Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2017
Trump-utili, una staffetta non così facile
La domanda a Wall Street se la pongono in molti: siamo alla staffetta tra la «Trumponomics» e gli utili aziendali? La risposta è articolata. Seppure un leitmotiv tra gli esperti emerge: il passaggio di testimone resta difficile. Se l’Eldorado economico, promesso dal Presidente americano, non si concretizza i profitti della Corporate Usa difficilmente, da soli, potranno sostenere i corsi azionari.
Quella della «Trumponomics» è stata, ed è, una magnifica narrazione. Uno storytelling costruito su molteplici «episodi»: dai tagli delle tasse sugli utili aziendali fino ai forti investimenti infrastrutturali. È naturale che, a fronte di un simile scenario, gli investitori siano rimasti affascinati. Agli operatori, in cerca disperata di rendimento nell’era dei tassi zero, non è parso vero di puntare le loro fiches sulla principale Borsa mondiale con forti prospettive di crescita. Sennonché la narrazione si è scontrata, come nel caso della mancata riforma dell’Obamacare, con la dura realtà (congressuale e non solo). Il risultato? Dopo il continuo rally, Wall Street ha avviato quello che in gergo si chiama «storno». Vale a dire: è un po’ indietreggiata. Certo: ha pesato il proseguire della Fed lungo la strada della stretta monetaria. E, tuttavia, è innegabile che i mercati si siano presi una pausa per capire cosa potrà accadere con la «Trumponomics». Nel frattempo, però, è partita la stagione delle trimestrali. Dati di conto economico che, almeno a dar retta a Thomson Reuters, risultano migliori delle attese. Gli utili delle aziende Usa (tra valori reported e stime) sono, nel primo trimestre del 2017, in crescita dell’11,2%. Non solo: circa i due terzi delle società che hanno pubblicato il bilancio hanno battuto le stime. Di quì la domanda: la «Trumponomics» può essere sostituita dai fondamentali? La risposta, per l’appunto, è complessa. La realtà è meno rosea di quanto possa apparire. In primis, va ricordato, le previsioni sui profitti societari variano nel tempo. Non di rado, proprio in prossimità della pubblicazione delle trimestrali, le stime come per «incanto» si abbassano. Con il che, dicono i maligni, riuscire a superarle diventa più facile. Non solo. Analizzando i numeri nel dettaglio, si scopre che i settori in cui gli utili hanno fatto il maggiore salto sono i finanziari e l’«energy». Ebbene: le prospettive di questi due comparti non sono così folgoranti come apparivano solo qualche tempo fa. Il prezzo del petrolio, «dominus» dei profitti nell’Oil&Gas, ha di recente ridotto l’abbrivio. Di conseguenza, al di là del primo trimestre, fare ottimistiche previsioni sul resto dell’anno è più difficile. Così come bisogna contenere gli eccessi di ottimismo rispetto ai titoli finanziari. L’attuale calo delle previsioni sull’inflazione, da un lato, sarà un freno al rialzo dei tassi di mercato; e, dall’altro, potrà limitare il margine d’interesse delle banche. Insomma: gli utili aziendali, da soli, non paiono avere la forza di sostenere Wall Street. Anche perchè, rispetto ad essi, l’S&P 500 è sopravvalutato. Il P/e di Shiller è il 73% oltre la sua media storica. Certo, come ricorda Guglielmo Manetti, vicepresidente di Intermonte Advisory, «c’è stato un re-rating dei multipli di Wall Street». E, però, questo si giustifica anche, soprattutto, con le aspettative legate alla «Trumponomics». Di conseguenza la Casa Bianca dovrà dare seguito alle promesse. Altrimenti, nonostante i profitti o i buyback, l’S&P 500 sarà più debole.