la Repubblica, 14 aprile 2017
Tempesta su Siti
Forse, la vera notizia è che ci si scaldi tanto per un romanzo. Accade raramente – è accaduto ieri, in Rete, sui social – che una questione letteraria guadagni un po’ di luce nel dibattito pubblico. L’articolo che Michela Marzano ha dedicato su “Repubblica” al nuovo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto”, appena uscito da Rizzoli, ha innescato una valanga di reazioni. Commenti, post, tweet – con toni insoliti per la materia. Per la Rizzoli, e per il mondo editoriale italiano, non è stata una giornata facile. Forse l’impatto di un’opera del genere era stato sottovalutato. O forse no. Ci sono giornali che hanno smontato e rimontato in pagina la recensione al libro prevista tra qualche giorno, aggiornandola con la polemica.
Chi aveva ignorato l’uscita ora si avvia a correre ai ripari. E infatti, Bruciare tutto guadagna subito posizioni nella classifica Amazon (ieri pomeriggio era già nella top 100). Perché il punto adesso è leggerlo. Fare i conti direttamente – più che con il “cosa” – con il “come” Siti lo racconta.
Ponendo con durezza il tema della “accettabilità” di un romanzo – nel caso di Siti, la storia di un prete pedofilo –, Marzano ha riaperto un dibattito ormai opaco: quello sul rapporto fra letteratura e morale, fra scrittura ed etica. La domanda radicale che Marzano ha posto a Siti – se la letteratura possa sostenere “anche il peso dell’assoluzione” – ha scatenato, al netto degli insulti, spesso misogini e insostenibili nei confronti dell’autrice, riflessioni di vario profilo. Anche se, in effetti, a scatola chiusa: il romanzo di Siti, ricordiamolo ancora, è uscito ieri stesso. Pochissimi, se non nessuno, l’hanno già letto. Fatto è che una stroncatura – genere giornalistico dato ormai per moribondo – ha svegliato all’improvviso lettori, scrittori, critici, blogger, redazioni dei giornali. E perfino i politici – anche l’ex premier Matteo Renzi ha ritwittato l’articolo – di solito poco sensibili alla letteratura.
«Uno scrittore deve poter parlare di tutto», scrive Marzano nelle prime battute della sua recensione, ma rimprovera allo scrittore di «nascondersi dietro la licenza del creare». «Che cosa suggerisce allora Siti in Bruciare tutto? Che è meglio dannarsi l’anima facendo sesso con un bambino che istigare a un suicidio?». Il riferimento è al fatto che il ragazzino protagonista – dopo essersi offerto sessualmente al sacerdote e ricevendo da lui un rifiuto – si uccida. Obiettivamente, non è facile maneggiare un tema simile, né digerirlo: fra i commentatori più infastiditi, si coglie un rifiuto netto e senza condizioni dell’argomento in sé – riassumendo brutalmente: la pedofilia è un reato gravissimo, meglio non parlarne. Ma si tratta di una posizione, benché legittima, ingenua – e non solo su un piano letterario.
All’opposto, liquidare come inutile moralismo le obiezioni di Marzano risulta forse altrettanto infantile: anche solo considerando la sterminata bibliografia critica sui confini del “dicibile” (del rappresentabile, del visibile) in ogni forma di comunicazione, artistica e non. Richiamando la lezione di Wayne Booth, di Nussbaum, di Yehoshua, in un suo scritto su etica e letteratura, Cesare Segre ha chiarito: «Non pretendevo dallo scrittore l’adesione a una data concezione morale, né tanto meno la sua celebrazione. Ritenevo però che egli, reso responsabile dall’autorevolezza di cui gode, debba essere sempre consapevole, quando scrive, dell’influsso che i suoi scritti possono esercitare sui lettori».
Nella tipica e rabbiosa polarizzazione da social, se Siti è diventato colpevole di apologia di comportamenti pedofili, Marzano è diventata una sostenitrice della censura lettera- ria. Marcello Veneziani, in un tweet, ha scomodato perfino Dostoevskij: «Censurando WalterSiti Repubblica dovrebbe censurare pure Dostoevskij».
C’è chi evoca Céline e Sade, chi recupera un brano di Romain Gary a proposito di un film di Louis Malle con un incesto: «Un artista ha il diritto di trattare i temi che vuole e il pubblico di andare o di non andare a vederlo. Trovo francamente che sia abbastanza penoso servirsi di un’opera d’arte come pretesto per creare ad arte uno scandalo».
I detrattori di Siti si appellano invece all’autorità del suo coetaneo Aldo Busi, che in un’intervista a Maurizio Bono nei giorni dello Strega 2013 diceva: «Mah, ho letto un po’ dei suoi libri, ma non fino in fondo, perché a me non interessa il ricamare intorno a un’ossessione. Tantomeno sessuale».
Ma c’è qualcosa, e non un particolare da poco che resta fuori dalle polemiche e dai social: quella dedica all’“ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani” con cui Walter Siti ha scelto di aprire il suo libro più controverso. Perché dedicare un’opera così scomoda all’educatore, al prete della scuola di Barbiana, scomparso esattamente cinquant’anni fa? Ma a questa domanda può rispondere soltanto Walter Siti.