TheGoodLife, 1 marzo 2017
Giappone. L’offensiva della normalità
Il primo ministro giapponese Shinzo Abe avrebbe di che ringraziare il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Grazie ai maneggi dell’ultimo rampollo della dinastia dei Kim, ha la possibilità di accelerare il suo progetto di riarmo del Giappone, di affrettare la revisione della Costituzione pacifista del Paese e di lanciare sul fronte commerciale la sua industria della difesa. In altre parole, fare del Giappone un “Paese normale“, come Shinzo Abe auspica a parole da anni. Dopo il lancio dimostrativo di un missile nordcoreano il 7 febbraio dell’anno scorso, Tokyo non ha tardato a reagire: ha sfoderato una batteria di nuove sanzioni contro il regime di Pyongyang, prima di annunciare una serie di misure per rinforzare la sua difesa antimissile. La prima è modernizzare gli SM-3, missili intercettori lanciati dai suoi sei cacciatorpedinieri Aegis. Da qui al 2020 le forze di difesa riceveranno due nuovi Aegis. Inoltre verrà preso in esame un altro sistema di difesa missilistica: il Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) americano, che tanto inquieta cinesi e russi. Dotato di un lanciatore mobile e di un radar super-potente capace di individuare un oggetto delle dimensioni di una palla da baseball nel raggio di 1 000 km, questo sistema anti-balistico può colpire tanto all’esterno quanto all’interno dell’atmosfera, nell’ultima fase di avvicinamento del missile. Anche i sudcoreani hanno intavolato trattative con Washington per dotarsi di questa tecnologia, che li metterebbe al riparo dagli attacchi del Nord. Benché l’arcipelago nipponico viva ancora sotto l’ombrello degli Stati Uniti in fatto di difesa e di dissuasione, sta cercando di acquisire più autonomia e una maggiore libertà di azione. Dopo il ritorno al potere di Shinzo Abe, nel dicembre 2012, il Giappone ha manifestato l’intenzione di dotarsi degli attributi di una vera potenza militare. Fino ad allora, in virtù della Costituzione del 1947, detta del Dopoguerra o della Pace, le Forze di Auto-Difesa (SDF) non potevano fare ricorso alle armi al di fuori dell’arcipelago e si limitavano a operazioni umanitarie molto inquadrate, come in Iraq tra il 2004 e il 2008.
II budget della Difesa in aumento
Nell’autunno del 2015, il capo del governo ha fatto approvare dieci leggi per ampliare il ruolo delle SDF. In nome della “legittima difesa collettiva“, e non più solamente individuale, queste forze potranno essere dispiegate all’estero e fare uso delle armi. Tokyo desidera venire in aiuto dei suoi alleati «nei casi in cui sussista chiaramente il rischio che l’esistenza del Giappone e i diritti della sua popolazione siano minacciati da un attacco contro un Paese che intrattiene una stretta relazione con esso» secondo le parole di Shinzo Abe, che aveva dovuto affrontare una protesta nazio nale durante l’estate, con ripetute e massicce manifestazioni di piazza. Lo scorso dicembre il “falco” Abe ha fatto approvare per la quinta volta consecutiva un budget per la difesa in crescita, che prevede per il 2017 una spesa di 5100 miliardi di yen (circa 42,5 miliardi di euro). Solo nel 2016 il Giappone ha acquistato, tra l’altro, sei aerei caccia F-35 dalla statunitense LockheedMartin, veicoli anfibi, droni, un secondo aereo-radar di sorveglianza E-2D e altri aerei di sorveglianza di tipo P-l costruiti da Kawasaki Heavy Industries.
Queste acquisizioni a 360° e una maggiore mobilitazione dei 240 000 uomini delle SDF mirano a rispondere a una doppia minaccia. Vi è evidentemente il pericolo nordcoreano, «un fattore critico di destabilizzazione nella regione» secondo l’analisi di un funzionario del ministero della Difesa nipponico: dal 2006 Pyongyang ha effettuato quattro test nucleari e decine di lanci di missili, la cui cadenza si è intensificata con l’arrivo al potere di Kim Jong-un. Ma il Giappone deve soprattutto fare i conti con gli «atti pericolosi, le pressioni e le provocazioni crescenti della Cina» afferma un diplomatico giapponese. Dal settembre 2012 Tokyo e Pechino sono ai ferri corti a causa dell’arcipelago delle Senkaku. Amministrati dal Giappone, questi otto isolotti e scogli sono rivendicati dalla Cina (che le chiama Isole Diaj oyu). Aerei e navi sono stati dispiegati dalle ì due grandi potenze della regione, che sono riuscite finora a «scongiurare uno scivolone o un incidente» secondo la preoccupata constatazione del diplomatico giapponese.
L’inquietante espansionismo cinese
I giapponesi, che hanno perso nel 2010 il loro posto di seconda potenza economica del pianeta a favore dei cinesi, sono allarmati per l’espansionismo marittimo e territoriale della Cina. Da un decennio, Pechino registra crescite a due cifre del suo budget militare, che nel 2016 si è avvicinato ai 138 miliardi di euro. Secondo Satoru Nagao e Koh Swee Lean Collin, due esperti di difesa, i cinesi si sarebbero dotati di almeno 41 sottomarini tra il 2000 e il 2014. Una «proliferazione di sommergibili» che «potrebbe essere una fonte di destabilizzazione» per l’area asiatico-pacifìca, scrivevano sulle colonne del Japan Times nel febbraio del 2016. La trasformazione degli arcipelaghi Paracelso e Spratly, nel Mar Cinese Meridionale, in basi avanzate di Pechino, che vi ha installato batterie di missili terra-aria, anche se non riguarda direttamente il Giappone è diventato motivo di tensione in tutta l’Asia. Il primo ministro Abe ha anche sottolineato il rischio che questo mare diventi «il lago di Pechino». Ecco perché è passato in modalità “difesa attiva“ed è andato in soccorso delle Filippine, del Vietnam e di Taiwan, la cui sovranità è minacciata dai nazionalisti cinesi. Shinzo Abe si è scoperto in comunanza di interessi strategici e commerciali con le nazioni del Sud-est asiatico, che adesso corteggia intensamente. E si è lanciato in negoziati e cooperazioni bilaterali a 360°. Per contrastare le ambizioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale si è avvicinato ad Hanoi e a Manila, proponendo navi d’occasione dotate di sistemi di sorveglianza. Da circa quattro anni è in trattative con l’India per la vendita di quindici ShinMaywa US-2, un aereo anfibio che può servire sia per operazioni militari che di salvataggio. E vorrebbe tanto convincere anche l’Indonesia ad acquistare questi quadrimotori. Perché Tokyo non è più solo sulla difensiva. Dispone ormai di maggior libertà d’azione per entrare nel clan dei mercanti d’armi. Dal 1° aprile 2014 il governo nipponico ha abrogato il divieto di vendere armi all’estero, che risaliva al 1967. Ormai l’arcipelago del Sol Levante può esportare materiale militare. Nel giugno del 2014 i giapponesi sono così sbarcati a Eurosatory, il salone intemazionale della difesa organizzato ogni due anni a Villepinte, vicino Parigi. Ma il loro arrivo è avvenuto in sordina. «Erano attesi, ma hanno insistito per non esporre equipaggiamenti difensivi, ma solo prodotti di sicurezza e sorveglianza» ricorda Patrick Colas des Francs, il direttore di Eurosatory. Al cospetto di un’opinione pubblica molto affezionata all’articolo 9 della sua Costituzione, che sancisce la rinuncia alla guerra, i responsabili politici e gli industriali della difesa tengono per il momento un profilo basso. Le stesse cautele sono state mantenute nel maggio del 2015 per il primo salone intemazionale della difesa mai organizzato nell’arcipelago. Un centinaio di espositori è stato invitato a Yokohama sul tema della sicurezza marittima, per esporre sistemi di sorveglianza, mezzi di trasporto truppe, navi e aerei in scala ridotta, come il modello dell’elicottero SH-60K di Mitsubishi Heavy Industries. «Questo salone è una nuova vetrina per mostrare le nostre tecnologie e integrare i programmi di cooperazione intemazionale» spiegava Shoji Sato, vicepresidente della divisione commerciale di Mitsubishi. «La rimozione dell’embargo sull’esportazione delle armi ha creato delle opportunità. Ma non mi aspetto di firmare contratti. Occorre del tempo per farsi conoscere e siglare un accordo, e non è in questa sede che si può fare con calma».
Commessa sfumata
A parte alcune eccezioni, il Giappone non ha esportato materiali per la difesa fino al 2014. E le industrie non hanno prodotto se non per il mercato nazionale, con costi da due a tre volte superiori che all’estero. «I fabbricanti di armi come Mitsubishi e Kawasaki scoprono ora il mercato degli armamenti, quando ci sono gruppi di grandi dimensioni già ben assestati. Hanno molto da imparare» osserva un addetto della Difesa giapponese. «Manca ancora loro la capacità di adattamento e una reale logica di esportazione e di partnership. Ma i giapponesi sanno essere pazienti, sono pragmatici e pronti ad abbassare i prezzi per aggiudicarsi i contratti». L’anno scorso le autorità giapponesi si sono fatte in quattro per condurre in porto la vendita di 8-12 sottomarini all’Australia. Canberra voleva mettere in disarmo la sua flotta di Collins e dotarsi di sommergibili da 4 000 tonnellate a partire dal 2020. Si trattava di un’importante commessa da 32,25 miliardi di euro, che comprendeva anche la manutenzione dei battelli. Rispetto ai francesi della DCNS e ai tedeschi di ThyssenKrupp Marine Systems (v. TGL #6, pag. 64), Tokyo aveva proposto un adattamento del suo Soryu. Inaugurato nel 2009, questo sottomarino stealth è dotato di una tecnologia diesel messa a punto da Mitsubishi e Kawasaki Heavy Industries. Ma alla fine gli australiani hanno optato per il Shortfin Barracuda di costruzione francese, ritenendo non ottimali le caratteristiche di autonomia del progetto nipponico. Certamente un dispiacere per Shinzo Abe: la scelta del Soryu avrebbe finalmente reso il Giappone un Paese “normale” ai suoi occhi.