Corriere della Sera, 19 aprile 2017
Elsa al cinema vedeva meglio di tanti altri
Leggere oggi, a quasi settant’anni dalla loro stesura, le recensioni cinematografiche che Elsa Morante aveva preparato per la rubrica radiofonica «Cronache del Cinema» e che Einaudi manda in libreria col titolo La vita nel suo movimento. Recensioni cinematografiche 1950-1951 (pagine 146, e 20), non serve soltanto a soddisfare una qualche curiosità sulla scrittrice e i suoi gusti. Aiutano, quelle recensioni, a capire il peso del cinema nella vita culturale italiana di allora ma soprattutto a rimettere in discussione una serie di «certezze» – per esempio sui limiti del neorealismo – che fanno riflettere su quello che si dovrebbe chiedere, e pretendere, dall’arte e dalle sue opere. Oltre naturalmente a testimoniare, se mai ce ne fosse bisogno, sulla genialità e l’intelligenza della loro autrice.
La Morante non era una spettatrice di professione ma leggendola si capisce che il cinema l’aveva frequentato molto (nella sua preziosa introduzione Goffredo Fofi ricostruisce molte delle sue passioni e idiosincrasie) e senza farsi certo influenzare dalle vulgate allora predominanti. Come quando, recensendo con qualche comprensibile distinguo il Macbeth di Welles («una volgarizzazione disinvolta»), sente comunque il bisogno di ribadire la «grandissima stima delle qualità di Orson Welles, ingiustamente misconosciuto qui in Italia, da molti, per superficiale sufficienza e scarsa attenzione». Non era facile né popolare in tempi di cultura aristarchiana e togliattiana scrivere che «le prime opere di Orson Welles recano il segno sicuro della genialità, sia pur disordinata, e, per la originale scoperta di nuovi mezzi espressivi, hanno fatto scuola nel cinema».
Così come non era molto diffuso, specie negli ambienti intellettuali, prendere le distanze dal neorealismo. E non per scelte di campo politico, andreottianamente, ma per convinzioni d’artista. Recensendo Domenica d’agosto di Emmer metteva in guardia dalla morale del film, «una morale del buon senso e del lasciar vivere, una morale per famiglie» che porta inevitabilmente a peccare «di qualunquismo: che è, con la bomba atomica e altri mali, fra le peggiori calamità del secolo». E arriva a queste conclusioni contestando – da artista – chi sceglie di rappresentare il popolo «come della gentuccia alla buona e rassegnata» perché teme «l’originalità come la bestia più pericolosa». La stessa accusa che non ha problemi a rivolgere a Ladri di biciclette e a Miracolo a Milano, di cui non condivide l’eccesso di «simpatia» e di «pietà» che il regista dimostra per i suoi personaggi «in luogo della crudeltà (anche profondamente umana) che serve alla satira».
Nelle sue recensioni, finite dopo 46 puntate per la richiesta arrivata dall’alto di «attenuare le punte critiche» (come spiega in una lettera al «Mondo» riportata in appendice), la Morante a volte trascurava quasi totalmente di raccontare la trama ma non dimenticava mai di sottolineare quelli che le sembravano i valori più autentici del film (per esempio, in molti titoli americani, l’importanza della psicoanalisi) o i difetti più macroscopici («il fine propagandistico-sociale [che] ha quasi l’aria di essere nient’altro che un pretesto», «la modestia delle pretese che guasta il nostro cinema») perché a guidarla era soprattutto, per citare l’introduzione di Fofi, «una visione molto esigente della cultura di massa, che trattasse in modo adulto le questioni che affronta». Il che non le impediva di riconoscere, con un gusto sicuro, qualità che avrebbero messo decenni a essere considerate, come l’ammirazione per il cinema inglese (di lì a poco affondato sotto le gratuite bordate di Truffaut: «Il cinema inglese non esiste») e per la genialità di alcuni suoi autori, come David Lean o Powell e Pressburger.