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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Studiosi a difesa degli smartphone

«Per la prima volta una sentenza di primo grado ha riconosciuto un nesso tra l’uso scorretto del cellulare e lo sviluppo di un tumore al cervello». Sono stati gli stessi avvocati Renato Ambrosio e Stefano Bertone, dello studio legale torinese Ambrosio e Commodo, a commentare in questo modo la decisione di Luca Fadda, giudice del lavoro del Tribunale di Ivrea. Una sentenza che ha condannato l’Inail a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale al dipendente di una azienda cui era stato diagnosticato il tumore, dopo che per 15 anni aveva usato il cellulare per più di tre ore al giorno senza protezioni. Comprensibile la soddisfazione dei due professionisti per il risultato ottenuto. Lo stesso Roberto Romeo, il 57enne al centro di quest’ultima vicenda, dice però di non voler «demonizzare l’uso del telefonino», ma invita solo a «farne un uso consapevole». 
Gran parte della stampa, va detto, nel riportare le dichiarazioni di Ambrosio e Bertone ha ignorato quella precisazione «di primo grado» parlando direttamente di «per la prima volta una sentenza ha riconosciuto». Non è una sfumatura secondaria, perché in realtà una simile sentenza c’era già stata nel 2012, sempre in Italia: la Corte di Cassazione, sezione lavoro, dispose che l’Inail dovesse versare una pensione per invalidità all’80% al 60enne dirigente d’azienda bresciano Innocente Marcolini, che per dodici anni era stato costretto a passare al telefono tra le 5 e le 6 ore al giorno, con risultante tumore benigno al trigemino sinistro. 
SOLTANTO TEORICO 
Quel che è vero, è che finora nessun medico si è detto altrettanto convinto dei giudici italiani su questa relazione tra cellulari e tumori. Nel 2011, in particolare, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) dunque un’agenzia delle Nazioni Unite aveva nominato un apposito gruppo di lavoro sui cellulari. Il giudizio fu piuttosto arzigogolato e prudenziale, ma la Società Americana sul Cancro lo ha brevemente tradotto in questo termini: sì, è teoricamente possibile che ci possa essere qualche rischio di cancro associabile all’energia delle radiofrequenze; ma l’evidenza è troppo limitata per poter avere qualsiasi sicurezza in proposito, e sono dunque necessari ulteriori studi. Limitare l’esposizione, comunque, male non può fare. 
CORRELAZIONE DUBBIA 
È più o meno la stessa conclusione dell’Istituto Nazionale per le Scienze della Salute Ambientale, altra entità Usa: la ricerca scientifica non ha ancora trovato prove di una correlazione tra cellulari e tumori, ma ci vogliono studi ulteriori per arrivare a una qualsiasi certezza. Le entità pubbliche americane si espongono invece di più in difesa dei cellulari. «Gli studi non mostrano relazioni», dice la U.S. Food and Drug Administration. «Non c’è alcuna prova scientifica definitiva», sostiene lo U.S. Centers for Disease Control and Prevention. «Non c’è alcuna evidenza scientifica», ripete anche la Federal Communications Commission. 
D’altro canto, è lo stesso che sostiene la Commissione Scientifica sui Rischi Sanitari Emergenti e di Nuova Identificazione della Commissione Europea: «Gli studi epidemiologici sulla esposizione alla radiazione da frequenza elettromagnetica dei cellulari non mostrano alcun rischio maggiore di tumori al cervello o di altre forme i cancro alla testa e alla nuca». 
CINQUANTA SCIENZIATI 
Pure all’Istituto Superiore di Sanità italiano ritengono che i moltissimi studi sugli effetti dei campi elettromagnetici non abbiano dimostrato alcun aumento dei casi di neoplasie eventualmente legate all’abuso di telefoni cellulari. In effetti, tutte queste affermazioni sui basano su quello studio “Interphone” fatto appunto dal Gruppo di Lavoro della Iarc in tredici Paesi, al costo di 24 milioni di dollari, e con la partecipazione di 50 scienziati. I dati dello studio dimostravano che non c’era nessun rischio di aumento del cancro, eccetto per un 10 per cento di utenti che stavano al telefono oltre i 30 minuti al giorno. Ma era uno studio del 2010. Adesso soprattutto tra i giovani la media è sicuramente molto maggiore, senza che l’aumento del cancro al cervello sia stato proporzionale. Almeno finora.