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 2017  aprile 16 Domenica calendario

Gli spietati ritratti di Gertrude Stein

“Quello che hai per le mani è un libro prezioso”, annuncia al lettore Laura Lepetit nella sua prefazione all’Autobiografia di tutti: scritta da Gertrude Stein nel 1937, tradotta da Fernanda Pivano dieci anni più tardi, pubblicata nel 1976 da La Tartaruga e oggi coraggiosamente riproposta dall’editore Nottetempo.
Gertrude Stein, americana di Francia, scrittrice appassionata tanto della vita quanto dell’arte, mente caleidoscopica intollerante alle convenzioni sociali, sapeva abbinare le parole come i pittori cubisti facevano con le forme e con i colori. Picasso le rimase amico per tutta la vita e, in gioventù, la ritrasse intuendo come sarebbe diventata da vecchia. Cominciava a somigliare al dipinto del malagueño quando, a sessantasei anni, pubblicò l’Autobiografia di tutti per raccogliere le memorie del Grand Tour anglo-franco-americano organizzato a lode e gloria del suo raro talento. Fra quelle pagine, stridenti contraddizioni ed egregie solitudini si sfiorano in uno spazio narrativo disseminato di ricordi: dal tè alla Casa Bianca con Eleanor Roosevelt all’incontro con Charlie Chaplin.
Gertrude Stein sapeva essere spietata. Di Miró scrisse: “Era simpatico e interessò tutti alla sua pittura ma non aveva nulla dietro la sua pittura oltre il centro naturale di ignoranza che ogni spagnolo ha dentro di sé”. Di Dalí, che aveva i baffi più belli del mondo, freudianamente racconta: “Dipinse un quadro e sopra vi scrisse Sputo sul viso di mia madre, voleva molto bene alla madre che era morta da molto e così naturalmente questo era un simbolo”.
Poco dopo aver lasciato la giovane moglie Ol’ga Chochlova, Picasso le confessò: “Probabilmente non dipingerò mai più, mi piace la vita del letterato, vado nei caffè e penso e scrivo poesie e mi piace”.
“Del libro non mi va di parlare perché parla da sé”, scrisse Fernanda Pivano nella sua prefazione all’Autobiografia di tutti definendo cioccolatini gli avverbi, equilibri sonori le frasi e ricami metafisici i ragionamenti proposti dalla scrittrice americana, capace di comporre le parole con un’abilità da prestigiatrice.
Di pagina in pagina, Gertrude Stein gioca di sponda: seduce, distrae e perfino confonde pur di costringere il lettore a concentrarsi.
È discorsiva. Più che scrivere, parla.
E sembra quasi di averla accanto, abbandonata alla piena dei suoi ricordi.
Al lettore pare d’essere uno psicanalista, coinvolto in un ascolto profondo e intento a leggere, fra le righe, tutto ciò che il testo ha sapientemente nascosto.
L’insistenza dei temi e le ripetizioni ossessive (a un certo punto il verbo “dire” è coniugato per quattro volte nella stessa riga) sono funzionali al magnetismo ipnotico di una scrittura che ambisce a trasformare le irrilevanze in un mosaico prezioso le cui tessere, ciascun lettore, dovrà comporre a modo proprio.
Perché la pittura assomiglia a qualcosa e la fotografia no? Si legge più con gli occhi o con le orecchie? Perché il rifare sciupa e appassisce il fare? È forse vero che la speranza si identifica esclusivamente nel pieno contatto coi fatti? Perché la più bella ispirazione nasce dall’ignoranza?
Tra i costanti elogi della soggettività, l’abbondanza dei paradossi e la tormentosa indagine dell’eternità il lettore viene chiamato di continuo a rimboccarsi le maniche per affrontare un testo nel quale la mancanza di legami frammenta i personaggi in un mucchio di carte sparigliate.
È la stessa Gertrude Stein ad ammetterlo: “Ciò che scrivo è chiaro come il fango, ma il fango si posa e l’acqua vi scorre sopra e scompare”.