21 aprile 2017
APPUNTI SUI FRATELLI INZAGHI PER LA VERITA’
DOMENICO MOTISI, SPORT.SKY.IT 5/4/2017
Simone e Pippo, stagione di riscatti (e di finali)
Non poteva festeggiare un compleanno migliore. Simone Inzaghi perde il derby 3-2 ma raggiunge la finale di Coppa Italia dopo il 2-0 dell’andata e celebra i suoi 41 anni regalandosi la possibilità di vincere il primo trofeo da allenatore della Lazio. Tuttavia, Simone non è il primo Inzaghi che in questa stagione arriva a giocarsi un titolo in una finale: il fratello maggiore, Filippo, deve ribaltare l’1-0 dell’andata a Matera per aggiudicarsi la Coppa Italia di Lega Pro da allenatore del Venezia. In ogni caso, si tratta di una stagione - ancora da concludere - estremamente positiva sia per il laziale sia per Super Pippo.
Tutt’altro che "Loco" – Se c’è una caratteristica che può essere attribuita a Simone Inzaghi, questa è la sua compostezza. Un allenatore che non ha mai alzato i toni e che ha sempre saputo tenere in pugno la squadra anche nei periodi più difficili. Le sconfitte in campionato contro Roma e Chievo (partite entrambe terminate con episodi di grande nervosismo come nei casi Cataldi-Strootman e Tounkara) sono stati i momenti più turbolenti - e superati senza patemi - in una stagione che sta andando al di là di ogni aspettativa. E pensare che nel progetto di Lotito, Simone Inzaghi doveva essere l’allenatore della Salernitana (altra squadra di proprietà del presidente romano). Il designato ad occupare la panchina biancoceleste era il "Loco" Marcelo Bielsa che – facendo fede al suo soprannome – decide di non presentarsi a Formello a due giorni dal ritiro. Lotito "ripiega" così su Simone Inzaghi, già allenatore della Lazio nel finale della scorsa stagione ma già pronto a ripartire dalla B alla guida dei campani. Con il senno di poi, è andata bene: l’allenatore piacentino è in lotta per la zona Champions, ha saputo gestire talenti come Felipe Anderson e Keita, ha contribuito all’esplosione di Milinkovic Savic e alla rinascita di Immobile, ha riportato la Lazio alla vittoria del derby dopo quasi quattro anni e adesso ha conquistato la finale di Coppa Italia. Non sarà “pazzo” come Bielsa ma a far impazzire i suoi tifosi ci sta riuscendo benissimo.
Super Pippo in laguna – Altrettanto esaltante (almeno finora) anche l’avventura a Venezia del più grande dei fratelli Inzaghi. Avevamo lasciato Pippo sulla panchina del Milan, al decimo posto, lontano dall’Europa e – successivamente – anche da quella società a cui aveva dato e dalla quale aveva ricevuto tanto. Insieme a Seedorf e Brocchi, faceva parte di quei giovani allenatori ed ex calciatori del rossoneri che – con pochissima esperienza alle spalle – avevano raccolto l’invito del presidente Berlusconi accettando l’incarico in prima squadra, finendo per essere esonerati (non soltanto per demeriti propri). A differenza dei suoi ex compagni, però, Pippo decide di ripartire dal basso, dalla Lega Pro. Il 7 giugno 2016 arriva la chiamata del Venezia, ambizioso club dell’americano Joe Tacopina che si affida a Inzaghi per la risalita nel calcio che conta. Così, mentre Brocchi veniva esonerato a Brescia in Serie B e Seedorf lasciava la panchina dello Shenzhen (Serie B cinese), Pippo vince e convince in laguna. Con il club veneto è attualmente primo nel girone B e conserva un discreto vantaggio su Parma e Padova. Inzaghi punta così alla doppietta: promozione diretta e Coppa Italia di Lega Pro ma per raggiungere quest’ultimo obiettivo dovrà ribaltare allo Stadio Penzo l’1-0 subito dal Matera fuori casa.
Due fratelli, due finali da vincere, due stagioni da protagonisti. Dopo i gol e i trofei in campo chissà che non sia arrivata l’ora di sollevarne qualcuno anche da allenatori. Comunque vada, Simone e Pippo Inzaghi sono riusciti a dare ragione a chi – per convinzione o quasi per caso in seguito alle rinunce altrui – ha deciso di puntare sui due ex bomber.
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A CASA DI PAPA’ INZAGHI
LA GAZZETTA DELLO SPORT 26/11/2016 –
Il pallone di Pippo e Simone Inzaghi è abituato a rimbalzare dappertutto: da Piacenza ad Atene e Yokohama, da Milano e Roma fino a Berlino, da Torino (dove giocarono insieme in Nazionale) a Venezia. C’è però un posto in cui il pallone trova pace. Come la sacca nel quale viene infilato a fine allenamento. Il posto è questa casa bella, grande e accogliente costruita in una via laterale di San Nicolò, a pochi chilometri da Piacenza. Qui vivono papà Giancarlo e mamma Marina, inseparabili da 48 anni. E qui, quando possono, si rifugiano Pippo e Mone come li chiamano i genitori, «anche se prima li chiamavo bomber e adesso mister», sorride Giancarlo. E’ lui che ci accompagna in una visita della casa che diventa un viaggio nella vita e nella carriera dei due figli. Tra foto appese, ricordi di ogni genere («Ho messo da parte tutti i giornali che parlano di loro») e speranze per il futuro emerge la soddisfazione per il momento felice: Pippo è primo in Lega Pro con il Venezia, Simone è a un punto dalla zona Champions con la Lazio.
BABBO NATALE Il viaggio parte dalla palestra, piano -1: «Non staccano mai: calcio, calcio, calcio. Ogni giorno fanno lunghe telefonate per scambiarsi idee e consigli. Quando torna a casa Simone trova Tommaso che ha 15 anni e Lorenzo, che ne ha solo 4 ma calcia benissimo. Mi piacerebbe che Pippo si sposasse, ma niente: pensa solo al pallone. E si gode i nipotini. Li vizia un po’: Tommaso voleva la macchinetta al posto del motorino, i genitori non erano d’accordo, è intervenuto lo zio e ci ha pensato lui». Le pareti della palestra sono tappezzate da articoli e gigantografie. In un angolo c’è un poster speciale: Silvio Berlusconi e Pippo con la Coppa Campioni vinta ad Atene. E’ un regalo del presidente, c’è anche la dedica: «Grazie Pippo, sei il nostro Babbo Natale». Nel maggio 2015 Babbo Natale è stato allontanato dalla casa che aveva riempito di doni: «Pippo resta milanista», racconta papà Giancarlo. «Ha ricevuto tantissimo da questo club e ha dato altrettanto. Avrebbe qualche sassolino da togliersi, ma è troppo serio per fare polemiche». Però ha sofferto: «Era triste, deluso, arrabbiato. E’ stato male, ha somatizzato. Non me l’ha mai detto, ma credo che pensasse di essere confermato. Berlusconi gli promise che si sarebbero incontrati per parlare del futuro. Per alcuni mesi Pippo è stato qui da noi, andavamo spesso a pescare. Poi è arrivata la telefonata del Venezia ed è tornato a vivere». Simone, invece, è rimasto alla Lazio e anche lui ha un presidente ingombrante: «Però Lotito non interferisce. Lo chiama, si informa, ma non va oltre. In estate aveva detto a Mone che gli avrebbe fatto allenare la Salernitana. Poi la trattativa con Bielsa si complicò e Mone mi disse: “Papà, vedrai che allenerò la Lazio”. In poco tempo ha risolto molti problemi. Keita voleva andare via, Mone gli ha parlato: “Stai con me due anni e arriverai tra i primi cinque del mondo”. Guardate come sta giocando».
I RITI L’ascensore interno si apre e sul pavimento c’è il disegno stilizzato di un pallone, compagno di vita: «Quando erano ragazzi in casa avevano il divieto di usare il pallone perché spaccavano tutto. Allora salivano in mansarda, arrotolavano le calze e giocavano a piedi nudi. Un giorno sentii un trambusto pazzesco, li trovai grondanti di sudore ma immobili sul divano. Giurarono che non stavano giocando, ma poi Pippo scese zoppicando: metatarso rotto». In salone c’è un grande televisore che trasmette solo calcio: «Io guardo qui tutte le loro partite. Da solo. Marina le segue dalla tv in camera. Ho collegato anche il computer così posso vedere bene la Lega Pro». In famiglia ci sono i riti propiziatori: «Non ho ancora seguito la Lazio allo stadio, finora è andata bene così. Il giorno della partita ci sentiamo solo dopo il giro delle interviste. Ho visto il Venezia quattro volte e mi hanno fatto piacere gli applausi dei tifosi avversari per Pippo: queste sono le soddisfazioni più importanti per un papà. Un giorno Raiola mi disse: “Con me suo figlio avrebbe guadagnato quattro volte di più”. Lo raccontai a Pippo che mi rispose: “Non me ne frega niente. Ho guadagnato abbastanza”. Lui ragiona così. Il suo procuratore Tullio Tinti è bravo, a volte avrebbe rallentato i rinnovi per far alzare la cifra. Ma Pippo andava in sede da Galliani e firmava senza trattare. Qualche tempo fa gli ho chiesto se il Venezia lo pagasse regolarmente. Mi ha risposto che non lo sapeva, non aveva controllato».
LE MULTE Pippo è più istintivo, Simone più riflessivo. «E’ vero, ma quando si arrabbia... Con la Primavera della Lazio un giorno perdeva 2-0 all’intervallo con il Napoli. Nello spogliatoio si strappò letteralmente la camicia e urlò di tutto alla squadra: alla fine la Lazio vinse 3-2. Il modello di Pippo è Ancelotti, ma a entrambi piace moltissimo Sarri». Pippo quando può scappa qui: «E arrivano delle gran multe. Glielo ripeto sempre: vai piano... Simone invece è diventato proprio romano: ama la città, vive ai Parioli a venti metri da Alessia (la Marcuzzi, mamma di Tommaso, ndr). I loro rapporti sono ottimi. E Gaia (compagna di Simone e mamma di Lorenzo, ndr) è una donna fantastica».
UN ALTRO NIPOTINO Papà Giancarlo è orgoglioso. A volte si commuove: «Pippo e Mone sono due grandi figli. Con valori importanti. Con un forte senso della famiglia. Sono un esempio per i ragazzi. Ogni tanto gli contesto una formazione e allora vanno dalla mamma: “Stasera papà fa il tecnico. Lo sopporti ancora?”. Hanno una venerazione per lei. E Marina passa la vita in viaggio: qualche giorno a Roma, qualche giorno a Venezia. Parte con il brodo, quello buono, o con i cannelloni». Sopra un divano c’è una foto bellissima di Pippo e Simone, che fa trasparire la loro complicità. Tra pochi giorni lì vicino ci sarà l’albero di Natale: «Saremo tutti qui il 24 e il 25, come sempre. E tra dieci anni continueremo a discutere di calcio e a giocare con i nipotini. Ecco, vorrei che Pippo facesse un figlio: è l’unico gol che gli manca». Sulle mensole della sala, tra le numerose cornici, c’è proprio uno spazio libero.
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LA GAZZETTA DELLO SPORT 20/1 –
PIPPO INZAGHI: «JUVE, ATTENTA A SIMONE» – Il primo aprile 2000 Pippo e Simone Inzaghi si abbracciarono in mezzo allo stadio Delle Alpi di Torino: centravanti della Juve contro centravanti della Lazio. Vinse Simone 1-0 e quella partita aprì l’incredibile rimonta verso lo scudetto della squadra di Eriksson. In campo c’erano tanti futuri allenatori: Conte, Zidane, Simeone (autore del gol), Mihajlovic, Ferrara, Montero, Almeyda, Birindelli. E i fratelli Inzaghi, naturalmente. Il campo è sempre quello, le fredde tribune del Delle Alpi si sono trasformate nell’incandescente catino dello Stadium e domenica Simone proverà a fare un altro sgambetto alla Juve. Dopo la sconfitta di Firenze i bianconeri hanno bisogno di tenere a distanza gli inseguitori, ma la Lazio vuole superare l’esame di maturità: per completare la scalata manca il successo contro un top-club. Ogni giorno Pippo Inzaghi parla con il fratello al telefono: lui sa cosa ha in mente Simone. Non può raccontarcelo, ovvio, però può portarci dentro una sfida che per lui ha un sapore speciale. Pippo, che partita sarà? «Conoscendo Simone, va lì e se la gioca. Ed è la cosa giusta: tanto perdere in trasferta con la Juve è normale. Allo Stadium si parte sempre 1-0 sotto grazie all’ambiente fantastico. Allora ci vuole un miracolo, ma la Lazio può farlo. Finora ha disputato un campionato straordinario. Sarà una partita da godere». E’ vero che la Juve va in difficoltà se viene aggredita? «Fosse così semplice… Ha perso quattro volte fuori casa, ma poi ha sempre reagito bene. La Juve non avrà problemi a vincere lo scudetto perché ha molti campioni e grandi professionisti». Lei è rimasto legato alla società bianconera. «Ho un rapporto di amicizia con Andrea Agnelli, ci siamo sentiti per gli auguri di Natale. Andrea ha un grandissimo entusiasmo, la società programma bene ogni mossa ed è sempre in movimento come dimostra la presentazione del nuovo logo. So che Andrea spera di coronare il sogno della Champions, glielo auguro perché ha le potenzialità per vincere in Europa anche se non è facile. Poi alla Juve c’è anche Fabio Paratici, mio miglior amico d’infanzia: sta sempre dietro le quinte ma è un valore aggiunto fondamentale perché è un intenditore di calcio. La Juve è sempre avanti: con Rugani e Caldara stanno già lavorando alla sostituzione futura dei marziani della difesa che non sono più giovanissimi». Lei non ha mai segnato a Torino contro la Lazio. «Vero… Si vede che quando c’era in campo Simone chiudevo un occhio… Mi sono rifatto a Roma con un gol importante per lo scudetto del 1998. Juve-Lazio è stata per anni una rivalità accesa, vera, sentita: è bello che adesso sia di nuovo una grande sfida. Ed è anche merito dell’ottimo lavoro di mio fratello». L’anno scorso Simone si presentò allo Stadium in un momento particolare: lui era appena arrivato e la Juve volava, non ci fu partita. Questa volta sarà diverso? «Un po’ sì, anche se i bianconeri cercheranno il successo dopo aver perso a Firenze. Ma la Lazio potrà giocare tranquilla: non ha nulla da perdere e questo è un bel vantaggio». Un allenatore ex attaccante dà qualche consiglio particolare ai propri difensori quando devono controllare gente come Higuain e Dybala? «Magari attingi a qualcosa del tuo passato, ma da allenatore prepari tutta la squadra e non vai nello specifico del ruolo. Higuain è straordinario e con Dybala forma una coppia pazzesca, ma contro la Juve devi preoccuparti di troppe cose, non solo delle punte». Ha ancora la casa a Torino? «Certo, in piazza Castello. La affitto, spesso a calciatori. Lì ci ha vissuto Ibrahimovic, adesso c’è Acquah». Si aspettava una Lazio così in alto dopo 20 giornate? «Secondo me non ci credeva nessuno tranne Simone… Era una missione impossibile e lui l’ha resa possibile. Eravamo a Formentera in vacanza quando non era chiaro se Bielsa sarebbe arrivato alla Lazio e quindi dove sarebbe andato Simone. Vedevo la voglia di mio fratello, la sua determinazione nel rifiutare altre squadre e nell’aspettare Lotito: se lo sentiva che alla fine avrebbe guidato la Lazio. Poi ha iniziato a lavorare e ha trasmesso alla squadra la sua determinazione. Non sarà facile continuare così, ma lui ha le qualità per riuscirci. Cosa diremmo oggi se Bielsa avesse la stessa classifica conquistata da Simone? Parleremmo di un mago. E invece vedo che si fatica ancora a dire che Simone è proprio bravo. Ma lo sappiamo come funzionano certe cose». Qual è la qualità principale di Simone? «La serenità che trasmette. E poi intelligenza e carisma. Negli allenamenti lo seguono tutti: riesce a “rapire” i giocatori». E’ più bravo a preparare le partite o a cambiarle? «Entrambe le cose. Ha dimostrato elasticità mentale e competenza. A me non piace chi attua un solo sistema di gioco. Lui è stato così intelligente da capire che sono i giocatori a fare la fortuna dell’allenatore. Simone adatta la squadra all’avversario e poi interviene: contro l’Atalanta ha cambiato tre volte sistema di gioco». Questa sarà la stagione della sua consacrazione? «Non bastano trenta partite, dovrà crescere ancora e confermarsi, ma sono felice per lui. Sta vivendo un’avventura straordinaria. Poi lui è laziale e gli fa molto piacere l’amore della gente». Come gestisce lo spogliatoio dal punto di vista caratteriale? «Gli allenatori bravi capiscono le situazioni e si regolano di conseguenza. Simone ha un animo buono e sani principi. Credo che sia un po’ come con i suoi figli: è permissivo, ma se si arrabbia diventa duretto. Immagino sia così anche nello spogliatoio: bastone e carota, si diceva una volta». Fuori dal campo stacca la spina? «Credo sia difficile, nonostante abbia una bellissima compagna e due splendidi figli. Con me parla quasi solo di calcio. E poi rivede due volte le partite della Lazio e cinque volte quelle dei prossimi avversari. Noi siamo fatti così: da sempre col pallone sotto al braccio». Qual è l’ultima discussione tattica che avete fatto? «Prima delle sue sfide con Atalanta e Genoa ci siamo confrontati sulla difesa: meglio a tre o a quattro? Simone ha le proprie idee, ma è aperto al dialogo e al confronto». Simone deve concentrarsi sull’Europa League o può addirittura puntare più in alto? «L’Europa League sarebbe già un grande traguardo: più su c’è solo un sogno. Secondo me la Juve vince lo scudetto, Roma e Napoli vanno in Champions con l’Inter che proverà a inserirsi nella lotta per il terzo posto. E poi per l’Europa League si sfideranno Lazio, Milan, Fiorentina e Atalanta. Io tifo per la Lazio di Simone e seguo con grande passione il Milan. Ma l’Atalanta ha sempre un posto nel mio cuore e faccio i complimenti a Gasperini perché la sua squadra gioca benissimo». Il modello di Pippo Inzaghi è Ancelotti. Qual è il modello di Simone Inzaghi? «Si ispira a Mancini ed Eriksson. Ma Simone è molto legato anche a Beppe Materazzi, che lo fece esordire in Serie A».
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LA GAZZETTA DELLO SPORT 21/4 –
Tutto in un mese. O in un mese e mezzo. Dipende dalla Juve. Se i bianconeri guadagneranno la finale di Champions i destini della lazio e di Inzaghi si decideranno nell’arco del prossimo mese. Quattro partite di campionato (tre all’Olimpico) e la finale di Coppa Italia (che a quel punto sarebbe il 17 maggio, sempre all’Olimpico) che possono regalare ai biancocelesti l’Europa League e un trofeo. Già col primo traguardo la stagione sarebbe estremamente positiva. Con una coppa in più diventerebbe straordinaria.
SPRINT Comunque vada, un vincitore c’è già. È quel Simone Inzaghi che, insediatosi tra le macerie, è stato capace di costruire una squadra in grado di primeggiare. Ora però serve l’ultimo colpo di reni. L’Europa va blindata nelle prossime partite, prima dello scontro diretto con l’Inter, attualmente dietro di cinque punti. Anche perché le prossime tre partite (Palermo, derby e Samp) sono all’Olimpico (poi c’è la Fiorentina fuori). E, con una qualificazione europea in cassaforte, Inzaghi potrebbe affrontare con tutt’altro spirito la finale di Coppa con la Juve.
FUTURO Ma i prossimi saranno giorni caldi per il tecnico anche per definire il suo futuro. Il rinnovo con la Lazio è automatico (per altri due anni) in caso di qualificazione ad una coppa europea. Ma Lotito è pronto a fargli firmare a prescindere un nuovo contratto a cifre maggiori. Più che un premio, sarebbe un riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto. Ed anche la maniera migliore per allontanare certe sirene che arrivano sia dall’Italia (Fiorentina) sia dall’estero (Villarreal e West Ham). La Lazio, però, si guarda pure attorno per evitare di trovarsi impreparata di fronte all’ipotesi (al momento altamente improbabile per non dire impossibile) di un divorzio con Inzaghi. E, in questo senso, un profilo che piace dalle parti di Formello è quello di Sergio Conceiçao, un altro ex rimasto legatissimo ai colori biancocelesti. Il portoghese sta facendo molto bene con il Nantes in Francia e può liberarsi a fine stagione.
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la repubblica 13/4
Si allunga la lista di estimatori/corteggiatori di Simone Inzaghi. Inevitabile, visto che tra i tecnici della Serie A è lui la rivelazione dell’anno. Lo sta seguendo con attenzione la Juventus: il dg Marotta è diventato un suo fan e progetta di portarlo a Torino dal 2018, dopo un’altra stagione alla Lazio. La novità è che invece la Fiorentina pensa a Inzaghi come successore di Paulo Sousa, destinato all’addio a fine campionato. Con Di Francesco e Pioli, Simone è tra i preferiti del club viola. Che in modo indiretto ha già iniziato le manovre di avvicinamento all’allenatore biancoceleste e sarebbe pronto a offrirgli un contratto da 1,5 milioni. Si tratterebbe di un bel salto in avanti per un tecnico che ora guadagna 300mila euro. Lui, Simone, ovviamente dà la priorità a quella che è la sua società da 17 anni: «Per me allenare la Lazio è il massimo, poi nella vita non si sa mai», ha detto in una recente intervista, ed è esattamente quello che pensa.
Da parte sua, Lotito sa che Inzaghi è entrato nel mirino di altri club e presto lo incontrerà per progettare il futuro. Il presidente non ha alcuna intenzione di farselo sfuggire, anche se la trattativa per il nuovo ingaggio è tutta da impostare: il rinnovo automatico del contratto, in caso di qualificazione all’Europa League, prevede la scadenza al 2019 con stipendio raddoppiato, ma siamo sempre su cifre basse per questi livelli.
In ogni caso, Inzaghi ora è concentrato sugli obiettivi (Coppa Italia e appunto Europa League), poi ci sarà tempo per parlare di contratto. La sua idea, sabato a Marassi contro il Genoa, è tornare al 4-3-3, con la coppia titolare de Vrij-Hoedt al centro della difesa. Poi Basta e Radu sulle fasce. A centrocampo, con Parolo e Milinkovic, determinante il recupero del faro Biglia. In attacco il tridente sarà composto da Felipe Anderson, Immobile e uno tra Lulic e Keita. Il bosniaco, affaticato, è ancora in dubbio. Dopo l’inevitabile calo di tensione post-derby, Inzaghi vuole rivedere la Lazio aggressiva capace di imporsi ben 8 volte in trasferta, con 28 punti totali realizzati (26 gol segnati, 19 subiti). Ieri mattina intanto la squadra ha festeggiato i nuovi contratti di Murgia e Lombardi con una grigliata a Formello. Oggi lo stesso Murgia, Anderson e Wallace faranno visita ai bambini in cura presso la Fondazione Santa Lucia. “Special guest”, l’aquila Olympia. E sempre oggi, fino al 12 maggio, via alla prima parte della campagna abbonamenti per la prossima stagione.
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TISCALI.IT 7/4/2017
La settimana d’oro dei fratelli Inzaghi. Simone vola in finale di Coppa Italia con la Lazio, Pippo ipoteca la promozione diretta in B con il Venezia.
Intervistato da Sky Sport, l’ex attaccante del Milan non ha nascosto la propria soddisfazione per il momento vissuto dai lagunari: "Personalmente cercavo una società che mi desse fiducia e che mi facesse lavorare. Qui posso farlo come nelle giovanili del Milan dove ho vinto e mi sono preso grandi soddisfazioni. Non pensavo di fare un campionato cosi’ importante, ma è merito della squadra perché alleno ragazzi fantastici e perché Tacopina ha preso un ds come Perinetti che in questa categoria fa la differenza". Otto punti sul Parma e dodici sul Padova a cinque turni dalla fine sembrano una cambiale in bianco, ma Inzaghi, uno che i conti li ha sempre saputi fare, almeno per i gol realizzati, ha le idee chiare: “Non abbiamo ancora vinto nulla, siamo sulla strada giusta, ma c’è da tenere duro. L’anno scorso il campionato con questi punti sarebbe stato vinto, ma noi dobbiamo affrontare formazioni come il Parma che a gennaio ha fatto una squadra da Serie A. Mancano 5 partite e dobbiamo fare almeno 7 punti".
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LA DIETA DI SUPERPIPPO – SETTE 4/11/2016
SPAGHETTI, POLLO E BRESAOLA: LA DIETA DI SUPERPIPPO– Non è Ferran Adrià né Gordon Ramsay e nemmeno Massimo Bottura. Però il suo personalissimo menu ha fatto il giro del mondo, rotolando ai quattro angoli del pianeta (calcio) come i suoi 70 gol realizzati nelle coppe europee, quarto calciatore di sempre dietro a Cristiano Ronaldo, Messi e Raùl. Nell’ordine di portata, senza sgarrare per quarantatré anni: pasta in bianco («Al pomodoro se vuole fare un colpo di vita» lo sfotte ancora oggi papà Giancarlo), petto di pollo, biscotti Plasmon come dessert. E bresaola condita con olio e limone, a tonnellate, stesa come una rassicurante coperta di Linus per stomaco, fegato e intestino su vent’anni di carriera ad altissimo livello (Juve e Milan, più tutto il resto). Così parlò, e mangiò, Filippo Inzaghi da Piacenza, attaccante puro in campo, poi allenatore del Milan e ora del Venezia neo-promosso in Lega Pro, difensore catenacciaro a tavola. Pippo perché tanta morigeratezza monastica anche oggi? «Perché sono abituato sin da bambino a mangiare regolare e bene. Forse sono stato un po’ troppo precisino ma ormai è andata così: se oggi sgarro, la pago». Partiamo dall’inizio: il cibo del cuore? «I dolci di mamma Marina. Da ragazzino ne andavo matto. Profiteroles e tiramisù, con il caffè e i savoiardi come da ricetta classica. Buonissimi. Io e mio fratello Simone l’aiutavamo a cucinarli. Poi i dolci ho dovuto abbandonarli, a malincuore». Chi è stato il primo tecnico a dire basta? «Al Piacenza, inizio anni Novanta, c’era Gigi Cagni. Io ero nelle giovanili ma lui era molto attento e rigoroso anche con noi ragazzi. Diceva che dopo la partita era importantissimo mangiare bene per recuperare lo sforzo. Ricordo ancora certi brodini col prezzemolo...». Ospedalieri... «Eh...». Però ormai il dado era tratto. «Sono sempre stato ligio, per natura: a scuola, per dire, non ho mai mangiato merendine all’intervallo». Cucinare con mamma era anche un modo di passare del tempo insieme? «Sì, certo. Era un modo per darle una mano e stare con lei. Mi piaceva molto preparare la tavola e accompagnarla a fare la spesa: io guidavo il carrello. Anche oggi mi pia ce girare per il supermercato». Sfatiamo la dieta-Inzaghi, co raggio. Ormai il reato è prescritto. «C’è poco da sfatare: pollo alla griglia, verdure, riso o pasta in bianco, bresaola. È tutto vero. Una volta alla settimana, da giocatore, mi concedevo la carne rossa. Oggi preferisco il pesce». La bilancia le sarà grata. «Peso 77 chili, come quando giocavo». Uno splendido 43enne, scapolo d’oro. «Ormai sono abitudini consolidate. E poi è il mio metabolismo: vivo tutto a trecento all’ora, brucio molto, appena posso vado a correre con la musica nelle orecchie e gioco a calcio-tennis con i miei collaboratori al Venezia». Come si trova in laguna dopo tanti anni nella metropoli? «Benone. Ho preso una casettina a Mestre, vicino al campo. È una città a misura d’uomo, ho trovato un ristorante che mi piace, dove vado quasi tutti i giorni. Nel giorno libero, lunedì, torno a casa, a Piacenza, dai miei. A Milano è un bel po’ che non vengo». Non si può certo dire che le manchino il risotto giallo e l’ossobuco... «Avevo i miei ristoranti di riferimento. Non è che mi sia sbizzarrito più di tanto, essendo un abitudinario. La tavola non è il mio ambiente preferito, lo ammetto. Ci sto il giusto, per mangiare». E bere? «Macché. Non do soddisfazione nemmeno in quello: sono totalmente astemio». Pippo, che noia. «Mai presa una sbornia in vita mia. Nemmeno quando ho vinto la Champions League con il Milan: e le ho detto tutto! Già che ci siamo, confesso fino in fondo: mai fumata una sigaretta in 43 anni, mai nemmeno provato a dare un tiro. Solo e sempre calcio, purtroppo!». Se ne deduce che non cucina, fino a prova contraria. «Esatto. Mai. O sono al ristorante o al campo o da mamma Marina. Mi preparo solo la colazione, perché mi piace farla a casa. Fette biscottate con la marmellata e tè al limone». Non beve nemmeno il caffè! «Molto di rado. Mi sono abituato a quello d’orzo...». Ma nella famiglia Inzaghi sono tutti ligi come lei? «Noooo... Papà e Simone mangiano di tutto. Almeno loro fanno onore alla tavola di mamma». Gli chef che impazzano in tv su di lei non esercitano alcun fascino, evidentemente. «Da Cracco sono stato con Fondazione Milan quando allenavo a Milano, e sono stato bene. È che non vado in cerca di ristoranti particolari, nemmeno quando porto fuori una ragazza». Il gelato di Milanello ai tempi di Sacchi era famoso. Come ha fatto a resistergli? «Oh, per me è stato facile. Ma tutti i compagni, al Milan, erano rigorosi: nessuno si sarebbe mai permesso di chiederne una seconda porzione. Poi, certo, con il fisico che avevano Ibrahimovic e Gattuso avrebbero potuto mangiarne quanto ne volevano». Pasta preferita? Corta o lunga? Liscia o rigata? «Spaghetti. Ora e per sempre». Per chiudere, Pippo: mi faccia fare almeno uno scoop, mi dica che quella dei biscotti Plasmon a merenda, da adulto, è una leggenda metropolitana. «Al Milan prima della partita era una piacevole abitudine. Nessuno mi chiedeva di mangiarli: era un rito tutto mio, che mi faceva stare bene. Siccome in Champions League segnavo parecchio (sua la doppietta che il 23 maggio 2007, ad Atene contro il Liverpool, ha regalato al Milan l’ultima Champions, ndr), era diventata anche una questione scaramantica. Quando l’hanno saputo, hanno voluto mangiarli anche i compagni».
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PIPPO INZAGHI RIPARTE DA VENEZIA – LA GAZZETTA 9/6/2016 –
Giugno 2007, Milano Marittima. Dopo aver sfinito gli amici con ore di calcio-tennis in spiaggia, Pippo Inzaghi inventa il più strampalato gioco aperitivo: «Vediamo chi conosce più calciatori di Serie C». La reazione, una comprensibile litania di insulti e improperi, quasi sorprende Pippo che fa una smorfia: «Io li conosco tutti. E tra qualche anno, quando sarò allenatore, mi servirà». Nove anni dopo Inzaghi sbarca in Lega Pro e uno dei motivi per cui è stato scelto, confessa il d.s. Giorgio Perinetti del Venezia, è proprio la sua conoscenza dei giocatori: «Inzaghi ha passione, competenza, qualità. Ha vinto tanto e quindi sa quanto sia seducente e bella la vittoria». Nel grande albergo che ospita la presentazione c’è naturalmente Joe Tacopina che ha già in mente la costruzione del nuovo stadio («Tra due mesi il progetto: capienza di 23.000-25.000 spettatori, con negozi e ristoranti») e intanto si coccola il nuovo allenatore: «Il nostro obiettivo è arrivare fino alla Serie A. Pippo ha fame di vincere. E noi vinceremo». Inzaghi fa la conoscenza anche con una cinquantina di tifosi e carica tutto l’ambiente con una comprensibile punta di ruffianeria: «Questo è un presidente da Champions. E tutta la società vale molto di più del campionato che disputeremo. Sta a noi vincerlo, anche se sarà difficilissimo perché tutti vorranno batterci».
I PROGRAMMI Pippo è in forma: magro come se dovesse giocare (e Tacopina gli dà la maglia numero 9), abbronzato. In sala c’è il papà Giancarlo, appena arrivato da Milano Marittima («Una sorpresa perché so che gli fa piacere»), presenza preziosa nei mesi di inattività, quando a volte saliva in macchina col figlio e lo portava a pescare in un laghetto vicino a Piacenza, lasciandogli anche vincere la sfida con la canna. Cinque minuti prima della conferenza arriva la telefonata di Simone, mentre la mamma Marina si farà viva più tardi da San Giovanni Rotondo: Padre Pio ha cose più importanti di cui occuparsi, ma una preghiera per l’avventura in laguna gli sarà arrivata. Pippo probabilmente abiterà a Mestre, vicino al centro sportivo: ha solo chiesto che una stanza venga arredata per poter ospitare i suoi genitori. Oggi Inzaghi parte per Formentera, «ma sarei già andato in ritiro. E infatti ho anticipato il raduno: era previsto il 17 luglio, sarà l’11». Prima fase del ritiro a Piancavallo fino al 24, seconda parte a Norcia dal 28 luglio al 7 agosto.
UN LUNGO VIAGGIO C’è il tempo per voltarsi indietro un attimo: «Quest’anno mi sono aggiornato, sono rimasto colpito dagli allenamenti di Di Francesco e Giampaolo, mi è spiaciuto non essere andato a trovare Sarri. A casa non ci posso stare: sono stato malissimo. Dalla vacanza manderò 20 messaggi al giorno a Perinetti (che intanto gli ha preso Domizzi, ndr)». Per il Milan solo parole dolci: «Nulla può scalfire il mio rapporto con quella società. Spero che Berlusconi guarisca presto. Sarò sempre tifoso del Milan». L’esempio da seguire, però, è un altro: «Il Venezia deve ispirarsi alla Juve: società eccezionale, squadra vincente. Ho chiesto di comprare giocatori forti, ma soprattutto uomini veri: che si allenino bene, che facciano una vita sana. Io cercherò di creare una mentalità vincente, sono emozionato ed eccitato come il primo giorno al Milan». Tacopina alza il calice di prosecco per un brindisi. Niente bresaola, stavolta: paccheri con gamberi e pistacchio e un bis di dolci prima dei saluti. Perinetti chiude con un assist bello come quelli che Pippo riceveva da Zidane ai tempi della Juve: «Nella mia carriera ho voluto fortemente Ventura e Conte alla guida delle mie squadre. E sono finiti ad allenare la Nazionale. Adesso ho voluto fortemente Inzaghi. E se non c’è due senza tre...». In fondo anche Marco Polo partì da Venezia per fare un viaggio meraviglioso.
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INZAGHI RICOMINCIA DA VENEZIA - LIBERO 8/6/2016
Adesso sarà fin troppo facile dargli del «veneziano», ora che Pippo Inzaghi ha deciso di dire sì al progetto della squadra lagunare. Convinto dal ds Giorgi Perinetti e dai piani ambiziosi del patron Joe Tacopina – l’ex numero 1 del Bologna ha preso la guida della società dopo il secondo fallimento in dieci anni, quello seguito all’esperienza russa che nell’estate scorsa aveva rispedito in veneti tra i dilettanti – l’ex bomber potrà così finalmente fare la gavetta dopo il turbolento anno da esordiente con il Milan. A consigliarlo verso questa scelta saranno state probabilmente anche le gesta dei suoi ex compagni Massimo Oddo – a un passo dalla A con il Pescara – e Rino Gattuso che, dopo le avventure di Palermo e Creta, ha trovato la giusta dimensione per crescere a Pisa, dove sta per conquistare la promozione in B.
Dalla Lega Pro ripartirà anche Superpippo, con uno contratto biennale da 150 mila euro (un decimo del suo stipendio in rossonero) e uno staff dimezzato (solo quattro collaboratori). A lui toccherà concretizzare i sogni di Tacopina, che lo ha preferito a Sannino, Panucci, Stellini e al tecnico della promozione Favarin per compiere la scalata ai cadetti e, in breve tempo, verso il ritorno in Serie A: «Non me ne andrà da qui finché non ci saremo tornati», ha promesso l’avvocato Usa il giorno del suo insediamento. Per convincere il tecnico, il patron americano gli ha promesso un’importante campagna acquisti (si parla di 7-8 milioni di euro), modellata secondo i suoi desideri. Si parte oggi alle 12 con la presentazione, mentre il contratto scatterà dal 1° luglio alla scadenza del suo legame col Diavolo, che ha fatto gli auguri all’ex numero 9.
Per Pippo c’è la speranza di poter emulare i traguardi dei suoi illustri predecessori su questa panchina: da Zaccheroni e Ventura negli anni ’90 in B, alle stagioni d’oro a cavallo del nuovo millennio in Serie A con Novellino (e l’indimenticabile semestre veneziano di Recoba), Spalletti e Prandelli. A quei tempi i gol li faceva Pippo Maniero (54 reti in Laguna), oggi Matteo Serafini: 21 quelli del 38enne bomber ex Pro Patria nella stagione del ritorno tra i professionisti sulle 89 reti realizzate dagli arancioneroverdi in campionato: un record, quello della squadra più prolifica d’Italia. Da dove altro poteva ricominciare uno come Inzaghi?