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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Nessuno parla delle donne che picchiano gli uomini

La mantide religiosa divora il maschio durante il rapporto sessuale. Lo abbraccia e se ne nutre. La lucciola Photuris attira i maschi usando i suoi segnali luminosi, poi li divora senza pietà. La vedova nera, uno dei ragni più velenosi al mondo, si libera del maschio uccidendolo una volta terminato l’accoppiamento. 
Nel mondo animale come in quello umano la violenza non ha genere e le femmine possono essere carnefici spietate e assassine brutali al pari dei maschi. Eppure gli esseri umani, nonostante gli omicidi che hanno come vittime le donne siano in calo stando alle statistiche -, hanno coniato il termine “femminicidio” che rafforza
lo stereotipo secondo cui il genere femminile è sempre vittima indifesa ed inerme dell’uomo-mostro, che approfitta
della sua forza fisica
per dominare la
donna fino ad annientarla. 
E se, da un lato, la violenza non ha sesso, essa certamente
ha tante forme, alcune di queste tanto
subdole da rendere
difficile la presa di coscienza da parte della vittima della condizione in cui si trova. 
Questo accade soprattutto quando ad essere vittimizzati sono gli uomini. La società stessa rifiuta l’idea che una donna possa fare del male, perché l’immagine femminile ci rimanda all’idea di madre amorevole, creatrice di vita e non di violenza e morte. L’uomo vittima di violenza subisce in silenzio perché sa benissimo che, qualora decidesse di raccontare ciò che gli succede, non verrebbe creduto o perderebbe la sua virilità agli occhi di amici, o parenti, o colleghi di lavoro. Anch’egli, in fondo, deve rispondere e corrispondere ai canoni della società, che lo vorrebbe forte, maschio, deciso, sicuro. 
Un uomo che denuncia una violenza sessuale fa quasi ridere. Una donna, invece, viene creduta e supportata. «Due maschi su dieci nel nostro Paese subiscono molestie, ma pochi hanno il coraggio di denunciarlo. Persistono dei blocchi, il più grande di questi è quello culturale che porta il soggetto a chiudersi, a tacere, a continuare a subire in silenzio per un imperativo categorico: dovere fare l’uomo», spiega Pasquale Giuseppe Macrì, docente di medicina legale presso l’Università di Siena. 
Quando si parla di violenza sugli uomini
non è possibile arrivare a dati certi, bensì solo sottostimati, perché
si tratta di episodi che
non vengono denunciati per pudore. Tuttavia, il fenomeno non
solo esiste ma è in aumento. Secondo un’autorevole ricerca condotta nel 2012 da un gruppo di studiosi guidato proprio dal Macrì, più di 5 milioni di uomini ogni anno in
Italia sono vittime di violenza fisica da parte delle donne e 3,8 milioni hanno subito uno stupro. Sempre secondo tale studio, sono 6 milioni gli uomini vittime di violenza psicologica e 2,5 milioni subiscono atti persecutori da parte delle donne. 
Dati che non si discostano da quelli relativi alla violenza sulle donne.
Quest’ultime aggrediscono gli uomini soprattutto all’interno dell’ambiente domestico sia dal punto di vista fisico che psicologico, mentre la violenza degli uomini sulle donne si estrinseca più di frequente fuori casa. Le donne prediligono ricorrere alla violenza psicologica, la quale non è meno pericolosa di quella fisica, in quanto crea gravi danni alla persona che la subisce che si sente incapace, inadeguata, debole, impotente, terrorizzata dalle minacce che le vengono fatte, di solito di tipo affettivo (privare il padre della possibilità di vedere i propri figli è la minaccia più diffusa nei casi di maltrattamento). Le conseguenze possono essere: abuso di alcol e droghe, depressione, ansia, sensi di colpa o di vergogna, fobie, attacchi di panico, disturbo post-traumatico da stress, disturbi psicosomatici. 
Se alla donna reagire e difendersi sono azioni non solo consentite ma anche consigliate, per l’uomo, invece, costituiscono un ulteriore pericolo, ossia quello di essere considerato un violento, nonostante sia vittimizzato.
Uscire da questa spirale per gli uomini è spesso impossibile, giacché essi stessi non si percepiscono come vittime. Inoltre, anche dal punto di vista giuridico, la donna è più tutelata rispetto all’uomo, proprio perché percepita quale soggetto più fragile, e più severe sono le pene inflitte agli uomini che maltrattano o uccidono il sesso opposto piuttosto che alle donne che compiono gli stessi reati. 
Ma perché le donne diventano sempre più aggressive? Secondo Mario Mancini, andrologo ed endocrinologo presso l’ospedale San Paolo di Milano, l’aumento dell’aggressività riguarda sia gli uomini che le donne e sarebbe dovuto ad un calo della serotonina e dell’ossitocina, che sono ormoni del benessere, accompagnati da un aumento del testosterone, l’ormone maschile, che sta alla base di istinti aggressivi. «Questa combinazione di fattori ci porta a tirare fuori più facilmente l’aggressività che è insita in ognuno di noi. Oggi la vita quotidiana è diventata più stressante, viviamo tutti al limite di una crisi di nervi e basta poco per reagire in modo anche violento», spiega Mancini, che ritiene che non si possa capire bene la violenza senza considerare il ruolo fondamentale che gli ormoni svolgono sul nostro cervello. 
Inoltre, «la donna di oggi è diventata più forte psicologicamente ed è capace di dominare l’uomo con la sua capacità retorica. Persino le madri sono più aggressive e rendono spesso succubi i figli maschi. Infatti oggi il figlio maschio raggiunge l’autonomia con difficoltà. Mamme più aggressive fanno figli più deboli, che diventano a loro volta, con maggiore facilità, o vittime di violenza o carnefici, questo è dimostrato scientificamente», osserva l’andrologo. 
Per contrastare il dilagare di questa aggressività gratuita, secondo Mancini, «la mossa più efficace sarebbe conoscere più a fondo i nostri ormoni per gestirli al meglio senza restarne vittime inermi».