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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Si inventano il Pil della felicità

L’idea circola da qualche anno fra gli economisti e si è fatta strada anche all’interno dell’Unione europea: non basta elencare quattro cifrette per spiegare lo stato di salute di un Paese. Va bene il Pil, va bene la produzione industriale, certo la disoccupazione, il deficit, il debito. Ma c’è di più: il benessere e la felicità. Un po’ difficili da misurare come gli altri dati. Però ci si lavora da tempo. 
Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni hanno pensato bene di bruciare tutti i concorrenti che pensavano di farlo, e hanno sfoderato il loro Pil felice con l’ultimo Def. Sperimentale, ma è un vero e proprio allegato al documento di economia e finanza (il sesto) intitolato “Il Benessere equo e sostenibile nel processo decisionale”, che in una ventina di paginette viene battezzato fraternamente il “Bes”. Che cosa è? Lo spiega una scheda interna al documento senza sprezzo del ridicolo: «Lo studio della natura multidimensionale del benessere si è oramai affermato come uno dei filoni più prolifici della moderna scienza economica. Facendo uso di un approccio multidisciplinare, tale area di ricerca si propone di superare la tradizionale identificazione del benessere con il solo aspetto economico (economic welfare). L’attenzione si sposta sul più ampio concetto di well-being, un’idea di benessere individuale e sociale onnicomprensiva, che racchiude in sé dimensioni monetarie e non monetarie». Secondo la strana coppia al governo in Italia «il concetto di benessere materiale è superato ed è sostituito da un’idea di “star bene”, ovvero il well-being, una condizione che dipende da ciò che l’individuo può fare e può essere, attraverso le risorse di cui dispone, e dalla capacità di utilizzare tali risorse per raggiungere i traguardi che intende conseguire». 
Padoan e Gentiloni hanno così scoperto «l’happiness economics» e spiegano che «si fonda su un approccio edonico, secondo cui il benessere è il risultato della ricerca del piacere e dell’assenza di dolore, mentre la maggior parte degli studi sulla qualità della vita fa riferimento ad un approccio eudaimonico, secondo cui il benessere è inteso come piena realizzazione di un individuo all’interno della società». 
Per il momento invece dei 20 fattori considerati dagli economisti il Def 2017 ne ha presi in considerazione solo 2: il reddito medio disponibile aggiustato pro capite e un indice di disuguaglianza del reddito disponibile. E con una bella tabellina finale premier e ministro dell’Economia hanno deciso che sì, l’Italia è più felice: il Pil della felicità sta salendo vertiginosamente di anno in anno. Da quando? Beh, naturalmente dal 2014 ad oggi, cioè da quando è nato il governo di Matteo Renzi ed è pure continuato con quello di Gentiloni che ne è fotocopia. Dimostrazione? Loro scrivono che «l’indice di disuguaglianza del reddito utilizzato è dato dal rapporto “interquintilico” tra il reddito equivalente totale percepito dal venti per cento della popolazione con più alto reddito e quello percepito dal venti per cento della popolazione con più basso reddito». L’indice migliora che è una bellezza, tutto merito «delle politiche del Governo, quali gli interventi volti a ridurre la pressione fiscale e aumentare il reddito disponibile». E naturalmente dei mitici 80 euro: «A questo risultato chiaramente si legano le misure di riduzione impositiva e decontributiva quali il “bonus 80 euro”, la detrazione Irpef da lavoro dipendente, l’abolizione della Tasi sulla prima casa, le misure per il sostegno del reddito per le fasce più povere (SIA) e le misure sulle pensioni più basse». 
Non sarà tanto scientifico, ma è un indice dei più antichi e classici, quello del «me la canto e me la suono da solo», senza sprezzo alcuno del ridicolo...