il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2017
Il Gran Muftì che scelse il Führer contro gli ebrei
Dall’ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1993, gli ebrei tedeschi avevano tentato di accelerare il trasferimento dei propri figli e nipoti in quella Eretz Israel che allora si chiamava senza distinzioni Palestina ed era governata dal 1920 dalla Gran Bretagna che ne aveva assunto il mandato dalla Società delle Nazioni. I nazisti, pur di sbarazzarsi degli ebrei cittadini tedeschi, non contrastarono il loro “ritorno” nella terra degli avi, anzi, già che c’erano, ne approfittarono per imporre loro il deposito di somme di denaro assai esose nelle casse del Terzo Reich. Ma nel 1937 le cose cambiarono e per gli ebrei la Terra Promessa divenne sempre più irraggiungibile. A determinare questa dirimente e drammatica svolta contribuì con forza la comparsa sulla ribalta internazionale di sua “Eminenza” il Gran Muftı di Gerusalemme, Amın al-Husseini – nato a Gerusalemme nel 1897 – capo politico-spirituale degli arabi palestinesi in maggioranza di confessione islamico sunnita. Una figura tornata d’attualità dopo che la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, ha annunciato che non sfilerà con l’Anpi in polemica con le associazioni filopalestinesi definite, in modo assai generico, “eredi del Gran Mufti di Gerusalemme che si alleò con Hitler”.
Husseini ricopriva la carica dal 1921 e fin dall’inizio aveva sostenuto le sollevazioni contro la colonizzazione inglese del Medio Oriente e in seguito, una volta fuggito da Gerusalemme perché ricercato dalla Corona, e raggiunta Berlino nel 1941, darà un contributo fondamentale alla nascita di milizie islamiche che verranno utilizzate dai nazisti per sterminare gli ebrei dei Balcani. Lo scopo di Husseini era impedirne una volta per tutte un eventuale ingresso in Palestina che secondo lui doveva essere abitata solo dagli arabi musulmani. Del resto è stato uno strenuo fautore della guerra santa contro gli infedeli a partire dagli ebrei, nonché uno dei primi membri della Fratellanza Musulmana. Quando Al Husseini incontrò il Fuhrer il 28 novembre del 1941 gli espresse innanzitutto “la grande ammirazione che il mondo arabo prova nei confronti del Reich”, per poi chiedergli di prendere in considerazione la messa a punto di una dichiarazione pubblica a favore della causa dei popoli arabi. In cambio gli promise la collaborazione degli squadroni della morte islamici per portare a compimento la Shoah.
Il ruolo cruciale svolto dal Gran Mufti nella persecuzione dei giovani ebrei in fuga dal nazismo lo ha analizzato in profondità la saggista Mirella Serri nel libro “Bambini in fuga. I giovanissimi ebrei braccati da nazisti e fondamentalisti islamici e gli eroi italiani che li salvarono”, appena pubblicato da Longanesi. Nel libro viene ricordato che dopo la nomina di Hitler a Cancelliere, il Gran Mufti gli scrisse un’appassionata lettera di congratulazioni : “I musulmani dentro e fuori la Palestina danno il benvenuto al nuovo regime tedesco e si augurano che il sistema di governo fascista antidemocratico si affermi in altri Paesi”. Con la sua predicazione e i messaggi radiofonici diretti ai fratelli musulmani, Al Husseini appariva in gran sintonia con il dettato nazista.
“Era infatti solito ad affermare – scrive la Serri – che l’opprimente egoismo insito nel carattere degli ebrei, la loro turpe convinzione di essere la nazione eletta di Dio e il loro affermare che tutto è stato creato per loro e che gli altri popoli sono animali, li rende indegni di fiducia. Durante le visite in Croazia e in Bosnia, il Gran Mufti dosò in una sapiente commistione gli elementi di propaganda, per cui da una parte istigava all’odio e al risentimento e dall’altra predicava la partecipazione alla guerra e il sacrificio personale. I leader delle comunità islamiche riportavano nelle moschee i suoi appelli esortando i fedeli a offrirsi come volontari nella divisione musulmana delle Waffen-Ss.
“La divisione di al Husseini avrebbe dovuto garantire la presenza di milizie islamiche nei punti caldi del conflitto mondiale. Nella seconda metà del 1944 la divisione con la scimitarra fu, invece, trasferita nell’Ungheria meridionale dove fu in prima linea nei combattimenti. Ma s’impegnò anche a fare la sua guerra in casa e a decimare i numerosi nemici interni, i partigiani titini e gli ebrei. Le milizie della Handschar uccisero il novanta per cento degli ebrei di Bosnia (12.600 su 14.000)”, si legge ancora nel libro di Mirella Serri che, a proposito delle polemiche scoppiate in seguito alle dichiarazioni dell’Anpi in vista del 25 aprile, osserva: “Non è plausibile che l’Anpi equipari la comunità ebraica romana a quelle palestinesi e che, peraltro, la cataloghi come una comunità straniera. Per quanto riguarda il Gran Mufti Husseini, va sottolineato che non ha avuto la sua Norimberga”. Husseini è morto nel 1974 a Beirut senza subire alcun processo.