Corriere della Sera, 22 aprile 2017
I 15 minatori italiani uccisi dal gas. L’altra Marcinelle dimenticata
«Così ho visto il Bonetti in terra, lì vicino. L’ho tirato verso di me e mi sono accorto che era morto». È la voce di Angelo Da Dalto, l’unico superstite della tragedia accaduta nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1966 in una galleria d’adduzione dei cantieri idroelettrici tra la Val Bedretto e la Val Bavona, nell’alto Canton Ticino. Quella notte morirono 17 lavoratori, uccisi dai gas tossici esalati nel cunicolo: 15 erano italiani, le altre vittime erano due pompieri di Locarno.
Sei mesi prima, il 30 agosto 1965, a Mattmark, nel Canton Vallese, una valanga aveva investito il cantiere per la costruzione di una imponente diga: 56 degli 88 morti erano italiani. Dieci anni prima, l’8 agosto 1956, un incidente nella miniera carbonifera di Marcinelle, in Belgio, aveva sterminato 262 minatori, 136 dei quali erano italiani. I morti della galleria di Robiei-Cruina-Stabiascio semplicemente non esistono nella nostra memoria collettiva, erano ventenni e trentenni per lo più.
Dalla testimonianza di Da Dalto, rilasciata 25 anni fa, prende avvio il libro di Erminio Ferrari, «Cielo di stelle» (pubblicato da Casagrande), che rievoca i fatti di quella giornata e di quella notte seguendo «un filo di memorie» sue e altrui.
Angelo e Piero Bonetti erano entrati in galleria poco prima di mezzanotte: «Il Bonetti era venuto a chiamarmi dicendo che avevano telefonato da Locarno per dire che in tre non erano usciti da Robiei. Il Bonetti mi ha anche detto che gli era stato chiesto se avevamo delle maschere antigas. “Come mai?”, gli ho chiesto, ma non mi ha saputo rispondere. Insomma siamo entrati». I due operai avanzano per 600-650 metri, svengono e a svegliarsi, dopo un’ora, è solo Angelo: «Ero disorientato e non capivo più bene dove mi trovavo. Poi, per fortuna, ho pensato di guardare da che parte scorreva l’acqua nella rigòla». Angelo intravede poco distanti i fari di un vagoncino, striscia verso l’uscita seguendo la direzione dell’acqua e verso l’una riesce a dare l’allarme.
Cos’era successo? Ferrari ricostruisce bene la dinamica degli eventi. Le infiltrazioni d’acqua, che impedivano di lavorare all’asciutto dentro i cunicoli, imponevano continui svuotamenti della galleria con il pericolo rappresentato dalla presenza di gas, un’«ariàscia» che esalava dalle profondità. L’operazione avrebbe spinto i minatori oltre una porta di legno, dove l’ossigeno cominciava a mancare e l’acqua continuava a salire. I primi morti sono, già nel pomeriggio, i due pompieri e il minatore Falconi e mentre da un capo della galleria i soccorritori e i sommozzatori erano già all’opera, dall’altro l’allarme non era ancora arrivato, non si sapeva del gas e non si sapeva dei morti. Insomma, i lavori ripresero come sempre e altri operai, ignari, andarono incontro alla morte per asfissia.
Nei giorni successivi all’incidente, si cercò un capro espiatorio: era il capo-minatore Vittorio Chenet, detto «Kennedy». Era lui che aveva aperto la porta stagna oltre la quale c’era l’«aria cattiva». Ma: «Il gas, nessuno ci aveva avvertiti del gas», ripeteva l’operaio Mario Chivilò. Il bellunese Chenet aveva cinquant’anni, aveva tre figlie (rimaste al paese), era un vecchio lupo di miniera e se avesse saputo del gas non si sarebbe addentrato.
Il bergamasco Luigi Ranza è stato trovato morto con la sigaretta tra le dita, aveva 39 anni, era su uno dei vagoncini che stavano uscendo dalla galleria per portare in mensa i minatori: i soccorritori l’hanno trovato seduto, composto, accanto ad altri compagni, compresi il diciannovenne valtellinese Enrico Barilani, il «caposciolta» Silvio Maglia, chino sulla leva della motrice. Il libro racconta il viaggiare dell’autore (l’io narrante) nei luoghi e tra sopravvissuti, vedove, orfani.
Va a trovare i testimoni e li ascolta: «Così li abbiamo tirati fuori, li abbiamo posati sul trenino e siamo usciti dalla galleria», ricorda il soccorritore Emilio Bianchetti. È lui che ha trovato Chenet, accasciato accanto alla porta. Ferrari non dimentica il contesto, il prima e il dopo, comprese le iniziative di James Schwarzenbach contro l’«inforestierimento». Spiega che cos’era l’«anemia del Gottardo», l’infezione derivata dalle spaventose condizioni igieniche in cui lavoravano i minatori. Evoca le parole dello scrittore ticinese Plinio Martini a proposito dei lavoratori italiani che arrivavano in Svizzera: «Vengono qui a scavarci le gallerie, a costruirci le strade e le case, a fare quei lavori che oggi noi, troppo ricchi, disdegniamo».