La Stampa, 22 aprile 2017
Se una democrazia non può reprimere le idee estremiste sedicimila potenziali nemici impossibile fermarli tutti
Esattamente come dopo gli attacchi di Londra, Stoccolma e molti altri prima, a poche ore dall’attacco sugli Champs-Élysées si è subito venuti a sapere che l’attentatore era noto all’antiterrorismo anche se nel caso specifico non era schedato come «Fichier S», cioè come soggetto ritenuto radicalizzato dalla Dgsi, l’Intelligence interna francese. Sono quindi immediatamente partite le solite critiche, molte accusanti i servizi francesi di incompetenza, alcune, palesemente complottistiche, addirittura di connivenza con i terroristi per favorire l’ascesa di Marine Le Pen.
La spiegazione di questa indubbiamente frustrante ma in realtà molto semplice dinamica è ben altra: in un Paese democratico in cui vige lo stato di diritto non si può togliere dalla circolazione (qualunque accezione si voglia dare al termine) un soggetto solo perché adotta idee estremiste. In Francia come in ogni Paese occidentale l’antiterrorismo opera un paziente lavoro di monitoraggio di ambienti «caldi»: Internet, prigioni, moschee e entourage di noti estremisti. Soggetti che, in un modo o in un altro, finiscono nel mirino perché giudicati estremisti (e già questa è una valutazione complessa: chi è un estremista non è sempre di facile definizione) vengono poi monitorati.
Esistono però enormi limiti a questa attività. In primis di risorse. I francesi dichiarano che 16.000 soggetti sono schedati come «Fichier S». Calcolando che ci vogliono circa una ventina di effettivi per monitorare un soggetto giorno e notte (sia per strada che telematicamente), ci vorrebbe quindi un esercito di più di 300.000 uomini solo per sorvegliare sospetti terroristi. Sebbene la Francia abbia un problema quantitativamente più grave di ogni altro Paese europeo, nessuno possiede risorse di questo tipo.
E anche se, per pura ipotesi, esistessero, ci sono delle garanzie di diritto da considerare. Per sorvegliare un soggetto ci vuole un’autorizzazione giudiziaria che comunque è sempre a tempo limitato. In sostanza, non si può operare una sorveglianza erga omes e ad aeternum. L’intelligence deve quindi operare delle scelte dolorose, basandosi su una prognosi che è inevitabilmente soggettiva, e decidendo di concentrare le proprie risorse più sul soggetto A che sul soggetto B. I francesi ci hanno preso martedì scorso, quando hanno arrestato due terroristi a Marsiglia con tanto di pistole ed esplosivi pronti a compiere attentati contro un candidato alle elezioni. Non hanno saputo predire che Karim Cheurfi si sarebbe recato sugli Champs-Élysées a sparare all’impazzata.
È più che possibile che degli errori siano stati commessi e segnali sulle intenzioni di Cheurfi non siano stati colti. Ma se non avevano indicazioni che Cheurfi stesse per compiere un attentato, cosa potevano fare i servizi francesi? Prenderlo per strada e sparargli a freddo, come spesso fanno le polizie di molti Paesi africani o mediorientali? Nei primi anni dopo l’11 settembre la Cia, spesso coadiuvata da servizi europei faceva meno, rapendo sospetti terroristi dalle nostre strade e mandandoli in Paesi arabi, dove spesso venivano torturati. Erano le cosiddette rendition, vista da noi nel caso Abu Omar, che è finito con una sfilza di mandati d’arresto per gli agenti della Cia coinvolti e conseguenze importanti anche per i nostri servizi. In Francia si è parlato di internare i «Fichier S», ma la proposta ha fatto rabbrividire non solo i paladini dei diritti umani.
Chiedere di snaturare le nostre democrazie «eliminando» chiunque abbia idee estremiste (e quanto estremiste? Un «like» ad un post jihadista su Facebook basta? O ce ne vogliono due?) è una reazione di pancia, dettata da una giusta e comprensibile rabbia, ma sbagliata. Purtroppo non esiste una soluzione che magicamente risolva il problema. Maggiori risorse aiuterebbero l’antiterrorismo a monitorare a più stretto giro un numero maggiore di soggetti. Ma anche il migliore dei servizi non può intercettare tutto e, in una fase di terrorismo spontaneista come quello che stiamo vedendo, predire chi dall’oggi al domani decida di usare una macchina come un ariete o sparare sulla folla.