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 2017  aprile 14 Venerdì calendario

L’ultimo imperatore. Berlusconi lascia al misterioso Li. «Torneremo i primi al mondo»

MILANO Non è possibile fraintendere le prime parole del cinese Yonghong Li, secondo presidente straniero della storia del Milan dopo l’inglese Alfred Edwards 118 anni fa, finalmente approdato al sospirato “closing” che ieri ha messo fine ai 31 anni di presidenza di silvio Berlusconi: «Passo dopo passo, torneremo sul tetto del mondo». Se ogni promessa è debito, il quarantottenne imprenditore di Shenzhen città portuale vicina a Hong Kong, 12 milioni di abitanti, da ieri scoperta dai milanisti novelli sinologi – si è preso un bell’impegno, tanto più che i debiti già non gli mancavano. Serviranno molti soldi: dal tetto del mondo la squadra è scivolata nell’ultimo quinquennio berlusconiano di austerity.
IL PESO DEL DEBITO
L’avventura cinese al Milan parte ad handicap: è stato necessario un prestito da 303 milioni, a un tasso medio del 9,8%, dal fondo statunitense Elliott, specializzato in interventi finanziari in situazioni al limite del fallimento. L’intermediario è Blue Sky, società di brokeraggio londinese gestita dall’italiano Salvatore Cerchione, che entrerà in cda come “osservatore”. Il livello più alto di controllo sarà dell’ex presidente di Enel e Eni Paolo Scaroni, manager indicato da Elliott e gradito a Silvio Berlusconi.
LA VIA DI FUGA IN BORSA
Se il prestito non verrà restituito in 18 mesi, Elliott si potrà rivalere sul patrimonio di Yonghong Li, azioni del Milan incluse, e ne diventerà proprietario. Per evitarlo, i cinesi devono sperare che le autorità di Pechino scongelino i fondi già raccolti in Cina, ma bloccati dalle norme più restrittive sull’espatrio dei capitali approvate dopo l’estate. Oppure tentare la quotazione in una borsa asiatica.
IL PATRIMONIO DI LI
Il personaggio è avvolto da un alone di mistero. Toccherà a lui e al suo staff – il braccio destro “David” Han Li e all’amministratore delegato Marco Fassone – diradare la nebbia. Il suo patrimonio ammonterebbe a 500 milioni di dollari, tra partecipazioni in aziende del packaging, miniere di fosfati e quote in attività immobiliari: la più prestigiosa è il 28% di un grattacielo di 48 piani a Guangzhou.
MODELLO MANCHESTER UNITED
La Figc ha spedito la lettera di prassi alla Lega di serie A, per sollecitare la documentazione sulla provenienza dei capitali e su identità e trasparenza della società Rossoneri Sport Luxembourg, nata dal fondo Sino Europe Sports. Banca d’Italia vigilerà sull’antiriclaggio. Ma in Cina Yonghong ha anche estimatori. Repubblica, dopo avere anticipato già il 7 febbraio 2016 l’offerta cinese, ne ha ricostruito da fonti imprenditoriali il profilo “segreto”. Il modello finanziario sarebbe simile a quello dell’americano Malcolm Glazer allo United: il business sportivo, legato alla valorizzazione del marchio.
GLI INVESTIMENTI SPORTIVI
Descritto come il classico uomo d’affari cinese – niente pubblicità, tanta privacy, attività diversificate, ricchezzanon sbandierata, oculatezza da non scambiare per scarsa liquidità – Li avrebbe come obiettivo non l’esportazione in Europa del marchio (come il colosso dell’elettronica Suning con l’Inter), ma il suo radicamento nel paese più popolato del mondo, con la creazione di scuole calcio del club e la moltiplicazione della cosiddetta fan base, lo zoccolo duro di tifosi per tutta la vita. La politica si sposa con i dettami del premier Xi Jinping, che pretende investimenti sullo sviluppo del calcio in Cina.
MALDINI, BANDIERA OPERATIVA
Ma il progetto di Yonghong, più che mirare alla benevolenza del governo, deve fare i conti con i risultati della squadra: soltanto il ritorno in Champions può attenuare i pesanti debiti. Sul mercato il nuovo ds Mirabelli in teoria ha 120 milioni daspendere:, oltre a Luis Gustavo e Kolasinac, spunta l’atalantino Kessié, che però costa 35 milioni di cartellino e 3 all’anno di ingaggio. I cinesi pretendono nomi “internazionali” – perfino Vincenzo Montella, malgrado l’eccellente stagione, subisce la concorrenza di Spalletti e Mancini – e rischia di pesare il no di Paolo Maldini nell’autunno scorso. In Cina è il simbolo vivente del Milan e non è da escludere l’intervento diretto di Yonghong Li, per integrarlo come dirigente operativo e non come semplice bandiera.
IL TESORETTO DI FININVEST
La vendita del Milan arriva al momento giusto. I soldi incassati permettono una plusvalenza nel bilancio Fininvest di circa 150 milioni, il deconsolidamento di 220 milioni di debiti e il rilancio di Mondadori. Ma, soprattutto, i 520 milioni incassati servono per la battaglia con i francesi di Vivendi sul controllo di Mediaset: i transalpini sono al 30%, Fininvest al 39 e nel corso dell’anno non può acquistare azioni oltre il 5%, per non far scattare l’obbligo di lanciare un offerta obbligatoria sul capitale. Una mossa difensiva da 200 milioni. Ma grazie al provvdenziale acquisto di mr Li, la liquidità ora non manca. A Fininvest. Al Milan, si vedrà.