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 2017  aprile 23 Domenica calendario

Simpatico e ironico, sapeva adattarsi a tutto: chi era Michele Scarponi

«Vorrei dire una cosa importante. Questa vittoria è dedicata ai miei gemellini che non mi hanno mai visto alzare le braccia e mi chiedono che lavoro faccio. Perché gli altri vincono e io no». Poi, dopo una pausa da attore, la battuta: «È dedicata anche a mia moglie. Mi raccomando, altrimenti ci resta male». Lunedì sera Michele Scarponi era felice. A Innsbruck aveva appena vinto la prima tappa del Tour of the Alps e la cosa lo riempiva d’orgoglio. Michele non cercava gloria personale, ma un trofeo di caccia da portare ai suoi cuccioli. «Scarpa», però, era anche un generoso. In corsa certo, come i tifosi e i suoi colleghi hanno imparato nel corso della carriera, ma anche nella vita. Così, nel suo ultimo trionfo, ha trovato anche parole di conforto e di speranza per i terremotati del centro Italia. Del futuro, che lo avrebbe visto capitano al Giro, però preferiva non parlare. Diventava dubbioso, come se qualcosa lo turbasse. 
Michele nel piccolo mondo del ciclismo oltre che per le sue doti era apprezzato anche per la sua simpatia e la sua ironia. Lui lo aveva capito alla perfezione e a volte usava questa dote per uscire brillantemente da situazioni che non gli piacevano, che lo infastidivano. Oppure semplicemente per liberarsi, con il sorriso, da domanda a cui non voleva rispondere. Anche quando gli assegnarono a tavolino il Giro del 2011 se la cavò con una battuta: «Si bello, certo. Però non ho preso i soldi della maglia rosa. Forse solo allora realizzerò di avere vinto davvero». In realtà lui che conosceva alla perfezione il suo mondo – era inciampato anche in uno stop di 18 mesi – riteneva che Contador, di cui era stato compagno di squadra per due stagioni, fosse più forte e che avesse vinto sul campo. Insomma, non ha mai considerato davvero sua quella maglia rosa nonostante il trofeo messo in bella posizione nel salotto di casa.
Forse in alcune situazioni questo suo lato del carattere è stato travisato. Non tutti hanno capito quanto fosse forte come corridore. Per qualcuno che non conosce il ciclismo solo superficialmente Michele era solo simpatico. Invece era anche tremendamente professionale. Poteva essere sconfitto sulla strada, ma mai s’è presentato a una corsa fuori forma. Nella parte conclusiva della sua carriera aveva saputo trasformarsi in gregario di lusso o uomo di fiducia del capitano. Ma il suo carisma non si è diluito, il suo ruolo è sempre stato da leader morale riconosciuto della squadra. L’esempio da seguire.
La sua carriera era iniziata nel 2002 al fianco di un big, Mario Cipollini. In quella stagione, alla Settimana Lombarda, centra anche la prima delle sue ventisei vittorie. Nel 2009 con Gianni Savio un nuovo inzio: fa sua la Tirreno e due tappe al Giro. È però il 2011 la sua stagione d’oro con Catalogna e Trentino come antipasto della Rosa. Nello scorso inverno il prolungamento con i kazaki: «Mi trovo bene in questo gruppo. L’Astana mi ha dato davvero fiducia e questo mi ha inorgoglito». Voleva ripagare questa fiducia. Per questo se uno gli avesse chiesto perché, dopo cinque giorni di corsa, fosse uscito alle 8 per allenarsi invece che riposare un pochino, la sua risposta, strizzando un occhio, sarebbe stata: «Eh, perché c’è il Giro. Lì vanno forte, mica voglio fare brutta figura. Che dici?». Perché Michele sapeva benissimo che il ciclismo non è un gioco, il ciclismo è un mestiere. Per molti, quelli che fanno la differenza, arriva a essere un stile di vita. E lui al mestiere di corridore ha dedicato la vita.