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 2017  aprile 01 Sabato calendario

Lewis Hamilton, un nemico di talento

Happy birthday, Mr Hamilton. Esattamente dieci anni fa (era il 18 marzo del 2007) correvi la tua prima gara in Formula 1. E, neanche a dirlo, arrivavi sul podio, dietro Raikkonen e Alonso, tuo compagno alla McLaren. Mica eri l’unico a debuttare quel giorno eh, c’erano altri due pivelli: Heikki Kovalainen, ingaggiato da Flavio Briatore, e Adrian Sutil. E che fine han fatto costoro, partiti con le tue stesse speranze, ma senza una goccia del tuo talento? Il primo galleggia in Granturismo, per la Lexus. L’altro è disoccupato. «Riuscire a guidare come faccio io, in mezzo a venti piloti affamati, è un dono», dice il pilota inglese della Mercedes, allontanando con un «Blah,è veleno!» un vassoio di biscottini, ma bevendosi il quarto caffellatte del pomeriggio. «È un regalo di Dio che non ho voluto sprecare: per me stesso, per la mia famiglia, in onore del destino».
Cavaliere dell’Impero britannico, primo uomo di colore a correre nella massima categoria e a vincere tre campionati del mondo, all’appuntamento con GQ arriva allegro, e con perdonabile ritardo. A Milano per qualche giorno, poco prima che la stagione di FI prendesse il via, racconta d’aver trascorso la mattinata correndo e assecondando il proprio rituale: un caffè ingoiato tappandosi il naso («Lo odio, come la birra. Se bevo, bevo tequila»), poi palestra, e quindi a digiuno, fino all’ora di pranzo.
Ad accompagnarlo c’è l’inevitabile codazzo, nutrito e piuttosto festoso. Due pr venute da Londra che s’informano sul miglior ristorante di pesce in città. Un autista. Più due addetti all’immagine che forgiano il Lewis Hamilton mediatico, così curato da essere ormai indistinguibile da quello vero.
«Da quando lo conosco, c’è stata un’unica occasione in cui s’è comprato dei vestiti da solo», sorride Elena Ayala, titolare a New York dell’agenzia Tre Chic Living e sua stylist personale. Elena vola a Montecarlo una volta al mese per pianificare i suoi look, gli lascia in camera le cosine già piegate e abbinate e poi lo sollecita quotidianamente su WhatsApp, per assicurarsi che non sgarri. C’è anche Daniel, un gigantesco ragazzo canadese che passa al suo seguito trecento giorni l’anno, scattando foto per il profilo Instagram da quattro milioni di follower. «Queste le ho fatte negli ultimi due anni» dice, mostrando l’archivio del suo iPhone, «sono ventiduemila».Trenta al giorno. Quasi mille al mese. Nel frattempo, in camerino, Hamilton fa partire canzoni dal suo smartphone e balla da solo, canta ad alta voce, si tiene compagnia. Si sfila la maglietta sul busto nervoso e mostra l’enorme croce tatuata sulla schiena: Still I rise, c’è scritto, «Continuo a sorgere».
Vuole sapere cosa viene in mente vedendola, così, al primo impatto?
Non lo immagino, mi dica.
Un giovane prete. Un seminarista pieno d’entusiasmo arrivato in Italia per studiare.
Oddio, non me l’aveva mai detto nessuno.
Padre Hamilton.
Le assicuro, non mi calza per niente. Ma allo stesso tempo m’intriga che lei abbia visto in me qualcosa di limpido e di innocente. Forse è il mio sguardo, sempre proiettato oltre, nel futuro.
Ha vissuto esperienze spirituali che l’hanno cambiata?
Sono cattolico, sono un uomo di fede e prego più volte al giorno: quando mi sveglio, quando vado a letto e prima di ogni pasto. Ho una relazione stretta con Dio, lo ringrazio, chiedo aiuto per gli amici in difficoltà. E domando appoggio per me stesso quando lo stress diventa troppo forte. La parola di Dio mi dà la direzione.
La bussola che porto tatuata sul petto significa questo: la Chiesa è il mio Nord e il mio Sud, la fede mi guida. 
Non crede di aver avuto troppo, dalla vita?
So di essere fortunato. Negli ospedali ho visitato bambini che non vedranno il sesto anno di vita, uomini di cuore nella miseria più estrema. Ma credo nella predestinazione, e credo che ciascuno di noi abbia a disposizione una quantità predefinita di tempo. Il problema è che troppe persone, invece, considerano la vita come qualcosa di scontato, che arriva gratis e in quantità illimitata. Io non lo faccio mai. Cosa mi troverò a desiderare quando l’ultimo momento sarà vicino: un’altra macchina? Un’altra casa? No. Chiederò un minuto in più, come tutti quanti. So che il mio ultimo giorno potrebbe essere domani. E voglio essere sicuro di aver vissuto al massimo.
Qual è il posto al mondo dove si sente più sicuro?
In famiglia, con chi mi guarda con amore incondizionato. Mia madre, prima di tutto. E i miei cani Roscoe e Coco, che mi adorerebbero anche se un giorno li privassi del cibo. Sono incredibili, davvero le creature più generose del mondo.
Dorme davvero insieme a loro?
Certo.
E come diavolo fa, con il respiro affannoso che hanno tutti i bulldog?
Dipende. Certe notti russano meno. Altre, metto i tappi nelle orecchie. I miei cani sono come gli esseri umani: se Roscoe dorme sulla schiena respira bene. Se si addormenta di lato, è un disastro.
E se c’è una ragazza?
Lui s’adatta anche sul pavimento. Coco invece sta fra le lenzuola, è la principessa del mio letto.
È vero che si sta appassionando alla causa degli animali in pericolo, e che vuol diventare un attivista?
Sì. Sto pensando d’impegnarmi in Africa, in particolare contro il bracconaggio dei rinoceronti.
Ha in programma di creare una fondazione?
Non amo quel genere di cose, anche perché consumano un sacco di soldi che potrebbero andare direttamente ai progetti. Sto cercando la giusta organizzazione per essere coinvolto e soprattutto sporcarmi le mani, non solo metterci la faccia. Il ruolo di ambasciatore che va in tv e stringe le mani, come è accaduto per l’Unicef, non m’interessa. Voglio andare in Africa a cambiare le cose.
E questo quando accadrà?
Ci sto lavorando, e ormai sono a un passo dall’individuare il giusto partner. Diciamo che tra adesso e i prossimi dieci anni si vedrà il frutto del mio lavoro. 
Dopo essersi ritirato, Nico Rosberg ha detto che in Formula 1 si sentiva come un topo da laboratorio che girava in cerchio. Ha mai avuto la stessa percezione?
Una stagione è fatta di ventuno settimane, con le sessioni che vanno dal giovedì alla domenica. Ed è sempre tutto uguale: stesse strutture, stesse interviste, stesse televisioni con le stesse persone, medesimi orari e qualificazioni. Poi la domenica si torna a casa, vuoto per tre giorni, e si ricomincia. Può essere noioso, vero. Ma io cerco di vederci il buono, di godere del fatto di trovarmi ogni volta in un Paese diverso per esempio. E poi c’è la performance: il trucco è sfidare se stessi.
Perché tra i campioni è così diffusa la tentazione di abbandonare presto?
Perché se il tuo obiettivo è diventare grande, anzi il più grande, la pressione da gestire è quasi inimmaginabile. C’è la competizione, feroce in sé. E poi ci sono i media, che nella sconfitta cercano di approfittarne e infieriscono. Nel cuore e nella mente è come se si liberasse l’energia di una bomba atomica, da assorbire in un mondo dove esiste solo il primo posto. Se arrivi secondo, hai perso.
Non tutti la vedono così.
Cioè? Vuole dirmi che c’è davvero chi gareggia solo per un piazzamento? E l’energia per lottare ogni giorno, in quel caso, dove la si prende? Non capisco, mi pare un atteggiamento da idioti. La parola “lasciare” nel mio vocabolario non esiste, io non mollo mai, questo sia chiaro. A un certo punto della mia vita si tratterà piuttosto di evolvere, di andare oltre.
Per quanto tempo correrà ancora?
Per tutto il tempo necessario a diventare il migliore di sempre, a essere The Greatest, come Muhammad Ali. Se saranno cinque anni, saranno cinque anni in cui migliorerò senza sosta. Alla naturalezza con cui guido voglio aggiungere nuovi strumenti. Ma adesso ho ancora strada da fare.
Più in alto di lei, sul podio immaginario dei migliori di sempre, chi ci vede?
Fangio e Ayrton Senna. Poi toccherà a me.
Ma da chi si rubano gli strumenti, se si è già il più forte? 
Lo fai da solo, diventi il maestro di te stesso. Non credo che Picasso sia andato da un altro pittore a chiedergli consigli su come fare, giusto? Ha seguito, anzi ha sentito, la sua strada. La Formula 1 non è il karaté, dove serve una guida. In un’auto da corsa, l’unica regola sei tu stesso.
Le capita di immaginarsi, magari a fine carriera, a correre solo per il piacere di farlo?
Non è un opzione. Io corro solo per vincere. E non m’immagino neppure nei panni di commentatore, o manager, o con un qualsiasi altro ruolo nell’ambiente. Ho altre passioni, altri sogni, farò altro. La mia vita è un castello glorioso, ne sono consapevole, ma verrà il giorno in cui intorno a quel castello dovranno essere costruiti dei nuovi padiglioni. 
E interessante vedere come riesca a bilanciare la determinazione sportiva con lo spasso, i bagni nel lusso, le conoscenze altolocate. Il jet set è un valore, per lei?
Sono cresciuto sentendomi ripetere che non ce l’avrei mai fatta. E da quel giorno, provare alle persone che si sbagliano mi dà gran gusto. È una delle energie che mi muovono. La vecchia generazione di piloti viveva così: sveglia, gara, cena, letto. Stop. L’unico modo per essere competitivi, dicevano, è quello li. Ecco, mi vorrebbero quadrato, omologato.
Ma con lei la battaglia è persa.
Andare alle sfilate di moda a Milano, una settimana prima dell’inizio della stagione, non è accettabile? Io ci vado. Uscire la sera che precede un Gran Prix? Lo faccio, e poi mi presento in pista e corro al meglio. Evadere dagli schemi, spostare i limiti, è il mio obiettivo. 
Non le è ancora venuto a noia il suo aereo privato?
L’ho preso perché viaggio molto e odio i posti affollati. Lo amo, lo tengo lucido, ma se tornassi indietro non lo ricomprerei. L’ho avuto troppo giovane, non va bene. 
Da residente a Montecarlo, cosa pensa della Brexit voluta dalla working class inglese?
Mi concede una piccola premessa?
Prego.
Fino a poco tempo fa, la politica non m’interessava per niente: non mi informavo e mi annoiavo a parlarne. Da due anni a questa parte però qualcosa è cambiato: la sera, al posto di guardarmi un film, mi scopro a fare zapping sui canali di notizie. È strano, ma mi sto proprio appassionando.
Si chiama crescere.
Eh, può darsi. Comunque, tornando alla Brexit, posso dire che ne capisco le ragioni: gli affitti sono folli, i salari minimi ridicoli. Mia sorella sta cercando di comprar casa e non ce la fa, è normale che la gente si ribelli. E sono argomenti che conosco bene, visto che in casa mia si viveva con quindicimila sterline l’anno. Io non ho votato, ma ormai quel che è successo è successo, e credo che per l’Inghilterra si trasformerà in una bella opportunità per andare avanti.
È vero che suo padre si è spaccato la schiena, per riuscire a farla gareggiare?
Quando ho vinto il campionato inglese cadetti, a 10 anni, faceva quattro lavori: tornava alle tre del mattino e andava in garage a preparare il go-kart fino alle sei. Poi dormiva un’ora e ripartiva. Vincemmo contro il figlio di un costruttore multimilionario che aveva tutto: bilici, meccanici, pezzi di ricambio (il ragazzo era Joseph Nathaneal Poster, rampollo della Poster & Co Developments, ndr). Nell’ultima gara, poco prima del rush finale, perse la ruota posteriore e dovette ritirarsi. 
Ecco perché il suo hashtag preferito è #blessed, “benedetto”. Il karma le vuole bene.
Il karma non c’entra. Senza soldi e senza sonno, mio padre aveva fatto meglio di quel meccanico strapagato. Perché aveva fatto tutto per amore. La mia forza, a ogni curva, la prendo ancora da lì.