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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Caracas: «Pane e medicine». Nel Paese stremato scoppia la rabbia

Dall’immensa baraccopoli di Petare – raccontava ieri la France Presse - anche Paula Navas ha deciso di scendere a valle per protestare contro il governo venezuelano. Lo ha fatto per sua figlia Anhely, 22 anni, morta per mancanza delle medicine di cui aveva bisogno la settimana scorsa in ospedale. Anhely era la quinta dei nove figli di questa donna cinquantenne che li ha cresciuti tutti da sola. «Negli ultimi mesi – dice Paula – Anhely non si perdeva una marcia anti-Maduro». Petare è una delle aree più povere di Caracas, sui cerros, le colline. All’inizio dell’avventura bolivariana, quando Chávez vinse le elezioni per la prima volta nel 1998, Petare era un bastione rivoluzionario. Oggi non più. E ormai questo è il segno più importante del cambiamento avvenuto dopo l’elezione di Maduro e più di tre anni di devastante crisi economica. Nel gennaio del 2014, durante la prima grande rivolta, in piazza c’erano soprattutto gli studenti universitari, adesso il malcontento è talmente esteso che anche molti di quelli che appoggiarono la rivoluzione chavista, gli hanno voltato le spalle.
La grave perdita di consenso del gruppo degli eredi di Chávez, il leader morto nel marzo del 2013, è la ragione che porta fino alla crisi attuale. Dopo essere stati sconfitti, in modo assai netto, alle elezioni parlamentari del dicembre 2015, Maduro e gli altri dirigenti del “chavismo” hanno cercato in tutti i modi di evitare altri appuntamenti elettorali. Protetto dall’appoggio delle Forze armate, alle quali negli anni di Chávez sono stati concessi moltissimi privilegi, il governo venezuelano si è blindato. Tutte le decisioni, anche quelle meno conflittuali, del nuovo Parlamento controllato da deputati dell’opposizione sono state cancellate o disattese mentre la situazione non faceva che peggiorare. Il Pil è crollato del 14% e l’inflazione ha raggiunto livelli da capogiro, superando il 400%. È colpa del crollo del prezzo del petrolio – unica vera risorsa del Venezuela – ma anche di politiche economiche scellerate e di una diffusa corruzione di Stato.Le proteste sono ricominciate dopo che la Corte Suprema – in una sentenza poi rivista – ha chiuso il Parlamento e tolto l’immunità ai deputati. Ma questa volta l’opposizione ha un bacino di appoggio sempre più ampio soprattutto perché il regime non riesce più a soddisfare neppure i bisogni alimentari minimi della parte più povera della popolazione, la stessa sulla quale si è sempre appoggiato Chávez con le sue politiche di assistenza statale. Così sia il governo che la Mud, la coalizione degli oppositori, pensa- no di essere prossimi all’atto finale di questa lunghissima crisi. La Mud chiede elezioni subito ma Maduro non può concederle perché, con ogni probabilità, ormai le perderebbe.In queste ore il simbolo della nuova rivolta è diventata una anziana donna con i capelli bianchi che è stata filmata mentre si metteva in mezzo alla strada di fronte a un tank della Guardia nazionale per impedirgli di avanzare. Un agente fa capolino fuori dal blindato e ordina alla donna di spostarsi, mentre un altro lancia un lacrimogeno. Ma la donna non si muove finché non viene arrestata e portata via da due agenti in moto. Inevitabile pensare a Tiananmen. La foto è stata postata sul suo profilo facebook anche dall’ex premier Matteo Renzi che ha aggiunto: «Non giriamoci dall’altra parte». Mentre la tensione cresce – ieri tutto il centro di Caracas era militarizzato e per ore ci sono stati nuovi violenti scontri – Unione europea, Stati Uniti e numerosi paesi latinoamericani chiedono a Maduro di non reprimere con la violenza le proteste e invitano il regime a favorire una soluzione pacifica. Ma i presupposti sembrano mancare. Perfino General Motors, la più grande casa automobilistica americana, ha deciso di sospendere tutte le sue attività in Venezuela dopo che Maduro ha nazionalizzato un suo stabilimento e sequestrato tutte le vetture presenti. Una pratica corrente, quella delle nazionalizzazioni, nel Venezuela del chavismo che è anche una delle cause del disastro economico attuale. È sorprendente invece anche un’altra notizia emersa ieri dalla diffusione della lista delle donazioni per la festa dell’insediamento di Trump nel gennaio scorso. Tra i donatori c’è la Citgo, che altro non è se non la filiale americana della holding venezuelana Pdvsa, il colosso petrolifero controllato dal governo di Caracas. Un assegno da 500mila dollari. Forse con questa maxi donazione Maduro pensava di ingraziarsi il nuovo presidente americano. Forse avebbe fatto meglio a spenderli per sfamare il suo popolo.