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 2017  aprile 22 Sabato calendario

Leo Longanesi era stato strapaesista, razzista, imperialista, salgariano, nazionalista. In una parola: un autentico provinciale

Quando Leo Longanesi era giovane e fascista, tifoso di Mascellone e degli alti destini della patria, l’Italia era già una causa persa. Alle vecchie zie anarchiche, liberali, socialiste e papiste (ciascuna delle quali aveva coltivato una sua mezza idea dell’Italia, chi per farla, chi per disfarla) era stata definitivamente messa la museruola. Non se ne poteva più, dicevano i fascisti, di tutte queste Italie buone soltanto a divorarsi l’una con l’altra. Alla futura Buonanima, per volontà pressoché generale della nazione, era stato affidato il compito di metterle tutte a nanna, anzi di farne un fascio solo, e buonanotte. È intorno all’enigma del fascismo che Longanesi ragionò per tutta la vita. Ne sono testimonianza i suoi libri, riediti in forma digitale (tutti, più una raccolta d’articoli, Fa lo stesso, finora mai apparsi in volume) dalla casa editrice che porta il suo nome.
Sul momento, come capita ogni volta che qualcuno tenta una magia, il fascismo sembrò una buona idea. Ma il Duce, con tutto il rispetto, non era precisamente un’aquila imperiale e l’Italia, a dispetto della retorica in camicia nera, continuava a essere quella che era sempre stata (e che continua a essere, anche un secolo dopo): un’espressione geografica in eterna crisi d’identità, un lenzuolo senza il fantasma dentro. L’elefante mussoliniano partorì un topolino particolarmente stravagante e rissoso: un mostruoso collage, sintesi e trionfo di tutte le Italie precedenti, come documenta Longanesi – attraverso aneddoti, aforismi, citazioni e gag – con i suoi libri, soprattutto con In piedi e seduti.
Ma se il fascismo fu il tentativo di dare vita a un Mostro di Frankenstein cucito insieme con le parti cadaveriche del Risorgimento e del Papa Re, di Nietzsche e di Sorel letti in fretta e saltando le pagine, di Gianburrasca e di Sandokan, del libro Cuore, di Roma Imperiale e del Paese dei Balocchi dannunziano, dell’Italietta giolittiana e pantofolaia, poi feroce e interventista, allora Leo Longanesi – che a sua volta fece di tutte queste Italia un fascio solo – fu fascista fino all’ultimo, anche dopo l’8 settembre, ben oltre la Resistenza e la caduta del regime, anche nelle pagine spesso incantatrici del Borghese e nello splendido catalogo della sua casa editrice fino al 1957, anno della sua morte.
Longanesi, come suggeriva il suo amico Montanelli, escogitò un’Italia che stava né in cielo né in terra e di quella si autoproclamò Duce supremo. A differenza del Dux uomo di mostruosi appetiti scenografici, Longanesi non era tuttavia un demagogo ma un borghese, pertanto si vietò le megalomanie kolossal, da populista rabbioso. Furono, anzi, proprio senso della misura, buona educazione e compostezza a guidarlo nella scelta delle molteplici Italie (tutte immaginarie e tutte parimenti minacciose) da cucire insieme, o meglio da impaginare e da mettere in catalogo.
Modellò un’Italia di pongo: l’Italia delle buone maniere, delle prime alla Scala e dell’aperitivo in galleria, dei galantuomini e delle donne serie, degli abiti di buona stoffa. Non era una nazione ma il Regno di Oz, che Longanesi governava da Mago, affacciandosi in prima persona da ogni titolo dei suoi cataloghi, lavorando di cesello su ogni pagina delle sue riviste, disegnando e dipingendo, realizzando prodigi tipografici, intortando collaboratori e lettori, anch’essi pongo tra le sue dita. Nessuno lo batteva a questo gioco: la fotografia che inchioda il mondo al suo destino, la battuta che crocifigge, l’argomento che fulmina e stramazza il nemico, il tratto di china che rende credibile la più grottesca delle utopie.
Era stato strapaesista, razzista, imperialista salgariano, nazionalista. In una parola: provinciale. «Diffida di tutto ciò che non è abituale, ride di tutto ciò che non capisce, dunque di quasi tutto. Non vede che ciò che ha sempre visto, e ne distilla la saggezza comoda e ottusa che gli uomini sono sempre gli stessi, che a questo mondo non cambia mai nulla», lo inquadrò Roberto Bazlen (Scritti, Adelphi 2016). Fu lui, Longanesi, a lanciare lo slogan «Mussolini ha sempre ragione». Mussolini trescava col Führer, si saltava nel cerchio di fuoco, «sui nostri quotidiani si scriveva giudeo al posto d’ebreo» e Longanesi niente: chiudeva gli occhi e, per non vedere l’Italia reale, sognava le sue Italie immaginarie. Fece lo stesso, nel dopoguerra, con l’Italia antifascista, che sostituì con altre Italie da presepe. Come la Terra di Mezzo di Tolkien, le Italie di Leo Longanesi per un po’ sembrarono vere ai suoi lettori non a dispetto ma in ragione della loro inesistenza.