Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 17 Venerdì calendario

Io, un vecchio che ancora non ha compiuto 15 anni. Intervista a Pupi Avati

ROMA. Pupi Avati ha fatto un film anacronistico (Il fulgore di Dony, in onda in primavera su Raiuno) sull’amore assoluto e completamente dedicato di un’adolescente per un ragazzo bellissimo ma demente, a causa dei danni neurologici dovuti a un incidente sugli sci. In tempi di consumismo sentimentale, un azzardo («ma nel 90 per cento delle cose che ho fatto sono andato contromano»). E sarà per il richiamo all’universalità di certi valori, sarà perché, a 78 anni, sente vicina la fase del tramonto, questa intervista al Venerdì diventa una sorta di testamento-riassunto di una vita. Qualcosa da lasciare per sempre. «Sempre», non a caso, é una parola spesso usata assieme al mantra del ritorno alle radici,«sono figlio della civiltà contadina». Fissa un punto, Pupi, dopo il quale, si è «ribaltata la clessidra», e ha sentito il bisogno di «resettarsi» di «fare un aggiornamento». Aveva 50 anni, e superato da poco un infarto. 
Partiamo da qui. Cosa succede dopo che si è sdorata la morte?
«Quando senti vicina la fine, proprio la tua, non quella di qualcun altro, le cose che stavano al 14° posto tornano al primo e viceversa. Uno ha un infarto e rinasce perché ritrova l’essenza profonda dell’importanza della vicenda umana». 
Cosa torna al primo posto?
«Le gerarchie di valori dell’epoca in cui siamo venuti al mondo, che erano un po’ diverse. Io sono nato nel 1938, c’era ancora il re, il fascismo. Certi valori imparati da piccolo non scadono. Sarebbe troppo semplice pensare che tutto ciò che è giovane è meglio di tutto ciò che è vecchio. Sono convinto che i vecchi sappiano molto più dei giovani. E non mi riferisco alla politica sennò sembra che parli di Renzi. Questa ellisse che è la vita è una navicella che parte dal nulla ed è carica di un’energia misteriosa. Solo la ragione compromette la possibilità che ci sia un sempre, la cosa che con l’andare degli anni manca di più». 
L’eternizzazione può essere spaventosa: si rischia di non dare più nessun significato alla quotidianità.
«Diventando adulto si entra nell’età della ragione che è tossica perché ti insegna a fare le addizioni e le sottrazioni. Poi c’è nella cultura contadina il momento dello scollinamento: tutto ciò che è prospettiva del futuro diventa necessità del ricordo. Io ero al terzo quarto dell’ellisse quando ho avuto l’infarto. Credevo di saperne abbastanza, ma non sapevo cosa è la vita da vecchio, quando arriva la nostalgia non della giovinezza ma dell’infanzia, torni ad avere voglia di mamma e papà, di essere atteso a casa da loro. Ti piace II posto delle fragole di Bergman, per citare un esempio cinematografico. Questo ritorno a casa è lento e progressivo, a meno che ci sia un evento traumatico che lo provochi».
Attribuisce l’innocenza solo all’infanzia?
«E alla vecchiaia, perché coincidono. Vecchi e bambini comunicano in un modo misterioso, si capiscono. Non sono stato un gran padre, nemmeno un gran nonno però i bimbi li percepisco e loro mi percepiscono per sensibilità comune. La cosa che ci fa assomigliare è la vulnerabilità che è uno degli elementi più apprezzabili dell’essere umano. Quando sei vulnerabile e privo di difese percepisci l’altro, il tuo prossimo, molto di più. Io adesso capisco la sofferenza dell’altro, mi fermo e sto in ascolto se qualcuno ne ha bisogno. Quando ero nel pieno delle forze mi mettevo in posizione di ascolto solo dopo una valutazione gerarchica, se mi conveniva o meno rispondere. I comportamenti obbedivano alla ragione. Ragione è sinonimo di convenienza».
Un altro elemento in comune tra infanzia e vecchiaia è la gratuità?
«Sì. Da ragazzo non sai rispondere perché quello è il tuo miglior amico. Vale anche per la donna della tua vita. Ti chiedono perché è lei e rispondi non lo so. È lei quando non è subentrata la ragione. In vecchiaia è uguale. E toma l’idea del sempre. Ecco forse spiegato perché scrivo storie di quattordicenni. Ho compiuto 78 anni ma devo ancora fame 15...». 
Un concetto che richiama, ancora una volta, l’eternizzazione.
«I gesuiti dicono: dateci un bambino per cinque anni e sarà nostro per sempre. Io sono appartenuto alla civiltà contadina per i primi 5 anni e lo sono rimasto per sempre. Ho fatto un film, Magnificat, che si basava sulla promessa contadina della nonna che dice al bambino: “guarda che se non fai il buono quando muoio vengo a tirarti i piedi”. Una promessa a lui e anche a se stessa di tornare, piena cultura altomedievale. Una promessa che è un inganno, una bugia. Ma del resto io mi sono mentito anche quando ho detto che avrei fatto il regista e vendevo bastoncini di pesce Findus. Poi ho fatto 45 film e ho preparato tutte le sere il discorso di ringraziamento all’Oscar che non mi è mai servito. Però ce l’ho pronto».
Perché mentirsi?
«Perché altrimenti ci si suicida. Tutto questo arrabattarsi per volerci essere non è altro se non la nostalgia del presente. Stasera, quando sarò a tavola al ristorante con tutta la mia famiglia, io farò una panoramica circolare, li guarderò e dirò: come siete belli voglio che duri per sempre. Però quel momento è già finito, devo dare la carta di credito e pagare il conto. Ma grazie a questo trucco infame della nostalgia del presente io ho fissato la cosa, me la sono tenuta dentro».
Avati, lei sinora ha fatto un discorso irrazionale, sentimentale. Ma ora, nel voler programmare un momento di felicità scivola nell’illuminismo.
«Ma magari non sarà un momento di felicità e io mi illudo. La felicità non è programmabile, in effetti. Pensavo: farò il regista e sarò felice. Il cinema mi ha dato tanto, ma io ho dato tanto di più al cinema, la mia vita, quella di mia madre che ha tanto pregato perché ce la facessi, di mia moglie, dei miei figli che ho lasciato crescere da soli per inseguire la mia carriera». 
Magari però ha restituito loro qualcosa, ha dato loro la possibilità di avere accesso a un mondo magico.
«No, è puro egoismo. Io e Lucio Dalla facevamo parte della stessa band quando speravo di diventare un grande musicista. Ci chiedevamo: perché uno tiene tanto a diventare famoso? In fondo ognuno vuole diventare famoso, non fare delle belle canzoni».
Poi però Dalla le ha fatte.
«E molto più che belle. Ma le ha fatte per essere amato di più. È come per una sorta di immaturità, viviamo nell’accattonaggio dell’amore per piacere di più agli altri».
In questo senso siamo tutti un po’ come Berlusconi.
«Ma Berlusconi lo ha fatto senza sensi di colpa. Io sarei stato più misurato».
Molto cattolico il richiamo al senso di colpa. E molto cattolica anche la dedizione di Dony, per tornare al film. Cosa vuole dire agli adolescenti con questa pellicola?
«Che la cosa che conta di più è trovare un senso alla propria esistenza. E non lo si trova nella collettività. L’attraversamento in solitario della vita di questa ragazzina minuta, fragile, bruttina, è commovente. Si innamora di uno bellissimo che batte la testa e diventa un vegetale. Si innamora, in realtà, della necessità che lui ha di lei
Infatti è il personaggio di lei quello a cui pare più affezionato.
«La condizione del ragazzo non ha nessun connotato eroico: è vittima di un incidente. Lei invece potrebbe evitare la pena e però sente di essere utile a una persona in difficoltà e ciò la gratifica totalmente. Invece di una storia d’amore da 6- o 6+ più, come tante coetanee, ne sceglie una che la rende straordinaria».
Quanto conta il fatto che lui sia bello. Insomma, che valore ha la bellezza?
«Tutto. Nella cultura contadina le donne esistevano perché dovevano essere belle. Poi abbiamo trovato difficoltà a sostenere questa tesi perché non si poteva dire. Però continuo a pensarlo».
Come Dostoevskij: la bellezza salverà il mondo.
«Il bello comunica di più, non c’è dubbio. Anche se poi ci siamo sposati certe brutte».
Il senso del religioso pare impregnare tutte le sue convinzioni. Ma dove è Dio a 78 anni?
«È l’ultima risorsa. Avere la necessità di credere significa continuare ad amare. Se smetto di credere smetto di amare. La cultura contadina insegna ad avere un rapporto con l’aldilà molto stretto. Nel mio caso, per esempio, con mia madre. Si chiamava Ines, abbiamo avuto un rapporto patologico di affettività e riconoscente complicità. È stata lei a illudermi di poter essere quello che poi non sono riuscito a essere, mi ha insegnato ad avere sogni ambiziosi, a realizzare quello che lei non ha realizzato. Io vado a trovare Dio tutte le sere nella chiesa di San Giacomo in via del Corso a Roma, mi metto nella stessa panca di mia madre per replicare una consuetudine e dare fondamento ai suoi convincimenti e alla sua visione delle cose». 
Anche per fede, immagino, lei prega.
«Forse è più un auspicio che una fede. Prego Dio di esistere. Per favore esisti, perché sei necessario perché sarebbe bellissimo se tu ci fossi».
Nella contemporaneità l’immagine della morte, il rapporto con l’aldilà, è invece cancellato.
«La morte non deve esistere perché altrimenti agiremmo come agivano i nostri nonni che rinunciavano a qualunque cosa per quella promessa. Non acquisteremmo tutti i prodotti che acquistiamo, non saremmo soggetti allettanti per il mercato».