la Repubblica, 14 aprile 2017
Benvenuti 50 anni dopo. «Il mio amico Griffith e l’America a cui dissi no»
ROMA Due soli uomini sono riusciti a far passare la notte in piedi a milioni di italiani contemporaneamente. Uno è Neil Armstrong mentre poggia il piede sul suolo lunare, l’altro è Nino Benvenuti. È il 17 aprile 1967, ore 22 al Madison Squadre Garden di New York, le 4 del mattino in Italia, quando il triestino sale sul ring per contendere a Emile Griffith il titolo mondiale dei pesi medi. Poco più di un’ora, e vi scenderà da campione. La sua è una popolarità talmente grande che il Governo Moro, preoccupato dall’assenteismo al lavoro, vieta la diretta televisiva.
Misura vana, diciotto milioni di italiani si aggrappano alla radio, alla voce squillante di Paolo Valenti. Sono passati 50 anni, ma se come diceva Einstein il tempo è un’illusione, Benvenuti sembra appena sceso dal ring visto il pathos di un ricordo narrato sempre al presente: «Arrivo e colgo diffidenza negli americani. Emile è il loro campione, il Madison è casa sua. Io invece combatto solo per la terza volta fuori dall’Italia, non sono uno sconosciuto ma quasi …».
Per fortuna ci sono i paisà: «Vado in giro per New York e ad ogni metro c’è un italiano che mi chiede un autografo. In cinquecento sono arrivati appositamente dall’Italia». Non sono pochi, il 1967 non è social, l’America è il cinema, è la guerra del Vietnam, è la lotta per i diritti civili, ma di fatto si tratta di un nuovo mondo. Alle operazioni del peso gli sguardi scortesi di Griffith: «Ma fa parte del copione. Lui è il campione e vuole derubarmi delle illusioni». Le luci che accendono New York annullano il calare delle tenebre, è il momento. In Italia è una notte senza silenzio, gracchiano le radioline. Nell’aria si respira un carico di elettricità. «Sono negli spogliatoi, fuori quindicimila persone fanno un gran frastuono. Percepisco tutto in maniera ovattata. Sto bene con me stesso». A bordo ring c’è il bel mondo. Frank Sinatra, ex grandi campioni come Rocky Graziano, Jake LaMotta, Sugar Ray Robinson, dall’Italia è arrivata persino Milva. Tra i più tesi Enrico Maria Salerno, che sta preparando una serie tv di successo e dal titolo profetico, ‘La famiglia Benvenuti’. «Sapere che tanta gente è lì anche per me è un incentivo. E poi c’è il grande Sugar Ray… È il mio mito, da bambino ho sognato tante volte di combattere contro di lui».
L’Italia immagina il match dalle parole di Paolo Valenti. Secondo round, un montante e Griffith è al tappeto. «Penso di avergli preso le misure, ma sbaglio. Lui è un artista del ring, sveglio, intelligente. Potrebbe fare anche l’attore, canta anche benissimo. Un grande. Mi prende con un destro alla quarta ripresa e stavolta al tappeto ci vado io». In Italia albeggia, il match è finito, quindici round tremendi: «Prima di ogni verdetto c’è tensione. Poi l’urlo degli italiani. Sono campione del mondo. Mi propongono di entrare in affari. Una catena di ristoranti, Nino’s Restaurant. Guadagnerei montagne di dollari, diventerei di fatto americano. Mi alletta ma dico no, senza rimpianti».
Sul ring si incontrano altre due volte, con una vittoria per parte, ma soprattutto la rivalità diventa amicizia vera. Quando Emile si ammala e diventa povero, Nino lo aiuta concretamente fino alla fine: «Perché quando si passano 45 round a combattere come abbiamo fatto noi, non è possibile non diventare amici».