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 2017  aprile 06 Giovedì calendario

Così l’uomo diventerà un cyborg

Nel kolossal di Hollywood Ghost in the shell, appena uscito al cinema, la protagonista Scarlett Johansson è un robot soldato a cui è stato impiantato il cervello di un essere umano. Un cyborg ibrido che pensa, prende decisioni e, allo stesso tempo, sfrutta le potenzialità di un corpo bionico molto più resistente rispetto a uno di carne e ossa. Potrebbe sembrare una storia di fantascienza che diventa reale solo nel buio di una sala cinematografica.

Invece non è così. Lo scenario di Ghost in the shell è più imminente e realistico di quanto possa sembrare.
Il cervello umano, infatti, è diventato territorio di conquista da parte dei guru della Silicon Valley. Che, come nell’epopea del Far west, stanno facendo a gara per aggiudicarsi il primato di aver collegato la materia grigia a un computer. Tra gli scopi di questi ricchi visionari non c’è solo la cura delle malattie neurologiche, considerate importanti, ma di nicchia. La mission vera è riuscire a scaricare i ricordi (emozioni incluse) su un computer e viceversa, proprio come oggi si fa quando si copia una foto digitale su una chiavetta usb. Un business che potrebbe interessare l’intero genere umano e diventare un nuovo eldorado per le tech company. Lo scopo è potenziare l’apprendimento e la capacità della nostra memoria per poter competere con l’intelligenza artificiale delle macchine. In modo da evitare la minaccia, preconizzata anche da scienziati di fama mondiale come Stephen Hawking, secondo cui l’uomo è destinato a essere suddito (o vittima) dei robot. Obiettivo finale delle nuove ricerche in corso? Trasferire pensieri e ricordi di un’intera vita all’interno di corpi bionici. Rendendo, di fatto, il genere umano immortale. Tre sono gli imprenditori che sono usciti allo scoperto in questo campo. Una curiosità li accomuna: tutti e tre sono diventati miliardari grazie a invenzioni che nulla hanno a che fare con il cervello.
Bryan Johnson, genio informatico il cui nome è sconoscilo quasi a tutti, nel 2013 ha incassato una fortuna vendendo a eBay, per 800 milioni di dollari, la società di pagamenti digitali da lui fondata: Braintree. Johnson, che oggi ha 39 anni, lo scorso agosto ha fondato Kernel, una società in cui ha investito 100 milioni di dollari del suo capitale personale. L’intento, agli inizi, è stato «costruire la prima protesi neurale per la valorizzazione dell’intelligenza umana», spiega lo stesso Johnson al Mit Technology review, la prestigiosa rivista scientifica del Massachusetts institute of technology americano. Ma dopo i primi tentativi effettuati installando chip reali all’interno del cervello di cavie, le ricerche di Johnson hanno cambiato direzione. Quello che ora sta studiando (reclutando i migliori ricercatori in giro perii mondo) è riuscire a connettere il cervello ai computer in maniera non invasiva. «Difficilmente troveremo gente disposta a farsi aprire la scatola cranica solo con la promessa di poter spedire una email o navigare il web con il pensiero» racconta ironico Johnson al Mit Technology review.

Alla conquista del cervello c’è anche il 33enne Marc Zuckerberg, fondatore di Facebook. Secondo il ben informato e autorevole sito Businessinsider.com, nell’ultrasegreto laboratorio californiano di Facebook, chiamato asetticamente «Building 8», si starebbe studiando il sistema di collegare il cervello al web. Zuckerberg stesso, lo scorso anno, durante una sessione di domande e risposte ai margini di una conferenza stampa, si è lasciato sfuggire che la prossima frontiera sarà «la condivisione di esperienze sensoriali ed emozionali». Il sogno di Mark Zuckerberg è dotare ogni suo discepolo (sono oltre 1,8 miliardi gli iscritti a Facebook) di un gadget tecnologico che consenta di leggere i pensieri e comunicare con le onde cerebrali. Facebook sembra essere avanti in questo ambito. Mark Chevillet, ex direttore del programma di neuroscienze applicate alla Johns Hopkins University di Baltimora, infatti, lo scorso settembre è stato assunto da Facebook come «responsabile tecnico di questo progetto» secondo quanto conferma il suo profilo Linkedin. La sua specialità è una materia che la scienza ha battezzato neuroimaging: ossia l’utilizzo di tecniche (non invasive) per visualizzare il cervello e capire cosa succede al suo interno.
A voler esplorare le potenzialità del cervello c’è anche Elon Musk. Il fondatore di Tesla (auto elettriche intelligenti) e SpaceX (viaggi spaziali) la scorsa settimana ha reso noto di aver fondato una nuova startup: Neurolink. L’obiettivo è sviluppare «lacci neurali» per collegare il cervello ai computer. Meno invasivi di un impianto cerebrale (sono nanocomponenti elettronici che possono essere iniettati tramite una siringa in alcune aree del cervello) possono potenziare la nostra memoria, incrementare la capacità di calcolo e soprattutto dialogare con i dispositivi esterni. Potremo informarci cercando informazioni sul web solamente pensando di volerlo fare. Un laccio neurale potrebbe riconoscere che siamo in una stanza buia e accendere la luce solo desiderandolo. Nell’idea di Musk un laccio neurale può intercettare gli impulsi cerebrali e portarli agli ani saltando, per esempio, il midollo spinale. E un paziente paralizzato potrebbe tornare a camminare. Si sta avverando (molti anni in anticipo rispetto alla sua stessa tabella di marcia) la previsione di Ray Kurzweil, scienziato, futurologo e fondatore della Singularity University, una fabbrica di geni nella Silicon Valley. Nel suo libro, La singolarità è vicina, pubblicato nel 2005, Kurzweil immagina che «entro il 2030 invieremo nanorobot (iniettandoli nel sangue) che saranno in grado di collegare la nostra corteccia al cloud. Proprio come facciamo per espandere la memoria del telefono» spiega Kurzweil «potremo trasformare il cervello in bit e trasferirlo sulla nuvola del web».
Johnson, Zuckerberg e Musk non sono scienziati. E men che meno filantropi. Sono imprenditori che stanno applicando le regole della Silicon Valley alle neuroscienze. Annunciando tecnologie ben prima di averle effettivamente create. Stanno fissando l’agenda di un’evoluzione, intrigante e al tempo stesso spaventosa, investendo milioni di dollari per essere gli artefici di un nuovo scatto evolutivo post-Darwin. Il primo in cui non è la selezione naturale a garantire la sopravvivenza, ma è l’uomo stesso che adatta la propria specie alle nuove regole imposte dalle macchine dotate di intelligenza artificiale. Diventando artefice del proprio cambiamento.
E dell’evoluzione della specie.