TheGoodLife, 1 marzo 2017
Sabbia e aggregati
Molti associano la sabbia alle vacanze, alla natura, al relax o all’esotismo dei deserti. L’industria turistica è riuscita a capitalizzarla con successo e l’immaginario collettivo l’ha celebrata in tutte le sue forme. Non serve andare troppo lontano, però, per rendersi conto che la sabbia e la ghiaia sono tutto intorno a noi, nella nostra società. In tutto si contano oltre 200 utilizzi nei settori più vari: vetro, carta, detersivi, dentifrici, detergenti, microprocessori... Questa grande diversità di applicazioni è dovuta alla natura minerale molto varia dei grani detritici (ossia formati da frammenti) che compongono la sabbia. In effetti, la sabbia si può definire soltanto attraverso la sua granulometria. «Dal punto di vista geologico la sabbia è costituita da particelle di dimensione compresa tra 63 micron e 2 millimetri» precisa Eric Chaumillon, geologo marino e docente all’Università de La Rochelle. «Le sabbie silicee, costituite da quarzo, sono dominanti nella composizione delle sabbie, poiché questo minerale, derivante dalle rocce della crosta terrestre, è quasi inalterabile. Un’altra categoria diffusa è la sabbia calcarea (la famosa sabbia bianca delle spiagge tropicali), più spesso di natura detritica, che è il risultato della frammentazione di rocce calcaree preesistenti o di accumuli di gusci calcarei di organismi. In campo industriale non si adotta necessariamente la stessa classificazione scientifica. I materiali che si utilizzano sono aggregati e si riferiscono a frammenti di roccia di dimensioni inferiori ai 125 millimetri».Sabbia quindi, ma anche pietrisco o ghiaia.
Fame di sabbia
I settori di gran lunga più voraci, senza dubbio, sono quelli dell’edilizia e dei lavori pubblici. Gli aggregati possono essere usati nella loro forma originaria per la costruzione di strade o linee ferroviarie, oppure essere associati ad altri minerali per fabbricare materiali da costruzione come il calcestruzzo, che ha un ruolo preponderante su scala mondiale. Un tipico edificio a uso abitativo richiede tra le 100 e le 300 tonnellate di aggregati, quando ne occorrono circa 30 000 per la costruzione di un solo chilometro d’autostrada. Una centrale nucleare richiede, invece, 12 milioni di tonnellate. In Italia (dove le imprese di estrazione di sabbia e ghiaia nel 2014 erano 1 006) si producono ogni anno 21,6 milioni di tonnellate di sabbia da costruzione. A cui si aggiungono 13,8 milioni di tonnellate di sabbie quarzose e industriali, 24,9 milioni di tonnellate di ghiaia e, infine, 54,8 milioni di tonnellate di pietre frantumate per calcestruzzo e massicciate stradali. Secondo i dati dell’ultima indagine dell’Associazione italiana tecnico economica cemento (Aitec), che raggruppa 14 aziende, pari al 92% della domanda nazionale di cemento, il 36,1% della sabbia cementizia prodotta in Italia finisce nell’edilizia residenziale e il 33,5 in opere pubbliche. Tra queste ultime, i lavori per il trasporto ferroviario e stradale rappresentano quasi la metà dei consumi. E questo nonostante il rallentamento degli appalti pubblici seguito a Tangentopoli e alle altre inchieste sulla corruzione e nonostante la crisi economica. Di sabbia e aggregati, dunque, c’è davvero molta fame.
«A livello mondiale, la sabbia rappresenta circa un terzo del totale dei sedimenti e sembra inesauribile» spiega Chaumillon. «Ci sono tanti granelli di sabbia sul pianeta quante sono le stelle nell’universo, si dice. La maggior parte della sabbia, però, non può essere sfruttata poiché è nascosta nelle profondità degli oceani o sotto altri sedimenti. Inoltre, benché presenti in grande quantità, sabbie e aggregati si formano nell’arco di ere geologiche, cioè diverse migliaia o milioni di anni. Perciò le risorse sfruttabili di sabbia e aggregati sono limitate e non rinnovabili».
Inoltre, non tutti i tipi di sabbia sono sfruttabili. La sabbia di origine eolica nei deserti (fortemente erosa e di forma tondeggiante) non è, per esempio, adatta all’edilizia. L’estrazione marina sembra essere, per molti Paesi (tra i quali la Francia), un’alternativa allettante. Gli aggregati marini possiedono un’origine geologica identica a quella dei materiali alluvionali terrestri, cosa che garantisce caratteristiche e settori di applicazione simili.
Tra scienza e industria
Lo sfruttamento degli aggregati di origine marina, però, non è privo di conseguenze per l’ambiente. Grazie agli studi scientifici abbiamo compreso i pericoli potenziali e i cambiamenti radicali che questa attività produce. Ma non si riescono ancora a prevedere tutte le possibili conseguenze. «Lo sfruttamento dei sedimenti marini ha effetti a cui è impossibile sfuggire» spiega Laure Simplet, ingegnere geologo dell’Istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del mare. «Possiamo citare la distruzione del bentos (la fauna che vive sui fondali), gli effetti sulla morfologia dei fondali marini o anche l’intorbidimento delle acque causato dalla sospensione dei sedimenti smossi. Rimuovere un deposito di sedimenti può modificare la natura dei fondali marini e può innescare un cambiamento di habitat È tutto l’ecosistema, a questo punto, a essere messo a repentaglio. La questione è capire se, una volta terminata l’attività estrattiva, l’ambiente potrà tornare allo stato originario. Il problema è che l’ambiente marino non è abbastanza conosciuto e quindi si tratta di un tema che occorre tenere sotto controllo». Proprio queste | incognite ambientali hanno frenato, fino a bloccarle, molte iniziative di sfruttamento in questa direzione. «L’estrazione di sabbia da fiumi o dal mare è assai impattante» conferma Diego Gatta, docente di Georisorse all’Università degli Studi di Milano. «Il prelievo modificherebbe l’ambiente naturale. Così l’Italia, che si è data una legislazione ambientale per molti versi all’avanguardia, vieta oggi l’estrazione di sabbia da fiumi, laghi o mare. La produzione è autorizzata soltanto da paleofondali, cioè da luoghi che migliaia di anni fa erano coste o letti di fiumi. Gli impianti che vediamo lungo i fiumi, sono invece destinati alla lavorazione e sono ubicati lì perché necessitano di molta acqua». Spiagge e barriere sedimentarie, inoltre, sono la forma migliore di protezione contro il vento, le onde, le tempeste e gli allagamenti. «Poiché ogni costa e avanspiaggia presenta proprie caratteristiche idrodinamiche, geomorfologiche e sedimentologiche» spiega Eric Chaumillon «è necessario condurre un’analisi specifica in ogni potenziale sito di estrazione degli aggregati, tenendo conto della profondità dell’acqua, della distanza dalla costa, della distribuzione e dell’ampiezza delle tempeste. Ma anche della rifrazione e della riflessione delle onde e della natura sedimentaria dei fondali marini». Il settore scientifico dà ovviamente precedenza alla cautela. I tempi della ricerca, però, sono necessariamente lunghi e mal si conciliano con gli imperativi dell’industria. «L’impatto ambientale può essere contenuto in alcuni casi»aggiunge Chaumillon. «E può anche accrescere la biodiversità. Dopo tutto, Yellowstone, la cui la foresta brucia per intere estati, è oggi il primo parco naturale del mondo. Il problema è piuttosto il mix legato alla somma di tutte le diverse attività umane. Bisogna adottare un approccio olistico».
Fracking: l’altro uso della sabbia
La sabbia, oltre a quello edilizio, ha anche un altro impiego industriale cresciuto negli ultimi anni nel mondo: la fratturazione idraulica (il cosiddetto fracking)con il quale si estrae petrolio dal sottosuolo. Il procedimento consiste nelfimmettere ad alta pressione sabbia, prodotti chimici e acqua nel terreno per fratturare le formazioni rocciose affinché petrolio e gas affiorino in superfìcie. La sabbia serve ad aprire minuscoli varchi nella roccia. Negli anni in cui il prezzo del petrolio era alle stelle la domanda di sabbia è cresciuta del 25% e si stimava che tra il 2015 e il 2016 continuasse a crescere del 20%. Ma il prezzo del greggio è sceso e la domanda si è stabilizzata. «In Italia questa tecnica non viene impiegata: essendo assai impattante sul territorio e avendo poche aree non abitate, le compagnie petrolifere preferiscono metodi tradizionali» spiega il geologo Diego Gatta.
La sfida industriale nello sfruttamento degli aggregati si traduce, nel migliore dei casi, in una scarsa conoscenza dei tempi ambientali e, nel peggiore, in una totale indifferenza. Crescente urbanizzazione, boom immobiliare, speculazioni turistiche e finanziarie, polderizzazione... Qualsiasi motivo è buono per spingere la corsa mondiale alla sabbia e agli aggregati. «Se si fa un raffronto»precisa ancora Eric Chaumillon «il totale delle estrazioni mondiali di aggregati si avvicina, in tonnellaggio, alle esportazioni sedimentarie dell’insieme dei fiumi del pianeta verso il mare, stimate dai 5 agli 8 miliardi di tonnellate l’anno». L’uomo può quindi vantarsi di essere il più grande agente perturbatore dell’ambiente, visto che solo il suo impatto è pari a tutte forze naturali del pianeta.