Corriere della Sera, 21 aprile 2017
«Le carte dell’Italia? Riaprire la partita nel Mediterraneo». Intervista a Charles Kupchan
WASHINGTON «La visita di Paolo Gentiloni potrebbe spingere Donald Trump a recuperare le politiche di Barack Obama su Libia e immigrazione. È un’occasione da cogliere da qui al G7 di Taormina». Charles Kupchan, 58 anni, è da poco tornato al suo lavoro di analista al Council on Foreign Relations di Washington, cui ha affiancato la cattedra di Affari internazionali alla Georgetown University, sempre nella capitale Usa. Dal 2014 al 2017 ha fatto parte del Consiglio nazionale di sicurezza di Obama, con deleghe sull’Europa.
Nei primi due mesi di presidenza Trump non si è mai occupato di Libia e di Mediterraneo. Per quale motivo?
«È vero, non ne ha parlato quasi mai. Non saprei neanche se questa amministrazione ha maturato una posizione precisa in materia. Se dovessi azzardare un giudizio, direi di no. Il presidente e i suoi consiglieri si sono concentrati su altri scenari: Siria, Corea del Nord, Iran. Ecco perché la visita del primo ministro italiano può essere un’opportunità. Prima di questi incontri i collaboratori forniscono al presidente lo schema di una posizione dettagliata sulle priorità degli ospiti».
Nel concreto quale può essere il passo successivo?
«Gli Stati Uniti hanno già delle politiche nell’area. Obama aveva spinto la Nato ad appoggiare le navi italiane ed europee impegnate nel controllo delle migrazioni e Obama appoggiava anche gli sforzi di mediazione tra le fazioni libiche. Ora Trump ha la possibilità di scegliere tra queste iniziative e fare un passo avanti».
Se ne tornerà a parlare nel vertice del G7 a Taormina, il 26 e il 27 maggio…
«Esatto. L’Italia ha l’agenda in mano ed è chiaro che Gentiloni è venuto a Washington per discuterne con Trump. Poi certo, il presidente americano sicuramente gli avrà chiesto di aumentare le spese militari, avvicinandosi all’obiettivo del 2%. La pressione Usa sarà forte, perché se Trump vuole recuperare risorse deve concentrarsi sui Paesi più grandi dell’alleanza. Ma in questa fase l’Italia ha anche un’altra grande occasione: quella di convincere Trump a sostenere il progetto europeo».
Le prime uscite del leader americano non sono state incoraggianti. È vero che qualcosa è cambiato tra i consiglieri: gli euroscettici, come Steve Bannon, hanno perso terreno…
«Ed è questo il varco che si è aperto. Sulla Casa Bianca sta aumentando l’influenza del consigliere per la sicurezza McMaster, del segretario di Stato Rex Tillerson, del segretario alla Difesa James Mattis. Questo è un gruppo che considera fondamentale l’alleanza con l’Europa. E con l’uscita del Regno Unito dall’Ue, cresce l’importanza strategica dell’Italia. Se devo dare un consiglio non richiesto a Gentiloni, direi proprio questo: insistere e insistere sull’Europa».
L’altra variabile è il rapporto con la Russia. L’Italia può mediare tra Mosca e Washington?
«Non mi sembra il momento. Trump è chiaramente in una fase di riflusso, dopo l’entusiasmo iniziale. E ho l’impressione che l’amministrazione non abbia ancora le idee chiare su che cosa fare con l’Ucraina e le sanzioni applicate alla Russia, dopo l’annessione della Crimea. Senza contare il duro confronto con Mosca innescato dalla crisi siriana. Non mi aspetto a breve un’iniziativa di Trump per avvicinare Putin. Vediamo. Di sicuro anche questo sarà un tema importante nel prossimo G7».