La Stampa, 19 aprile 2017
E ora il governo punta su riso e pasta tracciabili
Se tutto andrà bene, tra non troppo tempo anche la pasta e il riso commercializzati in Italia dovranno indicare in etichetta e in modo indelebile – così come già avviene per il latte e i suoi derivati – il luogo di provenienza e quello di lavorazione. Questo è l’intendimento del governo italiano che, incassato positivamente il via libera di Bruxelles alla sperimentazione dell’etichetta con tracciabilità, adesso punta a stringere i tempi per ottenere lo stesso trattamento per quanto riguarda altri due prodotti «tradizionali» e importanti per la nostra dieta, la nostra cultura e la nostra agricoltura: la filiera del grano e della pasta e il riso.
Non sarà facilissimo. Per ottenere il via libera da parte della Commissione europea alla sperimentazione dell’etichetta con l’indicazione obbligatoria dell’origine per i due prodotti servirà una delicata opera diplomatica per trovare i giusti alleati in questa battaglia e rabbonire i potenziali avversari. La cosa positiva, spiegano ai ministeri delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico (che congiuntamente gestiscono questa partita) è che naturalmente peserà il precedente del latte e dei formaggi. E in più l’Italia (per una volta) si è mossa con congruo anticipo, avviando sia il dialogo con gli organismi tecnici della Commissione europea, che quello diplomatico con gli Stati partner.
La filiera grano-pasta rappresenta un business di rilievo per l’Italia dell’agroalimentare: produciamo 4 milioni di tonnellate di grano duro, e con i 3,4 milioni di tonnellate di pasta prodotta (un valore di 4,6 miliardi di euro, di cui 2 miliardi finiscono in esportazione) siamo il primo produttore mondiale. Si punta a inserire sulle confezioni di pasta secca il Paese di coltivazione del grano e quello di molitura, dove cioè il grano è stato macinato. Nella battaglia abbiamo al nostro fianco i paesi Ue che si affacciano sul mediterraneo e la Francia. La Germania è piuttosto fredda, mentre il fronte dei contrari – a suo tempo guidato strenuamente dalla Gran Bretagna, ormai out – comprende i Paesi del Nord Europa. Il «sì» dei Paesi dell’Est ci sarà se sapremo fare opportuni «scambi»: la Polonia, ad esempio, è interessata a misure a tutela delle mele, e un accordo si può trovare.
Anche il riso è un comparto chiave per l’Italia. Con 234mila ettari coltivati e 1,4 milioni di tonnellate prodotte siamo il primo produttore nell’Ue (oltre il 50% della produzione europea), con un giro d’affari che vale circa un miliardo di euro. Anche in questo caso lo schema di decreto che stiamo spingendo prevede che sull’etichetta del riso debbano essere indicati sia il Paese di coltivazione del riso che quello di trasformazione e sbiancatura. In questo caso a fianco della nostra proposta ci sono sicuramente tutti i Paesi produttori, sempre largamente affacciati sulla costa del Mediterraneo: Portogallo, Spagna, Francia, Grecia, Romania, Bulgaria.