la Repubblica, 22 aprile 2017
Francia, il voto dei terroristi
I terroristi hanno votato giovedi sera sui Campi Elisi. In anticipo di due giorni sulle elezioni presidenziali di domenica. Ma non si conoscono ancora gli effetti della loro scelta. Meglio, non si sa chi ne usufruirà. L’incognita non riguarda solo la Francia. È interessata anche l’Europa. Della quale è in gioco l’avvenire sulle sponde della Senna. Se il suffragio assassino espresso sui Campi Elisi susciterà tanta paura da favorire l’estrema destra comincerà una non lenta disgregazione dell’Unione europea. Il Front National vuol chiudere i confini nazionali, e non nasconde la xenofobia, in particolare l’islamofobia. Al suo sessantesimo anno l’Unione Europea, già ferita dalla Brexit e dal disamore degli europei, avrebbe una vita difficile. O breve. Con il poliziotto falciato dalla raffica sui Campi Elisi e anche con le vittime del Bataclan e di Nizza e di Berlino e di Bruxelles e di Londra, i terroristi vogliono uccidere l’Europa. L’elezione presidenziale francese è un’ottima occasione per compiere il delitto. Per i terroristi i partiti ostili ai milioni di musulmani insediatisi sul nostro Continente sono i nemici favoriti. Hanno lo stesso obiettivo: rendere difficile la coabitazione tra le comunità e impedire che i musulmani immigrati diventino europei, e che si inquinino, si confondano le identità etniche o nazionali. Per i terroristi l’assimilazione è una resa. Sanno scegliere i luoghi dei loro attentati. Quelli simbolici, famosi, colpiscono le fantasie. Se violati feriscono i sentimenti. Quando il trentanovenne Karim Cheurfi ha accostato l’automobile a quella della polizia e con una prolungata raffica di mitra ha ucciso un agente e ne ha feriti altri due, sui Campi Elisi i riflettori e i lampioni illuminavano l’Arco di Trionfo e l’obelisco egiziano di Piazza della Concordia, all’altra estremità della strada lampeggiante. Ancora più in là, dopo il fiume di luci e il giardino delle Tuileries, la piramide del Louvre era opaca e ormai deserta nella penombra. Il parco del palazzo presidenziale dell’Eliseo era immerso nell’oscurità a metà dei Campi Elisi. Per votare col mitra, nella Parigi primaverile, non c’era luogo migliore. L’ attenzione, non solo della Francia, era garantita. La cornice dei monumenti era adeguata all’importanza della posta in gioco. L’ azione terroristica compiuta all’altezza del numero 104 dei Campi Elisi, quando erano circa le ventuno del 20 aprile, ha strappato molti elettori dall’incertezza. Erano in tanti, almeno uno su quattro, a non sapere chi scegliere tra i quattro candidati favoriti nella gara democratica per la carica di ottavo presidente della Quinta Repubblica. Un monarca repubblicano che dura cinque anni e ha ampi poteri. Assai più estesi di quelli di un capo dello Stato in un sistema parlamentare. C’ era chi esitava tra François Fillon, candidato del centro destra, e Marine Le Pen, presidente del Front National, l’estrema destra. E molte opinioni convergevano verso Emmanuel Macron, il trentanovenne che con il suo movimento “En Marche!” sfugge all’erosione delle espressioni tradizionali, come destra e sinistra, e cerca di offrire qualcosa di simile a un limbo politico. In realtà è un centrismo cauto, che attira i riformisti della sinistra e i moderati della destra. Il candidato della “Francia insubordinata”, Jean-Luc Mélanchon, con un cuore socialdemocratico e un linguaggio da truibuno estremista, raccoglieva folle imponenti ma consensi virtuali forse non sufficienti per essere ammesso al ballottaggio. Gli ingannevoli riflettori dei sondaggi erano puntati su Marine Le Pen e Emmanuel Macron. Due personaggi che incarnano la profonda mutazione subita dalla società politica. È praticamente scomparsa la democrazia di rappresentazione in cui il partito rispondeva a una domanda sociale, era l’immagine più o meno esauriente di un gruppo sociale o di un insieme di opinioni. Adesso il candidato fa delle proposte alle quali gli individui possono aderire. Si è passati, dice il sociologo Pierre Rosanvallon, dal sistema della domanda al sistema dell’offerta. Il partito di destra democratica “Les Républicains”, erede un po’ bastardo del gollismo, e il partito socialista non avevano candidati, per la prima volta nella Quinta Repubblica, cioè dal 1958, apparentemente in grado di partecipare al finale del 7 maggio, allo scrutinio decisivo per l’elezione del capo dello Stato. Erano state sorprendenti alle elezioni primarie di destra e di sinistra le eliminazioni di leader considerati inaffondabili. A destra sono stati sconfitti Alain Juppé, ex primo ministro ed ex ministro degli Esteri, e Nicolas Sarkozy, ex presidente della Repubblica. A sinistra Manuel Valls, l’ex primo ministro socialista. Senza contare la rinuncia a ripresentarsi di François Hollande, il solo capo dello Stato a non riproporsi per un secondo mandato. Il suo partito è andato in frantumi. Il candidato designato dalle primarie, Benoit Hamon, giudicato troppo a sinistra, è stato snobbato o abbandonato da molti suoi compagni, schieratisi con Emmanuel Macron. Persino alcuni ministri socialisti di rilievo si sono schierati con il giovane (39 anni) capo di “En Marche!”, al punto da dare l’impressione che Hollande consideri Macron il suo delfino segreto. Cosa non del tutto gradita all’interessato che teme di ereditare l’impopolarità del presidente socialista. Marine Le Pen sembrava in tutti i casi ammessa al ballottaggio, ma era anche data perdente chiunque fosse il suo avversario. Quindi bocciata come prima donna presidente della Repubblica. Emmanuel Macron l’avrebbe sconfitta con più di dieci punti di vantaggio. E cosi François Fillon, sia pure con minor distacco, se avesse superato l’handicap degli scandali familiari ( stipendi alla moglie Penelope e ai figli come finti collaboratori parlamentari). Ma l’attentato dei Campi Elisi ha rilanciato il problema della sicurezza, del terrorismo, e di riflesso quelli dei migranti e dei profughi. Da ieri mattina Marine Le Pen e François Fillon hanno appesantito le accuse al governo ritenuto colpevole di non avere combattuto con la dovuta efficacia la minaccia islamica. Entrambi, con accenti variabili, hanno promesso di chiudere i confini, di abolire gli accordi di Schengen, A due giorni dal primo voto il clima elettorale è bruscamente cambiato. Ed anche gli scenari possibili, come le previsioni. In teoria gli attentati dovrebbero favorire leader e partiti autoritari. In realtà il Front National non ha usufruito in larga misura dei massacri del gennaio 2015, di cui furono le vittime i disegnatori e i giornalisti di Charlie Hebdo, insieme agli ebrei dell’Hyper Cacher a Parigi; del novembre 2015, quando furono uccisi i tifosi dello Stadio di Francia, i clienti del Bataclan e delle terrazze dei caffè parigini; del giugno 2016, quando a Magnanville furono trucidati due funzionari di polizia; del 14 luglio 2016, quando fu insanguinata la festa nazionale sulla Promenade des Anglais a Nizza da un camion guidato da un jihadista kamikaze; e sempre nel luglio 2016 quando fu assassinato padre Jacques Hamel, nella chiesa di Saint-Etienne-de-Rouvray. Senza contare i falliti attentati contro dei militari all’aeroporto di Orly e nel Museo del Louvre. Il Front National è arrivato a ottenere i consensi di quasi un francese su tre, per poi discendere a un 22 per cento, come indicano i sondaggi compiuti prima dell’attentato sui Campi Elisi. La sua crescita, rispetto al vecchio Front National, è stata attribuita alla revisione del linguaggio, all’abbandono dei temi (come l’antisemitismo, la difesa del collaborazionismo durante l’occupazione tedesca, e il filo colonialismo) dei tempi di Jean-Marie Le Pen, il padre ripudiato da Marine. Il populismo che ha fatto crescere il Front National fino a portarlo sulla soglia del Palazzo presidenziale dell’Eliseo, senza tuttavia avere finora la forza sufficiente per varcarlo, è basato sul rigetto delle élites. Non solo dell’oligarchia finanziaria, delle banche in particolare, ma anche di chi ha accesso alla parola (governanti ma anche intellettuali, giornalisti, tecnocrati) e a mezzi economici che consentono un potere d’acquisto negato alle classi medie, frustrate dalla crisi e convinte di essere vittime di una confisca di loro vecchi diritti. Il terrorismo e i problemi riguardanti l’immigrazione remergono in occasione degli attentati. Ed è allora che arriva come un’ondata il timore di un Front National capace di mettere in crisi non solo la Francia.