la Repubblica, 19 aprile 2017
Mutilati ma salvi, così i rinoceronti tornano in libertà
Corde, bende e trasporti da una nazione all’altra, talvolta anche mutilazioni, sono il male che può fare il bene dei rinoceronti. Almeno così ritengono gli attivisti di Rhinos without borders (Rinoceronti senza confini) il cui impegno per la salvaguardia di uno dei grandi mammiferi più minacciati dal bracconaggio in Africa è testimoniato in queste immagini. Dal 2008 soltanto in Sudafrica, dove Charlie Dailey ha realizzato il servizio fotografico, sono rimasti vittima dei bracconieri oltre seimila rinoceronti: ne viene ucciso uno ogni otto ore e il numero di animali morti ogni anno è superiore a quello dei nati. A renderli prede ambite dei bracconieri è il loro corno, perciò dall’inizio degli anni Novanta tra i conservazionisti si è fatta strada l’idea che sottoporre gli animali a un viaggio stressante per portarli in aree protette e in alcuni casi anche a una mutilazione fosse meglio di una morte sicura.
Il primo Paese ad accogliere i rinoceronti in pericolo e a praticare il “dehorning” è stato il Botswana, che grazie anche agli investimenti nelle attività anti-bracconaggio ha ottenuto ottimi risultati nella salvaguardia della sua fauna.
Sull’opportunità di una misura così drastica etologi e conservazionisti hanno discusso a lungo, sia perché la mutilazione toglie ai rinoceronti un’arma di difesa durante le lotte per la conquista femmine, sia perché con il corno scavano alla ricerca di acqua. Nelle aree in cui gli animali hanno il corno mozzato, però, il bracconaggio è diminuito sensibilmente. Rhinos without borders, progetto nato dalla collaborazione tra organizzazioni per la salvaguardia degli animali e lo sviluppo del turismo sostenibile, si occupa soprattutto del trasferimento degli animali dal Sudafrica al Botswana. È un progetto ambizioso con cui 100 animali hanno già cambiato Paese, ma non è privo di rischi per gli uomini e i rinoceronti minacciati entrambi dalla violenza dei bracconieri, contro i quali in alcune aree si combatte una vera guerra. Le squadre che catturano gli animali per trasferirli sono spesso attaccate dai cacciatori illegali, che dispongono di armi pesanti. E poi c’è la difficoltà di trattare giganti di oltre due tonnellate. Per la loro salute, i rinoceronti vengono sedati con dosi minime di tranquillante, un lavoro che ha bisogno di veterinari esperti. I giganti restano così in grado, pur se rallentati, di caricare con forza poderosa e procurare ferite gravissime. Le bende, le zampe impastoiate sono una necessità, le seghe che scavano il corno non causano dolore, ma chi resta calmo, seppur anestetizzato, sulla sedia del dentista?
Il lavoro dei salvatori sembra così confondersi con quello dei carnefici. Il taglio del corno e il suo trattamento per inserire un trasmettitore, con cui i rinoceronti saranno costantemente monitorati anche in Botswana, pare una tortura; il paranco che solleva il gigante addormentato per spostarlo ricorda il macello; le alte sponde del camion su cui viene caricato il rinoceronte per il trasferimento è una gabbia insopportabile. Eppure bisogna guardare queste immagini con la speranza con cui si osserva un bambino che viene vaccinato, il suo pianto e il dolore per la puntura sono poca cosa rispetto al beneficio che gliene verrà. La speranza trapela nello sguardo di Simon Naylor, il responsabile del progetto, mentre guida il traino del rinoceronte semi addormentato, o di Les Carlisle, il direttore delle operazioni, mentre osserva i suoi uomini che usano una sega a motore su un essere vivente. Su tutti vigila Mpho “Poster” Malongwa, a capo dei suoi ranger armati, soldati alla battaglia contro i bracconieri. Sarà loro compito vegliare sui rinoceronti, anche quelli senza corno, in Botswana, perché spesso neanche il vaccino basta contro i disperati disposti a qualunque cosa per procurare ai ricchi di nazioni lontane ciò che desiderano e sono disposti a pagare molto.