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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Quando criticare il vaccino Hpv non era anti-scientifico

Per capire come si mette su una caccia alle streghe bisogna mettere per un attimo da parte il dibattito sull’efficacia dei vaccini per parlare, invece, di coerenza. Nello specifico, di quella del Foglio che oggi attacca Report, ma che nel 2011 pubblicava articoli contro il vaccino Hpv. A sostegno, gli archivi e la memoria: mostrano come, oltreché dell’evidenza scientifica, ciò di cui ci si preoccupa è essere dalla parte politicamente corretta. È una precisazione obbligata: se è probabile che uno spettatore di Report guardando il programma lunedì sera possa aver pensato che il vaccino Hpv sia dannoso, secondo lo stesso principio i lettori del Il Foglio potrebbero pensare che gli articoli contro Report con cui è stato farcito il quotidiano il giorno dopo rispecchino in modo univoco l’identità del giornale. Ma non è proprio così.
“In fatto di vaccini siamo purtroppo, sotto il profilo sociale, in una fase problematica – si legge nell’incipit di un pezzo in prima pagina sul caso Report pubblicato mercoledì –. Si è diffusa, anche in Italia, una dissennata resistenza alle vaccinazioni – di cui anche il Foglio ha più volte denunciato l’inconsistenza scientifica e la pericolosità”. Ieri, nella rubrica delle lettere, il direttore Claudio Cerasa ha invece scritto: “Il tic antiscientifico che osserviamo oggi con timidezza nasce in un contesto preciso che è bene inquadrare: la volontà diffusa di voler dare pari dignità a tutti i cittadini per essere davvero uguali tra noi. Secondo questa logica, le élite non esistono, la classe dirigente è corrotta, un medico radiato vale come un medico non radiato, un blog vale l’Oms e uno vale uno”.
Insomma, la questione vaccini è la questione Grillo o, più in generale, un altro epifenomeno del cosiddetto “populismo”. E allora non si spiega perché andando indietro di qualche anno si scovino proprio sul Foglio alcuni articoli (di cui si trova fortunosamente ancora traccia online) su dubbi e incertezze, se non vera e propria contrarietà, riguardo al vaccino Hpv, quello di Report. Per dirla col direttore, articoli che nascono “in un contesto preciso che è bene inquadrare”.
28 gennaio 2011: sul Foglio viene pubblicato un pezzo di Nicoletta Tiliacos, che racconta l’elenco dei farmaci considerati come sorvegliati speciali dall’Agenzia francese sulla sicurezza sanitaria (Afssaps). Tra questi, il Gardasil, uno dei vaccini contro il papillomavirus (Hpv). Scriveva il Foglio: “Proprio quello che Livia Turco, ministro della Salute del governo Prodi, pensò bene di promuovere in Italia mettendolo a carico del Servizio sanitario nazionale – primo Paese al mondo – e consigliandolo a tutte le ragazzine (…) Stiamo parlando di un vaccino di cui è riconosciuta l’efficacia solo sul 65 per cento dei ceppi di papilloma virus, di cui non si conoscono gli effetti sui ceppi non coperti, e che mai può sostituire il Pap-test in età adulta, vera strada per identificare precocemente il pericolo di tumore al collo dell’utero, al quale l’Hpv è associato (lo dice l’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano)”.
L’articolo parla poi dei possibili effetti collaterali, delle loro segnalazioni, del fatto che negli Stati Uniti, nel 2009, la scheda tecnica del Gardasil fosse stata aggiornata per includere avvertenze su possibili sincopi post-somministrazione. “In Italia – era la conclusione dell’articolo – quello stesso vaccino gode di una martellante promozione, forse degna di miglior causa”.
A novembre dello stesso anno, c’è addirittura una lettera appello al ministro della Salute. Il titolo della missiva, firmata da Roberto Volpi, ospitata ancora oggi sul sito del Foglio, è inequivocabile: “Gentile ministro della Salute, ci liberi del vaccino più inutile che ci sia”. È il vaccino Hpv, quello contro il papilloma virus. Si fa riferimento al suo costo esorbitante, alla “solita volata” italiana ai vaccini e si conclude con un’osservazione senza scampo: “Trattandosi di virus dall’incubazione lunghissima, per valutare l’efficacia del vaccino si dovranno attendere 30-40 anni. Poiché il vaccino copre il 70 per cento delle forme neoplastiche, non si può neppure trascurare il rischio che la vaccinazione lasci spazio agli altri implicati nello sviluppo tumorale”.
Dei dubbi sollevati in Danimarca e in Giappone, ma con un contro canto scientifico più dettagliato e puntuale, ha parlato poi anche il Corriere della Sera in un articolo del 4 gennaio del 2016. Ecco l’incipit: “Nonostante le numerose prove di efficacia e sicurezza, le discussioni legate alla possibile comparsa di effetti avversi dopo la somministrazione del vaccino contro il Papilloma virus umano (Hpv) non si placano. Il vaccino rende immuni da vari tipi di tumori (…) e le autorità che lo hanno approvato, a cominciare dall’Agenzia Europea dei Medicinali (Ema), sono certe della sua validità. Periodicamente però tornano nelle pagine di cronaca singoli casi di effetti avversi o compaiono studi che sollevano preoccupazioni su possibili controindicazioni ed effetti collaterali”. Senza considerare il contenuto, è comunque il segno che il dibattito sul tema sia quanto meno degno di cronaca.
Si torna allora al Foglio di mercoledì. Un pezzo a pagina 2 si intitola “Quelle ben poco casuali omissioni di Report”. Le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma Cerasa (che lo dirige dal gennaio del 2015) avrebbe potuto citare le precedenti posizioni del suo giornale. Magari è stata una “casuale omissione”.