Corriere della Sera, 19 aprile 2017
Eni, alt al giacimento della Val d’Agri. Inchiesta petrolio, 57 rinvii a giudizio
Milano Su un punto sembrano tutti d’accordo: il rispetto delle norme in fatto di ambiente e dei lucani che in Val d’Agri ci vivono. Ma la tensione tra Regione Basilicata ed Eni, in seguito all’inquinamento prodotto da uno sversamento registrato agli inizi di febbraio, ha toccato il culmine alla vigilia di Pasqua con la delibera della giunta di sospendere tutte le attività del Centro Oli (Cova) di Viggiano, da cui proviene oltre il 30% della produzione nazionale di idrocarburi. Ieri è poi arrivato l’annuncio della decisione da parte del colosso petrolifero – comunicata dal ceo Claudio Descalzi al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda durante un incontro a Roma – di chiusura temporanea dell’impianto in via cautelativa «per rispetto delle posizioni espresse dal territorio, dal presidente della Regione e dalla giunta regionale».
Un anno fa le attività del Cova erano state bloccate per cinque mesi nell’ambito dell’inchiesta sulle estrazioni di petrolio in Basilicata, che ieri ha portato al rinvio a giudizio da parte del gup di Potenza di 47 persone e 10 società, fra le quali anche l’Eni. Tra gli imputati del processo, che comincerà il prossimo 6 novembre vi sono due ex responsabili del distretto meridionale dell’Eni, Ruggero Gheller ed Enrico Trovato, e altri dipendenti della compagnia petrolifera.
Insomma, il clima non è dei più distesi (fin dai tempi della creazione del Cova nel 1998) e la decisone della Regione Basilicata si inserisce in un contesto complesso. Il governatore Marcello Pittella (Pd) ha contestato «inadempienze e ritardi da parte dell’Eni all’ottemperamento delle prescrizioni tecniche regionali». Dal canto suo, in una nota, il gruppo petrolifero «conferma di aver adempiuto a tutte le prescrizioni imposte dagli enti competenti che sono sempre stati tenuti informati sulle attività di intervento e di monitoraggio ambientale in corso». Descalzi ha assicurato a Calenda il rispetto delle «prescrizioni emanate dalla Regione per la messa in sicurezza, consistenti nella disposizione di barriere idrauliche sul lato sud del Centro Olio ed esterne. Inoltre la società – spiega una nota del Mise – sta realizzando il doppio fondo nei tre serbatoi esistenti che non ne sono ancora dotati, il primo dei quali sarà completato entro maggio, in modo da avere una migliore protezione del suolo ed il relativo monitoraggio ambientale dei serbatoi».
«La sospensione sarà di un tempo di 90 giorni come previsto dalla legge – ha spiegato Pittella —. L’Eni non ha provveduto, come da prescrizione, a svuotare il terzo serbatoio senza doppio fondo. La nostra valutazione, dunque, ha fatto sì che il principio di precauzione e la preoccupazione per l’ambiente e per la salute passassero attraverso un atto molto forte come la sospensione».
Cos’è successo al Cova? Il 3 febbraio scorso l’Eni riceve la prima segnalazione di uno sversamento incontrollato di petrolio. Era il risultato di una perdita uscita da microfori sul fondo di uno dei serbatoi (sono quattro, di cui uno provvisto di doppio fondo). Il petrolio è uscito dall’area del Cova attraverso una rete di scolo per l’acqua pluviale che risale agli anni ‘80, da prima della creazione dell’impianto, e di cui il gruppo non aveva notizia. La perdita di petrolio finisce in un tombino non censito né dall’Eni né dalle autorità locali ed arriva fino al consorzio di depurazione delle acque industriali dove l’Arpab le rileva. La Regione Basilicata ha deciso il blocco temporaneo «per evitare eventuali contaminazioni sia del fiume Agri sia del lago Pertusillo che fornisce l’acqua anche alla Puglia». Ora la palla passa alla Conferenza dei servizi che dovrà decidere del piano di bonifica dell’Eni.