Panorama, 14 aprile 2017
Anche la Jihad è fake. Chi sta falsificando la rivista del Califfo?
La post-verità e le fake news sono diventate un problema anche per i jihadisti. All’inizio di marzo, infatti, l’Isis ha pubblicato il settimo numero di Rumiyah, una delle sue riviste di propaganda, che esce online ogni mese in dieci lingue. Era intitolato Fondare lo Stato Islamico: tra i metodi del Profeta e le strade dei devianti. Solo che è stato a sua volta “deviato“: nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione, sulle chatTelegram e sugli account Twitter riconducibili ai seguaci del Califfato, hanno cominciato a girare voci secondo cui il numero della rivista era falso e non andava scaricato. Le voci sono state poi confermate ufficialmente da Al-Hayat, il centro media dello Stato Islamico. Insomma, qualcuno stava pubblicando una falsa rivista dell’Isis a nome dell’Isis.
E non era la prima volta. Già in passato lo Stato Islamico aveva avuto a che fare con tentativi di sabotaggio della sua propaganda. Lo scorso giugno c’era stato il caso di alcuni numeri della rivista Dabiq rivelatisi falsi, così come anche un’app per smartphone attribuita ad Amaq, un’agenzia di propaganda del Califfato.
Anche il quinto numero di Rumiyah era stato preceduto da ben due falsi: il primo era un pdf pieno di virus, mentre l’altro era un numero apocrifo. È proprio in questo filone che s’inscrive l’ultimo caso, solo che questa volta il falso sembrerebbe molto più elaborato. L’unico indizio della contraffazione sta infatti nell’impaginazione, che sembra opera di una mano più esperta. Per quanto riguarda i contenuti, invece, c’è tutto quello che ci si aspetterebbe da una rivista dell’Isis: elogi agli attentatori suicidi autori di attacchi a Baghdad e in Pakistan, e invettive contro l’esercito “apostata“turco. All’interno c’è poi anche una pagina in cui si raccomanda ai miliziani di stare attenti. «C’è una campagna in corso da parte dei nemici di Allah per distogliere l’immagine dello Stato Islamico, pubblicando numeri falsi e a volte anche pericolosi. Potrebbero contenere virus, software di tracciamento o semplicemente diffondere informazioni sbagliate» vi si legge, prima dell’invito ad affidarsi solo a canali ufficiali – tra cui era indicato anche il sito falso da cui si poteva scaricare il falso numero della rivista.
Non c’è modo di sapere chi ci sia dietro, anche se gli analisti ritengono possa essere o il collettivo hacker Anonymous o una strategia di qualche servizio segreto per individuare e tracciare i seguaci del Califfato. Dal sommario e dai titoli, alcuni articoli sembravano essere gli stessi della versione autentica di Rumiyah. Il che suggerisce che l’autore, chiunque egli sia, abbia accesso illimitato ai sistemi informatici dell’Isis.