la Repubblica, 14 aprile 2017
Dalle Alpi al mare la grande sete spaventa il Nordest
SAURIS (UDINE) Sulle Alpi, il cielo è asciutto da lunghi mesi. Sul versante sud, sopra il Triveneto, tra dicembre e gennaio non è caduto un fiocco di neve.
Ora è primavera, ma è come un’estate. Le temperature sono 3 gradi più alte della media. Nelle campagne e nei frutteti, fra la pianura Padana e le valli di montagna, la vegetazione è in anticipo di un mese. All’inverno più secco da mezzo secolo è seguito il marzo più caldo dal ‘66. L’arco alpino, scosso dalla tropicalizzazione climatica, somiglia a un Himalaya privo di ghiaccio: pietraie in alta quota, laghi e torrenti aridi, pascoli magri e gialli, pianure afose e assetate.
Nel Polesine il mare risale per chilometri le foci di Adige e Po, ridotte a rigagnoli. Ai montanari e ai contadini padani avevano insegnato come difendersi dalle valanghe invernali, dalle piene e dalle frane di primavere torrenziali. Non come salvarsi dalla desertificazione.
La morsa del clima sconvolto stringe le terre più ricche e fertili del Paese. Sopra quota 2 mila, manca il 70% della neve attesa. Nei bacini e nelle falde, più in basso, la riserva di acqua è ridotta a meno della metà. Di giorno la temperatura supera i 25 gradi: ieri Bolzano è stato il capoluogo più caldo d’Italia. Le colture così chiedono apporti idrici usuali per maggio. Piemonte e Val d’Aosta per ora sono stati salvati da un paio di precipitazioni e dai loro Quattromila.
Friuli Venezia Giulia, Veneto, Alto Adige e Trentino, più bassi, no.
Lo spettro, in vista dell’estate, è una grande sete senza precedenti.
In Carnia il bacino di Lumiei, sopra Sauris, dovrebbe raccogliere 70 milioni di metri cubi d’acqua: già oggi non arriva a 20. Le rane depongono le uova nel fango, i girini soffocano. I letti di Tagliamento e Isonzo sono distese di sabbia. Il lago di Resia, nella sudtirolese Val Venosta, è quasi asciutto: il campanile del paese sommerso torna a svettare per intero. Qui c’è la sorgente dell’Adige: la neve non l’alimenta più e appare come un rio che si perde nell’erba bruciata dei prati. In Veneto anche il Piave e il Brenta sono scomparsi: dovrebbero essere in piena, ricordano piste scavate in un Sahara. In Trentino i meli sono già in fiore anche sopra i mille metri. I bacini di Molveno e di Santa Giustina però somigliano a pozzanghere: se arriverà la gelata mancherà l’acqua per proteggere le gemme.
Molti, sulle Alpi del Nordest, ricordano stagioni e anni duri: nessuno una concentrazione di difficoltà tanto preoccupante. «Fra Codroipo e Palmanova – dice Massimo Canali, direttore del Consorzio di bonifica della pianura friulana – la falda freatica si è abbassata a 14 metri sotto i campi coltivati. Non basterà qualche giorno di pioggia a scongiurare un’estate di emergenza». A Venezia, per concordare un piano straordinario di riutilizzo dell’acqua, si è riunita l’Autorità di Bacino. La prossima settimana i Consorzi di bonifica del Nordest potrebbero chiedere lo stato di calamità. A Pasqua nei paesi di montagna i parroci chiederanno ai fedeli di non sprecare una goccia. Nelle città compaiono manifesti con le istruzioni per risparmiare acqua potabile. I rubinetti delle fontane sono chiusi. La protezione civile è al lavoro per sistemare le cisterne: lo spettro sono gli incendi, non solo boschivi. «Siamo ai minimi da trent’anni – dice Roberto Dinale, direttore del servizio meteo dell’Alto Adige – la portata dei fiumi è ridotta di un quarto. In aprile è moltissimo. Oggi il disastro è in montagna, domani lo vedremo in pianura».
I climatologi seguono increduli sconvolgimenti che sulle Alpi erano previsti per fine secolo. La tensione era rivolta a salvare ciò che resta dei ghiacciai, oltre quota 3 mila. Ora l’emergenza è anticipata al presente e gli scienziati studiano come non perdere sorgenti e falde di fondovalle. Gli allevatori temono che gli alpeggi restino senza un’erba nutriente per gli animali. I contadini considerano a rischio i raccolti di orzo, frumento, mais, soia e colza. «Non possiamo sostenere – dice Dario Ermacora, presidente di Coldiretti del Friuli Venezia Giulia – i costi per irrigazioni straordinarie già in marzo e aprile. Dobbiamo pensare a cambiare colture». Per dissetare il Nordest servono almeno 170 millimetri di acqua, due mesi di pioggia. Le imprese cominciano a temere di restare senza energia idroelettrica, o di affrontare costi insostenibili. Il cielo arido e rovente sopra l’arco alpino paralizza l’intera società. «Avevamo solo l’acqua e il freddo – dice Angelo Petris, pastore di Sauris –. Erano loro a farci mangiare. Se non vengono più, spariremo anche noi».