Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  aprile 21 Venerdì calendario

I dolori del giovane Gramsci

Peppina Marcias e Francesco Gramsci ebbero sette figli. Il quarto nacque ad Ales, a settanta chilometri da Cagliari, alle undici del 22 gennaio 1891, di giovedì. Gli misero il nome di Antonio, in onore di sant’Antonio Abate, che ricorre il 17 gennaio. “Era un bellissimo bambino, con grandi occhi azzurri e riccioli biondi, vivacissimo. Ma all’età di diciotto mesi, tutto a un tratto gli si formò un gonfiore sulla colonna vertebrale”.
Sin da piccolo, Antonio Gramsci fu deformato da una gobba. Su Gobeddu, il gobbetto in sardo. “Nino”, come lo chiamavano tutti, fu colpito dallo stesso morbo che rese fragile Giacomo Leopardi. Il morbo di Pott: spondilite tubercolare, laddove il bacillo di Koch s’insinua nelle vertebre. Una malattia curabile, chirurgicamente, ma che lasciata a se stessa diventa implacabile. E Gramsci, come Leopardi, morì senza diventare vecchio. Un secolo separa le due morti. Leopardi spirò nel 1837, a 39 anni. Il quarantaseienne Gramsci il 27 aprile 1937, ottant’anni fa.
L’infanzia di Nino è il secondo capitolo dell’ultimo lavoro di Angelo d’Orsi, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e gramsciologo di fama: Gramsci. Una nuova biografia. Il libro dello storico, allievo di Norberto Bobbio, è una preziosa ricerca che sistematizza e aggiorna l’opera originale, a tratti geniale, di quello che ancora oggi resta il pensatore italiano più studiato nel mondo. Gramsci fu un comunista unico in quel “mondo grande e terribile”, come soleva ripetere nelle sue lettere indirizzate alle sorelle russe Schucht, la moglie Giulia e la cognata Tatiana. Unico rispetto ai giganti Marx e Lenin e poi di fronte all’internazionalismo senza sbocchi di Stalin e Togliatti. Da studioso onnivoro e curioso, Gramsci celebrerà la sua epifania di filosofo e teorico durante la tragedia della galera fascista, vergando i trentatré Quaderni dal carcere, “oltre tremila pagine riempite” con grafia nitida e minuta. Arrestato l’8 novembre 1926 a Roma, da deputato e da segretario generale del Partito comunista d’Italia, il partito nato dalla scissione di Livorno del Psi, nel 1921, Gramsci cominciò i Quaderni tre anni dopo nel carcere di Turi, a Bari, quando gli venne concesso il permesso di scrivere in cella.
La malattia, meglio, le malattie lo accompagneranno sempre. Un dolore costante, che lo seguirà dalla Sardegna alla fase torinese, infine a Roma e in carcere. L’origine, appunto, in quel morbo di Pott che per decenni, ricorda d’Orsi, fu attribuito a una caduta dalle braccia della domestica di casa Gramsci. In realtà, fu la stessa famiglia di “Nino” ad accreditare questa versione, vergognandosi del morbo che aveva colpito il figlioletto. Per curarlo, scrive d’Orsi, “al bimbo furono inflitte solo inutili, assurde sofferenze”. Ecco la testimonianza di un’amica dei fratelli Gramsci: “Tia Peppina, poveretta, le provava tutte, per combattere il male. Era confusa, e sempre con quest’aria di spavento. Lo metteva sdraiato per fargli lunghi massaggi con tintura di iodio, e nulla. La noce ingrandiva ogni giorno di più. Così decisero di andarlo a far vedere a Oristano. Lo fecero vedere anche a Caserta: tiu Gramsci lo aveva portato da uno specialista. Al ritorno, la cura consigliata era di tenerlo appeso a una trave del soffitto. Gli avevano combinato un busto con anelle. Nino indossava il busto, e tiu Gramsci o Gennaro (il fratello maggiore, ndr) lo mettevano agganciato al soffitto lasciandolo sospeso per aria. Si pensava che fosse questo il modo giusto per raddrizzarlo. Ma l’ingrossamento sulla schiena e poi anche davanti aumentò, e mai c’è stato rimedio”.
Quando ventenne si trasferì a Torino, in un’altra fase cruciale della sua vita, dal giornalismo al biennio rosso della “rivoluzione mancata”, il socialista Gramsci fu devastato da altri mali: “Sopraffatto da una grave forma di esaurimento nervoso, spossato dalle vertigini, straziato dal mal di capo, il giovane si trovò costretto a ricorrere all’oppio per sopportare i dolori che lo affliggevano”.
Ovviamente, il carcere aggraverà la sua fragilità fisica, aggiungendo nuove patologie. Siamo nel 1931-‘32: “Alle sofferenze dell’apparato digerente si univano dolori a quello respiratorio. Il quadro impietoso veniva completato con un dettaglio terribile: ‘Egli non può masticare: a causa dell’uricemia cronica gli sono caduti i denti. Può mangiare solo alimenti liquidi, oppure macinati’”. Negli ultimi due anni di vita, infine, Gramsci “era, ormai, un invalido, affetto da malanni gravi (al morbo di Pott, che continuava a tormentarlo, si era aggiunta la tbc polmonare), e meno gravi (idropisia, insonnia), che aveva perso quasi tutti i denti molari, soggetto a violentissime crisi di emicrania, ed emottisi”.
Il filo tragico e irreversibile del male fisico fa risaltare ancora di più la grandezza dell’opera e del pensiero gramsciani, di cui d’Orsi offre un sistema completo, intrecciato agli eventi che scandirono la breve vita di uno dei fondatori del Pcd’I. Fuori dal recinto del dogmatismo materialista, il comunismo per Gramsci non fu mai una Chiesa ancorata alla dottrina del fatidico marxismo-leninismo. Anzi, non fu mai Chiesa. Semmai un pensiero in divenire calato nella storia, per liberare gli oppressi dalle loro catene. Umanismo integrale e storicismo assoluto. Un’eresia coltivata in una situazione paradossale: isolato in carcere ma ancora segretario del Partito. E tutte le sue intuizioni, dal concetto di egemonia ai gruppi subalterni, al ruolo degli intellettuali e della classe dirigente, all’assurda svolta stalinista contro la socialdemocrazia, rilette oggi in d’Orsi sono facilmente sovrapponibili alle odierne miserie politiche, non solo italiane. Ecco perché Antonio Gramsci continua a vivere.