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 2017  aprile 01 Sabato calendario

Un’ora con Tullio Pericoli. Nello studio del pittore e illustratore che ha fatto la storia dei giornali italiani

Ci sono spazi che assomigliano a preghiere. Luoghi che nella loro disposizione scandiscono, come liturgie laiche, il tempo e le azioni che vi si compiono. Così sembra lo studio di Tullio Pericoli. Quasi un paesaggio, per rimanere fedeli a un suo topos artistico. L’edificio che lo ospita mantiene la tipica caratteristica delle case di ringhiera milanesi, in quell’area che va da corso Monforte a corso Concordia, a soli cinque minuti a piedi dal centro. Qui da una ventina d’anni prendono forma le opere che l’hanno reso celebre in tutto il mondo: i paesaggi morbidi delle colline marchigiane, dove Tullio Pericoli è nato (a Colli del Tronto, nell’ascolano). E poi i volti degli scrittori, o ancora gli alberi e tutti quegli oggetti dove dapprima s’è posato il suo sguardo e poi la sua mano. Del resto Pensieri della mano è il titolo del suo ultimo libro, come tutti gli altri uscito per Adelphi.
 
Marco Filoni È sempre stato così?
Tullio Pericoli Non so bene quando è iniziato, non ne ho memoria. So però che è una specie di abitudine. Anzi, più che un’abitudine, è una necessità della quale ormai non so più lare a meno.
MF Il mattino leggi quotidiani e riviste?
TP Mai. Ricordo quando facevo i disegni politici per l’Espresso: ormai lo facevo da molti anni e volevo smettere. Così andai da Scalfari annunciandogli questa mia decisione. Aggiungendo anche: «Così finalmente posso smettere di leggere i giornali!».
MF E lui cosa ti rispose?
TP Figurati: saltò dalla sedia. Mi chiese se per caso non ero impazzito. Però da allora non li leggo più il mattino. Anche perché appena sveglio ne leggi almeno due terzi. Se invece li leggi nel pomeriggio, li sfogli e leggi solo un terzo o anche un quarto. Perché nel frattempo tutto è invecchiato... F. poi hai la giusta distanza. Perciò il mattino leggo libri.
MF Come scegli i libri da leggere?
TP Leggo quello che mi interessa in quel momento. Non ho un vero metodo, non sono capace di averlo. Però i libri che amo di più, quelli più importanti e che mi sono serviti di più, sono i libri che ho dimenticato. Le chiamo “letture dimenticate”: ovvero quelle che più mi hanno distratto, mi hanno dato più suggestioni che mi sono servite per immaginare. E quindi per il mio lavoro. Poi magari non ricordo il tema o l’autore.
MF C’è un posto particolare, qui nel tuo studio, dove leggi?
TP C’è una geografia del mio lavoro. Alcuni libri li leggo perché mi interessa la scrittura, l’autore, o il tema... Poi ci sono libri davvero particolari che in qualche modo non sei tu a leggere loro, ma sono loro a leggere te. E quindi ti abbandoni. Ecco, questo è il tipo di lettura che laccio e che è più utile per il mio mestiere. Perché io leggo per rubare, non leggo da lettore accademico. Leggo per cercare qualcosa che mi serva, sperando che le parole mi suggeriscano idee e immagini. Ora sto leggendo un volume straordinario: Lettori selvaggi di Giuseppe Montesano. Qui è come immergersi in un oceano e abbandonarsi a tutte le correnti, ai guizzi, ai colori e agli abissi più profondi. Dove siamo seduti ora, è il tavolo per leggere i giornali e per chiacchierare con gli amici; lì in fondo invece è dove dipingo e dove ci sono tutti i pennelli, le tele, i colori... E quel tavolo proprio in mezzo è dove leggo i libri: e quando sto lì a leggere, il mio pensiero è sempre a quello spazio lì in fondo a destra, dove dipingo. Come se la lettura fosse proseguire il lavoro che ho fatto nel pomeriggio precedente e che poi riprenderò quello stesso pomeriggio...
MF – Poi c’è uno strano biglietto che inizia con «Ti do tre tratti, Tullio, con la penna / Uno è per dirti che io non disegno...», e finisce con «L’ultimo tratto è grazie per l’incanto / Insomma Tullio tu mi garbi tanto». Firmato: “Roberto”.
TP – È un acrostico divertente che mi ha regalato Benigni: con le iniziali del mio nome ha fatto questo componimento giocoso.
MF – Di molti di questi tuoi amici e intellettuali conosciamo il volto che ne hai disegnato: qual è il processo con il quale li disegni?
TP Ormai di ritratti ne faccio pochissimi. Però quando ne facevo procedevo come un archeologo che toglie la sabbia e man mano appare quello che cercava. Il ritratto viene fuori da una successione di schizzi. Il primo non sempre è riuscito, allora ci metto sopra un foglio di carta che lascia appena intravedere quello che ho fatto prima. Kcco, lì colgo le cose che sono sbagliate e recupero invece quelle che funzionano. È un processo che può andare avanti per tre, quattro, cinque volte... finché non emerge una specie di sintesi: una scelta dei segni giusti e lo scarto di quelli sbagliati. Infine però quel volto deve tornare a vivere.
MF – E con i paesaggi?
TP – È diverso. Devo andarci, devo vivere i posti che poi disegnerò. Adesso per esempio sto finendo un lavoro che si concluderà con una mostra che farò a settembre ad Alba, nelle Langhe. Una mostra alla quale ho lavorato quasi due anni andando e frequentando quei luoghi, fino a quando non mi sono entrati nella mano e nella mente.
MF – Prima di quella piemontese farai altre mostre?
TP – Una in aprile, inaugurerà il 27, presso la Galleria Consadori di Milano. Una piccola mostra, dal titolo Scritture e figure, che però raccoglie un periodo di tempo lunghissimo, dagli anni Settanta fino a oggi. E ci sarà anche qualche oggetto...
MF – A proposito di oggetti: in pochi conoscono le tue opere come per esempio queste sculture fatte di piccole matite.
TP – Quelle nascono da un libro che ho fatto con l’editore Henry Beyle, Storie della mia matita: in copertina avevo disegnato una figura fatta di matite. Così mi è venuta l’idea di queste “sculturine“che hanno a che fare con la scrittura, o meglio come la scrittura stessa diventa una figura.
MF – Cos’è per te la matita?
TP – Una specie di sesto dito, qualcosa che si aggiunge al nostro corpo. Quando disegno o dipingo e appoggio la matita sul foglio l’attenzione si trasmette immediatamente sulla sua punta. Tutto il resto sembra quasi che scompaia. Come se la matita e la mia mano avessero un cervello, una loro volontà. Ma soprattutto una loro memoria: la cosa che mi sorprende sempre – che è la vera molla del mio lavoro – è pensare quanti segreti ancora sono custoditi in quel pezzetto di legno che è la matita.
MF – E il segno che tracci con quella matita?
TP – Mi torna di nuovo in mente una cosa che mi capitava con mio figlio Matteo. Era piccolo, forse non aveva nemmeno due anni. Era sul seggiolone e io gli disegnavo. La cosa che lo faceva impazzire di gioia non era tanto il disegnargli un leone, una farfalla... ma il fatto che dalla matita uscisse quella specie di verme nero che era il segno. Esplodeva in risate folli! Ecco, mi è sempre sembrato un segnale, come se questo disegnare la linea – la produzione stessa del segno – avesse a che fare col nostro essere. Pensa al primo uomo del mondo che ha tracciato una linea sulla parete di una caverna: è qualcosa di primitivo che ha a che fare con la nostra natura, qualcosa che ci è proprio inseparabile. Del resto la linea non esiste in natura, è un’invenzione dell’uomo, e credo sia stata più importante della ruota. Perché ci ha fatto capire che il mondo ha una forma, senza linea non lo puoi delineare, non puoi contornare. La linea è uno dei nostri strumenti di conoscenza più importanti; ci ha permesso di dare forma alle cose. 
Alle quattro dell’ultimo giorno di visita è attesa la conferenza stampa di Neymar, testimonial del contratto di sponsorizzazione siglato da Barcellona e Gillette. Un reporter romeno gli chiede un’opinione su Hagi, che portava il suo stesso numero (l’11) ed è nato il medesimo giorno (il 5 febbraio): «Scusate, non ho idea di chi sia», ha risposto lui. Il processo d’indottrinamento del brasiliano, evidentemente, si sta rivelando più complicato del previsto.