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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Il tramonto del «socialismo della benzina» di Chavez

Alla fin fine il regime instaurato nel lontano maggio 1961 a Cuba da Fidel Castro, con la protezione dell’Urss (sino al 1991) e gestito di fatto negli ultimi anni da suo fratello Raùl, continua a battere tutti i record di permanenza al potere nell’ambito di un Continente dove pur si sono susseguite nel corso del tempo alcune dittature personali e familiari di lunga durata. E che oggi, oltretutto, non deve più vedersela, in cambio di una revisione “a gocce” delle sue prescrizioni autoritarie, con gli Stati Uniti, il suo avversario per eccellenza da più di mezzo secolo.
Al confronto con quello che è rimasto del regime chávista, dopo la scomparsa nel marzo 2013 dell’uomo che lo tenne a battesimo nel 1999 in nome di una cosiddetta “neo-rivoluzione bolivariana” – e che aveva contribuito anche a reggere le sorti economiche di quello castrista con le risorse del petrolio venezuelano – il successore di Chávez Nicolas Maduro sembra ormai giunto al capolinea: malgrado il semigolpe che a fine marzo ha esautorato il Parlamento di Caracas, la cui maggioranza fa capo ai partiti dell’opposizione.
La crisi economica s’è infatti ulteriormente aggravata, nonostante le enormi riserve di greggio possedute dal Paese ma le cui esportazioni sono per lo più bloccate da tante difficoltà operative e di trasporto (anche dopo l’ammorbidimento dell’embargo americano): al punto che scarseggiano persino alcuni generi alimentari di prima necessità, mentre il crescente malessere sociale è sfociato in ripetuti e violenti scontri di piazza e in un’ondata incessante di proteste da parte della gente sempre più esasperata. Così che c’è da chiedersi se dalla fedeltà o meno dipenderà la sopravvivenza di quella specie di “socialismo con la benzina” di cui Hugo Chávez era stato l’artefice e col quale aveva aiutato alcuni paesi da lui considerati “fratelli” come la Bolivia di Evo Morales (il cosiddetto “Lenin indio de Cochabanba”) e l’Ecuador del “cristiano di sinistra”, con un passato di boy scout, Rafael Correa.
Nel frattempo, dopo che quest’ultimo “caudillo”, proclamatosi “paladino dei poveri e degli indios”, in carica dal 2007, non aveva più potuto ricandidarsi dopo tre mandati di fila, le recenti elezioni presidenziali hanno visto comunque il successo del candidato da lui sostenuto, il socialista Lenin Moreno, sia pur di strettissima misura e perciò contestato dal suo rivale, il conservatore ed ex banchiere Guillermo Lasso. Anche in Bolivia Morales, il cui mandato scade quest’anno, non potrà più restare alla presidenza per la quarta volta e si tratta quindi di vedere come andranno a finire le nuove elezioni in un Paese spaccato da tempo in due zone nettamente distinte sotto il profilo politico ed economico-sociale.
In un’altra contrada come il Paraguay appare oggi in bilico la riconferma di Horacio Cartes, che a tal fine sta tentando di modificare la Costituzione ed è perciò osteggiato in prima fila da tanti giovani che ai primi di aprile sono giunti ad assaltare il Parlamento, reo di avallare i piani del presidente in carica per farsi rieleggere in un Paese che ha conosciuto in passato, fra il 1954 e il 1986, con Alfred Stroessner, la più longeva dittatura in Sudamerica dopo quella cubana.
Di fatto, nel Cono Sud sembra oggi, dopo l’insperato successo riportato in Colombia da Juan Manuel Santos mediante l’accordo con le Farc che ha messo fine a una lunga guerra civile, che non esistano più motivi di gravi tensioni politiche sia in Argentina (con il liberale Mauricio Macri, divenuto presidente dopo la fine del regime peronista risorto per opera dei coniugi Kirchner), sia in Perù (dove un altro liberale Pedro Pablo Kuczynski sta gestendo alcune riforme e la transizione politica del suo Paese, in quanto non può essere rieletto per un secondo mandato) e pure in Cile (dove, alla scadenza a novembre del mandato presidenziale di Michelle Bachelet, si daranno battaglia un candidato di destra Sebastian Pinera, il socialista Ricardo Lagos e un indipendente Alejandro Guiller).
Pare invece che, proprio mentre sta profilandosi qualche tangibile segnale di ripresa economica, il Brasile (annoverato per parecchio tempo fra le nuove potenze mondiali emergenti) non debba ancora trovar pace. E ciò in seguito alle indagini della magistratura sulle modalità con cui sono stati impiegati a suo tempo i fondi destinati alle Olimpiadi di Rio de Janeiro dell’agosto 2016, da cui potrebbe risultare coinvolto pure l’attuale presidente Michel Temer, per cui sorgerebbe eventualmente un altro caso spinoso di impeachment dopo quello che ha atterrato l’ex presidente e beniamina politica di Lula, Dilma Rousseff.