il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2017
«Droni imprecisi e troppi civili uccisi». Ma l’Italia ha già investito 180 milioni
L’era dei droni inizia in Afghanistan nel 2002, con il primo bombardamento condotto da un velivolo americano senza pilota comandato con un joystick. Era l’inizio di una svolta storica. Una rivoluzione tecnologica e bellica molto problematica dal punto di vista etico e giuridico, ripercorsa e analizzata in dettaglio nel rapporto Droni militari, proliferazione o controllo? realizzato dall’Istituto di ricerche internazionali archivio disarmo (Iriad) e presentato ieri alla Camera.
Il vantaggio dei droni, spiega il rapporto, sta nel fatto che consentono di svolgere compiti dull, dirty and dangerous, cioè stupidi, sporchi e pericolosi, con costi economici e umani, quindi politici, inferiori rispetto all’impiego di aerei pilotati. I fatti, però, hanno smentito la presunta precisione di queste macchine che doveva limitare i cosiddetti “danni collaterali”, cioè le vittime civili. Il rapporto dell’Iriad sfata il mito dell’accuratezza dei droni citando dati relativi ai raid Usa in Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia negli ultimi due anni, che mostrano come uno/due morti su dieci siano civili, nel 30% dei casi bambini. “Stime molto più alte di quelle fornite dai comandi militari americani – sottolinea Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Iriad – ma ancora sottostimate data l’incerta distinzione tra civili e combattenti”. A questo si aggiungono le critiche sul piano etico (un sistema d’arma che rende la guerra virtuale e disumana) e giuridico (il ricorso ai droni per omicidi che, per il diritto internazionale, sono esecuzioni extragiudiziali).
Il rapporto affronta anche l’approccio dell’Italia: un approccio che porterà presto anche la nostra Aeronautica militare a dotarsi di droni armati pronti a bombardare, senza che su questo delicato tema si sia sviluppato un adeguato dibattito pubblico. Due anni fa la Difesa ha firmato un contratto da 160 milioni di dollari con la General Atomics per armare i sei droni italiani MQ-9 Reaper (Mietitori) con missili Hellfire (Fuoco dell’inferno) e bombe Paweway (Asfaltatrici) prodotte da Lockheed Martin e Raytheon.
Lo stesso anno l’Aeronautica ha acquistato per 180 milioni dalla Piaggio Aero Industries (proprietà dell’emirato arabo di Abu Dhabi) tre prototipi di droni P1 Hammerhead (Squalo martello) da ricognizione, ma armabili, in fase di sperimentazione. A questo si aggiunge la partecipazione italiana ai progetti di droni militari europei, rilanciati dalla decisione di creare un fondo europeo per la difesa da miliardi di euro.