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 2017  aprile 14 Venerdì calendario

Quando Carlo V corteggiava il genio di Tiziano

Fu Carlo V, il pallido figlio di Filippo il Bello e Giovanna la Pazza, a individuare nell’arte italiana il linguaggio figurativo più prestigioso per celebrare un dominio «su cui non tramontava mai il sole». E lo decise nel 1530, quando si fece incoronare imperatore a Bologna da quel papa Clemente VII che aveva umiliato tre anni prima con il Sacco di Roma, scegliendo Tiziano come proprio ritrattista ufficiale, su consiglio del suo più colto feudatario, il marchese di Mantova Federico II Gonzaga.
Tiziano non amava allontanarsi da Venezia, e pur spedendo puntualmente magnifici ritratti di Carlo V e di sua moglie, incassò volentieri i titoli di Conte Palatino e di Cavaliere dello Speron d’oro, ma resistette diciotto anni alle lusinghe dell’imperatore, che lo avrebbe voluto con sé nelle sue reggie oltremontane. Infine lo accontentò, raggiungendolo nel 1548 ad Augusta, dove cercò invano di proporre al sovrano sensuali Veneri o altri soggetti profani che non fossero i soliti ritratti. Ma ormai Carlo V si accingeva a ritenere conclusa la gravosa missione che gli era stata assegnata dalla storia, e di lì a poco avrebbe lasciato le redini dell’impero al fratello Ferdinando e il regno di Spagna all’erede Filippo II. Con la sua acuta percezione empatica, il Cadorino lo ritrasse mesto e come rattrappito, lasciando intravedere l’ombra di quell’innata introversione, che lo avrebbe indotto poco dopo a ritirarsi in un convento dell’Estremadura, per prepararsi alla “buona morte”, in compagnia degli Ecce Homo e delle Addolorate, che il Vecellio gli riforniva, evocando scaltramente quei devoti dipinti fiamminghi che avevano nutrito in gioventù il gusto artistico di Carlo.
In compenso, Tiziano trovò in Filippo II un grande cultore dei suoi nudi sontuosi, che celebrano la bellezza femminile accarezzandone golosamente le forme a colpi di pennello, in un incendio di colori, che sa restituire il tremito e il calore del sangue che pulsa sottopelle. Quadri che il re, in ossequio alla Controriforma, alternava ad Annuciazioni e a lacrimose Maddalene penitenti, vestite solo di capelli, che un Tiziano ormai vecchio, ma tutt’altro che domo, gli inviava a getto continuo.
In pieno Seicento, fu Filippo IV, che da giovane aveva ricevuto lezioni di pittura da Juan Bautista Maíno, un pittore di origine milanese che si era trapiantato in Spagna diffondendo a corte la sua conoscenza diretta dell’opera di Caravaggio, a inoculare nel re la passione per i grandi maestri italiani. Durante il suo regno le collezioni reali si ampliarono a dismisura, grazie a una politica di acquisizioni di cui fu regista Diego Velázquez, il grande pittore sivigliano, che era stato iniziato al caravaggismo da Maíno e arricchì la sua conoscenza della Scuola italiana, compiendo due lunghi soggiorni in Italia, dal ’29 al ’31 e dal ’49 al ’51, per acquistare opere d’arte su incarico del re. A Napoli, capitale del Vicereame spagnolo, Diego poté conoscere un conterraneo di genio, Jusepe de Ribera, la cui formazione può essere considerata del tutto italiana giacché nel 1606 – appena quindicenne – era già a Roma, dove poté studiare direttamente l’opera di Caravaggio e, probabilmente, conoscerlo di persona.
Ribera univa al crudo realismo di radice caravaggesca, una sontuosa materia pittorica di ascendenza tizianesca, formula che, pur nell’incessante variare delle mode, si adattava alla perfezione al gusto della corte madrilena. Ecco perché Ribera fu richiamato in patria con tutti gli onori e, nella seconda metà del secolo, Luca Giordano, che aveva esordito con stupefacenti imitazioni di Ribera, godette in Spagna di sconfinata fortuna, tanto da essere chiamato a Madrid, dove passò un decennio, dal 1692 al 1702, a produrre turbinosi affreschi e dipinti su tela e su rame, meritando, come Tiziano, il titolo di “caballero”.