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 2017  aprile 23 Domenica calendario

Taci, Cassese ti ascolta

Immaginate la scena: Giordano Bruno che, rinchiuso nel carcere romano di Tor di Nona in attesa di essere arso vivo a Campo dei Fiori, lancia un appello all’Inquisizione e a papa Clemente VIII: “Non se ne può più di tutti questi eretici. Altro che rogo, quello è una passeggiata: occorrono pene ben più esemplari. Datevi da fare!”. Mutatis mutandis è quel che ha fatto ieri il Corriere della sera pubblicando in prima pagina un commento di Sabino Cassese sulle “fake news”: cioè le balle che, “come la cronaca recente ha dimostrato” (quella passata no: è roba fresca di giornata), infestano i media e “quel terreno vastissimo e sconosciuto (soprattutto a lui, ndr) che è la Rete”. Questa recente invenzione chiamata bugia è “particolarmente grave quando corre sul ‘web’” perché “consente una straordinaria circolazione delle informazioni” e perché la Rete è “un terreno poco sorvegliato”. Bisogna piantonarlo giorno e notte con appositi gendarmi, e Cassese modestamente lo nacque. Lui tiene molto all’“ottavo Comandamento, quello che proibisce la menzogna, violato ancor più facilmente e di frequente” (il settimo invece no: quello è salvo). A pensarci prima, quando l’amico Napolitano giurò che mai si sarebbe fatto rieleggere e poi si fece rieleggere, il caporale di giornata Cassese l’avrebbe arrestato con le sue mani.
Ora qualcuno dirà: dov’è il problema? Nel Codice penale esiste da una vita (da ben prima che il web nascesse e inventasse le balle) il reato di diffamazione, anche a mezzo stampa o altro medium. C’è poi il processo civile per danni che prescinde dal reato, così uno che dà del ladro a un ladro con toni, espressioni o smorfie ritenuti “incontinenti” dal giudice può essere condannato a risarcirlo e ad arrotondargli la refurtiva. Che vuole di più l’appuntato Cassese? Ha notato che i giudici si stanno rammollendo: “dopo un decennio di severità”, ora “rigettano quasi tre quarti delle domande di risarcimento”. Sarà perché sono temerarie, cioè infondate, per intimidire quel che resta di libera stampa, come le querele che solo nell’8% dei casi approdano a condanna? Nossignori: il piantone Cassese è un “garantista”, dunque ogni giornalista denunciato va condannato, altrimenti che giustizia è. E non si contenta di condanne qualunque, ah no: pretende “sentenze esemplari”, per levare il vizio ai rompicoglioni che criticano il potere. Già, perché al maresciallo Cassese non interessano i cittadini innocenti mostrificati come terroristi, narcotrafficanti, assassini, pedofili e poi risarciti con trafiletti in corpo 2. No, gl’interessano i Vip, notoriamente perseguitati e indifesi.
Infatti, fra le “sentenze esemplari”, cita quelle che han dato ragione a Ilda Boccassini contro Panorama, al suo amico Giuliano Amato contro il Fatto e all’ex presidente del Senato Renato Schifani contro il sottoscritto (roba del 2008, ma non si butta via niente). Evidentemente il Corriere non è mai stato condannato (eppure a noi risulterebbe il contrario); o le pene che subisce non sono esemplari come lui vorrebbe; o forse va esentato da condanne, esemplari e non, mentre bisogna picchiare duro su altri: quelli che stanno sulle palle alla guardia scelta Cassese e al suo giro, tipo noi. I giudici prendano dunque buona nota e, dalle camere di consiglio, gli diano un colpo di telefono: “Che dice, dottò, je menamoa questo? E quanto j’ammollamo? ’n’ergastolo e ’n mijoncino de murta so’ abbastanza esemplari? Sennò dica lei, semo qua apposta”. Nella foga di denunciare le “notizie false” altrui, il caporal maggiore Cassese ci casca pure lui. Le notizie, per essere vere, devono anche essere complete e le sue non lo sono. La causa intentata dal giudice costituzionale Amato per la modica cifra di 500mila euro riguardava una “campagna diffamatoria” di anni, a colpi di ben 16 articoli menzogneri. Poi il giudice, nella sentenza esemplare, ci ha assolti per 9 articoli e per tutto ciò che abbiamo scritto negli altri 7, tranne una notizia sballata tratta da un libro e alcuni titoli, per un danno di 70mila euro. Tutti i fatti più gravi erano veri, compreso il tentativo di condizionare la testimonianza della vedova di un dirigente del Psi che, essendo morto, i compagni vivi tentavano di incolpare per una mazzetta. Per correggere errori e imprecisioni, Amato poteva inviarci una rettifica, anzichè chiedere cifre mirabolanti a un giornale che, diversamente da lui, non campa di soldi pubblici.
Quanto a Schifani, mi chiese i danni perché ricordai in tv le sue amicizie con mafiosi e feci una battuta sui lombrichi per segnalare il degrado della classe politica italiana, dagli statisti del passato agli Schifani del presente. Il Tribunale, nell’esemplare sentenza che ancora eccita il sottotenente Cassese, stabilì che i fatti, cioè le amicizie mafiose di Schifani, erano tutti veri e mi assolse; poi equivocò la battuta, ritenendo che avessi paragonato lui e non il suo ipotetico successore a un lombrico, e mi condannò a risarcirlo con 15mila euro. Ma questo il vicebrigadiere Cassese non lo dice: sproloquia di miei “giudizi ingiuriosi non motivati”. Sennò dovrebbe domandare che ci fa ancora in Parlamento e che ci faceva allora alla seconda carica dello Stato un amico di mafiosi (però del tutto estraneo al mondo degli anellidi, per carità). Invece preferisce domandare che ci fanno in Parlamento quei pericolosi incensurati dei 5Stelle, che andrebbero messi fuorilegge perché – parole sue – “qui si parla di eversione, non solo di Costituzione” (quella che lui tentò di devastare con Renzi, Napolitano & C. il 4 dicembre). Un giudizio che qualche tribunale potrebbe persino reputare un filino “ingiurioso e non motivato”. Ma niente paura: l’appuntato scelto Cassese, in base all’ottavo Comandamento, sta pensando di arrestarsi da solo.