La Gazzetta dello Sport, 21 aprile 2017
Compagno Marquez. Se si svolta a sinistra è certo: vince Marc
Adesso che finalmente è a casa, per Marc Marquez è ora di fare i conti. Sono passati solo un paio di gran premi, ma sono bastati per far tornare come un incubo latente un avversario del passato, dei tempi delle minimoto e delle cilindrate minori, Maverick Viñales. E per ridar colore al monumento che da quattro anni cerca di abbattere, Valentino Rossi. In tutto questo lui, Marquez, ha solo 13 punti: mai nelle quattro precedenti stagioni ne aveva messi insieme così pochi nelle prime due gare di stagione. Dunque è già il momento di dare una svolta, e non c’è posto migliore per farlo di casa sua. Cioè Austin, che per la verità da Cervera, Catalogna, dista una decina d’ore d’aereo, ma che per lui è persino più dolce di casa. Per una ragione molto semplice: qui vince sempre. Breve riassunto: il Gran premio delle Americhe si corre in Texas dal 2013, se ne sono disputate quindi quattro edizioni. Con quattro vittorie di Marc Marquez, quattro pole position di Marc Marquez. E tre giri veloci di Marc Marquez, nel 2015 gliel’aveva soffiato Andrea Iannone su Ducati.
DITTATURA Da quando le corse sono corse ci sono sempre stati tracciati favorevoli a un pilota, ad un’auto o ad una moto. Ma qui si esagera. Qui è in atto una specie di dittatura. Della quale sarebbe bello capire le origini. Marquez medesimo ha parlato della naturalezza nelle curve a sinistra data dall’allenamento con il dirt track. Ed è questo il punto: a Austin si gira in senso antiorario, ci sono quindi più curve a sinistra che a destra (11 contro 9) e la cosa sembra favorirlo parecchio. Averne una riprova è semplice: basta andare a vedere quel che succede negli altri circuiti in cui si gira contro l’orologio. Al momento nel Motomondiale sono 5, e cioè – oltre a Austin – Sachsenring, Aragon, Phillip Island e Valencia. Fino al 2015, quindi, nelle prime tre stagioni di Marquez in MotoGP, c’era anche Indianapolis. Quanto succede in quelle piste lì è stupefacente. A Sachsenring, si sa, le cose per Marc funzionano come ad Austin: 4 vittorie su 4 in MotoGp, che diventano addirittura 7 su 7 (e 7 pole!) se si considerano i precedenti tre anni (due in Moto2 e uno in 125). Impressionante. Stessa cosa a Indianapolis: tre volte ci ha corso nella serie maggiore e altrettante volte ha vinto, sempre con pole e giro veloce. Con due vittorie anche in entrambe le volte in Moto2. Ad Aragon, Phillip Island e Valencia non ha dominato allo stesso modo, ma ci sono attenuanti. In tutto ha disputato 22 GP «antiorari», 15 li ha vinti. Se in totale ha conquistato poco meno di 4 gare ogni 10 in MotoGP (29 su 73, il 39,7%), quando si gira di più a sinistra la sua media schizza a quasi 7 su 10 (68,2%). Perciò assume un altro significato la frase detta dopo metà della stagione scorsa, quando Rossi, lontano in classifica, erodeva il suo vantaggio: «La squadra mi dice di aspettare Aragon». Dopo tre vittorie, ad Aragon (10 curve a sinistra), ci fu la quarta che lo involò verso il titolo.
VALENCIA NON VALE Quindici successi su 22 gare in senso antiorario, oltretutto, è un dato che non rende completamente l’idea. Delle 7 non vinte: in tre è caduto (2 volte e Phillip Island), in una, ad Aragon 2014 è arrivato 13°, il resto è stato a Valencia, nell’ultimo GP di stagione, dove nel 2013 gli bastava arrivare 4° per essere campione (e fu 3°), nel 2014 vinse, nel 2015 fu 2° e contento. Così come 2° arrivò l’anno scorso. Ma anche in Moto2 su quelle piste fece cose pazzesche. Nel 2011 a Phillip Island partì 38° e arrivò 3°. Nel 2012 a Valencia scattò ultimo e vinse. Nel 2012, ad Aragon, fu 2°, ma dopo un carena a carena con Pol Espargaro.