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 2017  aprile 22 Sabato calendario

Nella centrale operativa: «Così organizziamo i salvataggi dei profughi»

Computer, telefoni, mappe interattive, foto da satellite. La centrale operativa della Guardia costiera è un cuore pulsante di attività sempre al limite delle umane possibilità. Qui, in un anonimo palazzone dell’Eur, si compie il miracolo quotidiano del coordinamento dei soccorsi in mare. Gli uomini e le donne della Guardia costiera, notte e giorno, sono pronti a correre. Da alcuni anni, però, da quando la Libia è precipitata nel caos e per l’immigrazione clandestina si è aperta la grande rotta del Mediterraneo centrale, il ritmo è divenuto frenetico. Delle 178 mila persone soccorse nel 2016 attraverso operazioni di “search and rescue” coordinate dalla Guardia costiera, 35 mila sono stati salvati direttamente da loro, 36 mila dalla Marina militare, 30 mila dalle navi europee di Operazione Sophia, 13 mila dai mezzi di Frontex, 13 mila da mercantili di passaggio. E poi ci sono i 46 mila soccorsi dalle navi umanitarie.
Ieri era giornata di tregua. Su uno dei computer campeggiava la situazione meteomarina del Mediterraneo centrale e saltava agli occhi che le acque libiche erano interessate da forte vento. «Condizioni inadatte alle partenze», spiegavano. E infatti i telefoni erano silenziosi. Ma qualche giorno fa in questa sala si saltava da un monitor all’altro: migliaia i migranti da recuperare, decine i gommoni che arrancavano. Il tutto con il cuore in gola perché c’erano donne, uomini e bambini da salvare.
È stata la Guardia costiera ad accorgersi per prima che è in atto una mutazione del traffico. Da un anno gli scafisti libici usano molto meno i barconi in legno e privilegiano i gommoni. Gommoni di pessima qualità, si badi, sgonfi per metà, stracarichi, senza le dotazioni minime. Una volta di più, si rivelano peggio degli schiavisti.
E se l’80% dei natanti nel 2015 partiva con un telefono satellitare a bordo, nel 2016 si è passati al 45%. Nel 2017 va anche peggio. La questione del telefono va raccontata. Nel 2015 la metà dei soccorsi è nata da una telefonata satellitare alla centrale operativa. Qui si sono dovuti persino attrezzare con una decina di interpreti, in grado di capire i diversi dialetti arabi e africani, perché arrivavano comunicazioni concitate, incomprensibili, in tutte le lingue del mondo. La telefonata satellitare aveva però un pregio: la società Thuraya che gestisce il sistema satellitare, con sede negli Emirati arabi, nel giro di mezz’ora era in grado di fornire l’esatto punto da cui il barcone chiamava. Ed era facile (si fa per dire) correre a salvarli.
Senza telefonata, invece, come succede adesso in 2 casi su 3, basandosi su un avvistamento casuale che può venire da un aereo o da una nave, tutto diventa più difficile. Oppure no. Perché nel frattempo è cambiato anche il quadro dei soccorritori. Sulla scena c’è stata l’irruzione delle navi umanitarie, protagoniste l’anno scorso del 30% degli avvistamenti (il 45% è opera di aerei militari).
La presenza della flotta di Ong, vera internazionale della solidarietà francese, tedesca e spagnola, al limite delle acque territoriali libiche, è la grande novità degli ultimi mesi. Frontex è molto irritata della loro presenza. La procura di Catania sta indagando su possibili connessioni tra alcune di queste Ong con gli scafisti. Anche il governo italiano s’interroga. Ma qui ci si addentra in territori politici e alla Guardia costiera sono molto attenti a non uscire dal seminato. Come recita il loro Report 2016, «soccorrere chi si trova in mare in condizioni di difficoltà è stato sin dalla sua istituzione uno dei compiti principali».
Che l’allarme venga da una telefonata che arriva direttamente in questa sala operativa o da un avvistamento di terzi, la Guardia costiera è comunque tenuta ad intervenire anche oltre la propria area di responsabilità per la ricerca e il soccorso in mare, poiché – spiegano – «soccorrere i naufraghi oltre che essere un dovere morale della gente del mare è anche un obbligo giuridico previsto da norme nazionali e internazionali».
Per essere chiari: se non si attivano, rischiano il reato di omissione di soccorso. Anche se la richiesta arriva dall’altro capo del Mediterraneo. E pochi sanno che quando una centrale operativa nazionale come questa – in codice: Italian Maritime Rescue Coordination Centre – prende in carico un’operazione di soccorso, è poi tenuta dalla legge a portarla fino in fondo. Ed è sbagliato fermarsi alla dicitura «porto sicuro più vicino» perché conta anche la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato. Uno studio del Consiglio nazionale forense, che non per caso ha fatto la formazione legale agli ufficiali della Guardia costiera, chiarisce che «le ultime relazioni del Consiglio d’Europa hanno confermato le gravi violazioni dei diritti umani a danno di migranti in Tunisia e Libia.... le condizioni di vita nei centri di detenzione amministrativa di Malta sono inaccettabili». Ergo, il porto sicuro più vicino è sempre in Italia.