Oggi, 13 aprile 2017
Le mie piante carnivore fanno male solo alle mosche
Gaggiano (Milano), aprile
Ha soltanto 28 anni, eppure nel suo settore Daniele Righetti è considerato già una star. Merito della grande passione coltivata negli anni con sacrificio e dedizione, tanto da intraprendere e terminare un percorso di studi in Agraria adatto a perfezionare il suo primo amore: le piante carnivore. Già, perché questo ragazzo dai modi garbati, che arrossisce di fronte a chi si complimenta per il suo record, è il più grande collezionista di piante carnivore d’Italia e uno dei massimi rappresentanti europei. «Purtroppo, nell’immaginario comune questo genere di piante viene spesso associato a esseri mostruosi capaci di divorare chiunque, dagli animali agli uomini. Invece non tutti sanno che sono dei miracoli della natura», assicura Daniele, che nella sua serra di Gaggiano, in piena campagna milanese, è arrivato a collezionare oltre 10 mila piante carnivore.
IN CONTINUA EVOLUZIONE
Tra chi le chiama le “Tigri da giardino” e chi crede ancora all’albero “mangia uomini”, questi arbusti non hanno nulla a che vedere con i feroci mostri della mitologia. Eleganti, sinuose e colorate, sono piante capaci di mangiare – grazie a foglie dentate o a trappole piene di veleno – insetti, piccoli uccellini o topolini. «È vero che in natura le carnivore sono in continua evoluzione, ma per esempio una Nepenthes, ossia una specie originaria delle foreste tropicali asiatiche e di alcune aree del Madagascar, potrebbe solo potenzialmente catturare, grazie alle sue trappole grandi come fusti d’acqua, gatti, conigli, galline o cani di piccola taglia. Chissà che nei millenni non succeda veramente».
Il limite che non permette a queste piante di catturare animali più grandi è dovuto al fatto che le loro trappole sono sostanzialmente passive. «Nessuna pianta carnivora muove le proprie foglie come tentacoli per “afferrare e sbranare” la prima preda che le capita sotto tiro. Mangiano animali per necessità, non per cattiveria. Crescono su rocce, paludi e ambienti torbidi dal Borneo alle zone tropicali dell’America del Sud e hanno escogitato l’unico modo per sopravvivere: ingurgitare insetti e animali che accidentalmente cadono nei loro ascidi – trappole contenitori – dove un liquido enzimatico li uccide e li decompone».
PICCOLE E GRANDI
Nel suo mondo botanico, Daniele ha avuto anche piante alte fino a 4 metri che poi ha dovuto potare per problemi di spazio. «La particolarità di una carnivora sta nella sua trappola, non nelle sue dimensioni. In natura ci sono delle Nepenthes che arrivano anche a 10 metri di altezza ma sono in grado di “catturare” solo insetti. Altre piante, invece, piccole e apparentemente innocue, hanno una capacità digestiva incredibile, come la Dionaea muscipula, grande 15 centimetri e famosa per le sue foglie a tagliola che scattano come trappole per topi». Astuzie escogitate per sopravvivere in ambienti aridi, che però sono costate a questi arbusti appellativi raccapriccianti che ancora oggi ne limitano il mercato, soprattutto in Italia. «Nel mio settore sono l’unico a coltivare queste piante a livello puramente amatoriale. In Europa e in America, dove c’è grande cultura del settore, esistono vivai specializzati e molte famiglie le comprano per liberarsi di mosche e zanzare in casa», spiega Daniele, che oltre a comprare semi dal Nord America o dalle zone tropicali, ha creato, grazie a miglioramenti genetici, dei nuovi ibridi registrati all’istituto internazionale di riferimento. «Non mi basta solo coltivarle. Il mio è uno studio scientifico: riproduco, ibrido, studio nuove varietà». Al più bell’ibrido creato, tutto bianco con un cuore rosa, ha dato il nome della sua fidanzata, e lo ha registrato come Sarracenia moorei Silvia Luise. L’altro lo ha chiamato Sarracenia Metallized per le sfumature rosso intenso quasi metallizzate. «Sono piante di una bellezza incredibile. Sarebbe bello avere anche qui in Italia una villa botanica di sole piante carnivore».