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 2017  aprile 16 Domenica calendario

La vendetta delle Regioni

Il governo sperimenta l’assegno di ricollocazione per 30 mila disoccupati? Lazio e Lombardia rifiutano di mettere a disposizione i loro centri per l’impiego e alla fine i senza lavoro presi in carica sono meno di mille. Una legge dello Stato introduce rigidi criteri nelle nomine dei manager sanitari per sottrarle alle clientele locali? La Consulta boccia la legge con il risultato che il nuovo testo consente alle Regioni di nominare i dirigenti con i criteri che vogliono. Un decreto del 2015 estende anche alle ferrovie regionali gli standard di sicurezza della rete statale? Il rimpallo tra Stato e Regioni blocca per due anni la sua approvazione, e nel frattempo perdono la vita 23 persone nello spaventoso incidente sul tratto tra Corato e Andria. Benvenuti nella palude delle riforme, lì dove il potere di veto delle Regioni le sta spingendo. Benvenuti nell’ingorgo delle opere pubbliche, bloccate questa volta non dall’incapacità di qualche burocrazia, ma dalla stessa Costituzione in nome di un presunto principio federalista. Si potrebbe obiettare che è così da 17 anni, da quando la modifica costituzionale del 2001 ha imposto l’accordo unanime delle regioni su 24 materie. Qual è allora la novità? È che il governo Renzi, nel prevedere (forse troppo incautamente) il sì del Paese alla sua riforma costituzionale, ha sintonizzato tutti i suoi interventi strutturali su quella legge, che restituiva in esclusiva allo Stato gran parte delle competenze legislative. Il Jobs Act 2, il piano contro la povertà, la riforma della Pa, il taglio delle partecipate locali, la stessa accelerazione delle opere pubbliche: in tutti questi interventi viene di fatto reintrodotto il principio di supremazia dello Stato sulle amministrazioni territoriali. Ma quel principio è stato spazzato via in un attimo dalla bocciatura referendaria del 4 dicembre scorso, che ci ha riconsegnato un quadro da prima Repubblica, dove la cosiddetta “competenza concorrente” obbliga lo Stato a cercare quasi sempre l’intesa con tutte le Regioni, nessuna esclusa. Pena la dichiarazione di incostituzionalità delle sue leggi, come è del resto avvenuto per quattro decreti della riforma Madia.

GLI INTERMEDIARI TRA DOMANDA E OFFERTA
Nelle intenzioni del governo, la nuova agenzia nazionale del lavoro, l’Anpal, dovrebbe coordinare una fitta rete di intermediari con lo scopo di incrociare domanda e offerta di lavoro: centri per l’impiego pubblici e agenzie private. Il progetto è partito in via sperimentale il 3 marzo scorso con le lettere inviate a 30 mila disoccupati. Gli assegni per la loro ricollocazione saranno spesi nei centri pubblici o nelle agenzie private, a scelta del disoccupato, ma solo se essi sapranno trovargli un nuovo lavoro. Il problema è che i centri per l’impiego, che il buon senso vedrebbe alle dipendenze della nuova agenzia governativa, sono rimasti invece in mano alle Regioni. Anche per questo motivo, i disoccupati presi in carico sono ancora meno di mille, circa il 3%, a un mese e mezzo dall’avvio del programma. «Il problema principale – denuncia il consigliere economico di Palazzo Chigi, Marco Leonardi – è che Lazio e Lombardia hanno fatto sapere al governo che i centri presenti sul loro territorio non prenderanno in carico i disoccupati sorteggiati, i quali dunque per avere l’assegno di ricollocazione dovranno cavarsela da soli barcamenandosi nel sito dell’Anpal. Le due regioni spiegano questa mancata collaborazione con un’insufficienza di organico, ma il vero motivo è politico: non vogliono che lo Stato invada le loro competenze. E c’è di più: la Lombardia riconosce solo le agenzie accreditate dalla regione, non quelle con accredito nazionale». Cosa può fare l’esecutivo di fronte a questo doppio veto? Poco, in realtà, perché la tutela del lavoro è rimasta in condominio con le regioni. E in condominio resta anche la politica per i poveri, che nel tentativo di metterli in condizione di trovare un’occupazione, farà affidamento sugli stessi centri per l’impiego regionali.
In 5 regioni del Mezzogiorno – Campania, Calabria, Molise, Puglia e Sicilia – le cure del servizio sanitario non raggiungono la soglia minima di qualità, non rispettano cioè i cosiddetti Lea, livelli essenziali di assistenza, uguali in tutta Italia. Che il Sud fosse indietro nell’offerta sanitaria pubblica, lo abbiamo sempre saputo. Quello che forse non sappiamo è che il governo non può commissariare le Asl inadempienti (come vorrebbe fare il ministro Lorenzin) senza il benestare delle Regioni. Infatti lo Stato ha la competenza esclusiva solo sui livelli essenziali che riguardano diritti civili e sociali, non su quelli sanitari, dove l’intesa è obbligatoria. Dunque, se il governo intervenisse di imperio è probabile che la Consulta boccerebbe il relativo decreto. Così come ha bocciato nel novembre scorso quello che riguarda la nomina dei manager delle Asl, costringendo il governo a rifare da capo la legge d’intesa con le Regioni. Quelle modifiche, ribatte la Lorenzin, non hanno in realtà stravolto il decreto, che resta una svolta importante perché assoggetta le nomine sanitarie a precisi requisiti e consente di giudicare l’operato dei manager fino alla loro possibile decadenza. E tuttavia le correzioni imposte dalle Regioni non sono di poco conto: l’albo degli idonei tra cui scegliere i dirigenti non offre più una graduatoria per titoli e esperienze, ma resta un semplice elenco in ordine alfabetico. E nella nomina finale, le commissione regionali potranno farsi guidare da «ulteriori modalità e criteri di selezione», anche solo un semplice colloquio. Insomma, potranno fare come vogliono.
IL CALVARIO DELLE OPERE SALVA-VITA
Dodici luglio 2016: 23 persone perdono la vita nello scontro ferroviario tra Corato e Andria. Il tratto fa parte delle reti regionali date in concessione. Già perché in nome del federalismo, in Italia si è deciso di spacchettare la rete ferroviaria in due tronconi: uno statale controllato da Rfi (del gruppo Ferrovie) con standard di sicurezza internazionali, l’altro regionale, privo di quegli standard. Un decreto del 2015 prevedeva di adeguare questa seconda rete ai criteri salva-vita della prima. Ma da allora è rimasto impantanato tra gli uffici della Conferenza Stato-regioni. Solo venti giorni dopo il disastro in Puglia, arriva il primo via libera con lo stanziamento di 300 milioni. Quasi sempre ai veti delle Regioni si sommano le lungaggini delle autorizzazioni contabili, richieste ogni volta che si cambia anche una virgola ai decreti in discussione.
Alluvioni di Genova: 88 morti in 45 anni. Ultima catastrofe nel novembre 2014. Quello stesso mese il governo chiede a Comuni e Regioni di tutta Italia un elenco di opere cantierabili contro il dissesto idrogeologico. A dicembre arriva l’elenco. A febbraio 2015 la prima delibera Cipe e il primo decreto con i criteri di selezione, che la Corte dei Conti registra a fine marzo e poi di nuovo a maggio dopo alcune modifiche. Le regioni a questo punto chiedono di cambiare ancora il provvedimento. Terza registrazione dei giudici contabili a giugno. E si passa così al secondo decreto, quello con i progetti veri e propri. Nel settembre 2015 viene inviato alla Corte dei Conti che lo “timbra” il mese dopo. Ma gli accordi di programma tra governo e regioni vengono firmati solo nel dicembre 2016. Due anni di tempo per intervenire, sei passaggi alla magistratura contabile e un estenuante confronto con le regioni.
GIÙ LE MANI DAL POLTRONIFICIO
Dalle infrastrutture alle società pubbliche locali. Anche in questo caso c’è un decreto iniziale e uno finale, imposto dalla Consulta. Già quello di partenza, come ha spiegato Roberto Perotti qualche settimana fa sul nostro giornale, consentiva alle regioni non poche scappatoie per evitare la chiusura di gran parte di quelle aziende, spesso utili solo a distribuire poltrone. Le correzioni finali accontentano ulteriormente i governatori: altri tre mesi di tempo per presentare le liste delle società da chiudere, deroghe per le mini-aziende e per le case da gioco, dimezzamento del tetto di fatturato sotto il quale scatta la liquidazione.
IL POTERE DELLA “TERZA CAMERA”
L’elenco potrebbe continuare ancora per molto. In tutte queste vicende la costante è il gioco dei veti che disfa pezzo dopo pezzo la tela delle riforme o delle opere pubbliche. Ma dove si decide questo smontaggio e rimontaggio infinito? Le fasi finali avvengono in una sede tardo- cinquecentesca del centro di Roma, Palazzo Cornaro. Qui si riunisce più o meno ogni 15-20 giorni la Conferenza permanente Stato- regioni. Creata nel 1983, all’inizio si limita sostanzialmente a dare pareri. Ma con la riforma costituzionale del 2001, diventa il luogo in cui si firmano all’unanimità intese e accordi tra Stato e Regioni sui ventiquattro temi di competenza comune. Quegli accordi e intese erano appena 13 l’anno un ventennio fa, ora sono in media 120. Segno evidente di quanto sia aumentato il potere di questo organo silenzioso, dopo la sua costituzionalizzazione. Tanto da meritare l’appellativo di “terza Camera”. E proprio come Montecitorio e Palazzo Madama, la Conferenza ha i suoi servizi interni che istruiscono i dossier (cinque) e i suoi organi tecnici (diciotto tra tavoli, comitati, commissioni e gruppi permanenti). Le sue decisioni seguono un iter lungo e complesso, una specie di gimcana tra i palazzi di Roma. La mattina di riunisce la Conferenza delle sole regioni. Nel pomeriggio, se il tema coinvolge anche le città (quasi sempre), tocca alla Conferenza unificata, dove siedono governo, regioni e alcuni comuni. Al termine i sindaci escono dalla stanza e restano tre o quattro ministri, 19 governatori di regioni e 2 presidenti di province autonome per la riunione della Conferenza Stato-regioni. E a tarda sera arriva il verdetto finale, che svuota, scompone e ricompone gran parte delle decisioni del governo. Tutto nel pieno rispetto della Costituzione.