi in valore assoluto il terzo maggiore debito pubblico del pianeta, dopo quelli di Stati Uniti e Giappone. A febbraio, secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, il debito pubblico italiano ammontatava a 2.240 miliardi di euro, quasi 11 in meno rispetto a gennaio ma 24 miliardi in più nel confronto con un anno fa. Soltanto nel 2016 gli italiani si sono indebitati, tramite il loro governo, per altri 720 euro a testa portando la propria quota “personale” di debito pubblico a 37mila euro.

LA CRESCITA RESTA FIACCA
Il debito non sarebbe così problematico se a sostenerlo ci fosse un Paese dalla crescita economica galoppante, capace di abbattere il rapporto tra passivo e Prodotto interno lordo a colpi di rialzi della ricchezza prodotta. Ma non è questo il caso dell’Italia. Inesorabile il Fondo monetario internazionale nell’ultimo World Economic Outlook, diffuso la settimana scorsa, nota che con un misero +0,8% previsto per quest’anno il nostro Prodotto interno lordo è il più fiacco di tutta l’Unione europea e tra i più lenti del pianeta. Secondo le stime del Fmi, sia quest’anno che il prossimo l’Italia crescerà a un ritmo dimezzato rispetto alla media della zona euro, che invece è prevista in crescita dell’1,7% nel 2017 e dell’1,6% il prossimo. Le stime del Fondo sono leggermente più negative di quelle della Commissione europea, che comunque con un +0,9% per quest’anno e +1,1% per il prossimo ci conferma l’ultimo posto tra i 28 Stati membri a livello di dinamicità economica.
Anche il governo, in uno dei grafici che accompagnano il Def, non nasconde di aspettarsi che i prossimi anni più della crescita reale del Pil sarà la ripresa dell’inflazione (che a sua volta “gonfia” il Prodotto interno lordo) a darci una mano a contenere l’aumento del rapporto tra debito e Pil.

L’INSTABILITÀ AUMENTA
Questa Italia che continua a indebitarsi e non riesce ad accelerare la sua crescita attraversa nello stesso tempo una fase di alta incertezza politica. Il peggioramento del fattore “rischio politico/incertezza” è tra quelli che hanno spinto Fitch a tagliare il rating e Dbrs, a gennaio, citava la fargilità dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni come uno dei principali elementi di preoccupazione. Gli investitori non tifano in generale per un governo o per un altro, ma hanno bisogno di un certo grado di stabilità politica per potere avere maggiori sicurezze riguardo le intenzioni di chi amministra un Paese. Chiedono insomma una “faccia” affidabile e salda nel controllo del potere che dia loro garanzie rispetto al pagamento di quanto dovuto. I continui richiami dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi riguardo le mosse economiche del governo (da ultimo quello che ha spinto a ritirare rapidamente l’idea di lasciare aumentare l’Iva per tagliare il cuneo fiscale) combinati con l’avvicinarsi della scadenza della legislatura a inizio 2018 rendono l’ambiente politico italiano particolarmente imprevedibile. La forza di partiti e movimenti più o meno anti-euro non fa che rafforzare i timori dei creditori: l’ultima cosa che chiedono, comprensibilmente, è essere rimborsati in lire.