Corriere della Sera, 19 aprile 2017
Il ritorno di «Napoleone» Barghouti. Dalla cella sfida Israele e Abu Mazen
GERUSALEMME Lo chiamano «Napoleone» per la piccola statura e per le grandi ambizioni. La tuta marrone da carcerato è diventata la sua divisa e il suo simbolo, lo ha reso il capopopolo più influente tra i palestinesi, il nome che risuona quando c’è da trovare un successore: prima a Yasser Arafat, adesso ad Abu Mazen. Condannato nel maggio 2004 a cinque ergastoli con l’accusa di essere coinvolto negli omicidi di cinque israeliani, Marwan Barghouti è riuscito in questi anni a far uscire la sua voce e le sue idee dal carcere di Hadarim.
Ad ascoltarlo sono anche i «nemici», gli israeliani che ormai non considerano più il vecchio presidente Abu Mazen, 82 anni, un interlocutore e stanno cercando alternative, un leader capace di controllare la violenza in Cisgiordania, così come l’aveva alimentata durante la seconda Intifada. Dal palazzo della Muqata, il raìs stenta a riunificare le fazioni palestinesi divise dalla lotta interna tra il suo Fatah in Cisgiordania e i fondamentalisti di Hamas a Gaza. Dalla cella Barghouti offre una causa comune: dichiarare uno sciopero della fame a oltranza che coinvolga tutti i detenuti palestinesi (sono 6.500) e che costringa il governo israeliano a cedere. Domenica avevano aderito in 700, lunedì erano già 1.100 e dovrebbero diventare 2.000 mila nei prossimi giorni.
Barghouti, 58 anni, è stato trasferito in un penitenziario diverso e punito con l’isolamento. Gilad Erdan, il ministro per la Sicurezza pubblica, proclama di non voler trattare: «Sono terroristi e ricevono un trattamento che rispetta le leggi internazionali». Il governo israeliano è anche indignato con il New York Times, il quotidiano americano, che ha pubblicato un editoriale firmato da Barghouti in cui spiegava le ragioni dello sciopero («Il carcere è diventato la culla del movimento di autodeterminazione palestinese»): nella prima versione veniva definito «parlamentare e leader», senza menzionare la condanna. L’aggiunta 24 ore dopo («membro di un’organizzazione terroristica») non basta al premier Benjamin Netanyahu: «È un assassino. Chiamarlo politico è come considerare Bashar Assad un pediatra».
Tra le richieste più significative, i prigionieri pretendono l’abolizione della detenzione amministrativa che permette di incarcerare un sospetto fino a sei mesi (rinnovabili) senza dover formulare un’accusa pubblica. «È un sistema illegale per arresti arbitrari di massa – scrive Barghouti sul New York Times —. In cinquant’anni sono passati dal carcere 800 mila palestinesi, il 40 per cento della popolazione maschile». Sono questi numeri a fargli pensare di poter sostenere la sfida con il governo israeliano: non c’è una famiglia in Cisgiordania o a Gaza che non sostenga la causa dei prigionieri, anche Abu Mazen ha dovuto esprimere il suo appoggio, ma avrebbe preferito che il nome di Barghouti venisse dimenticato. «È il detenuto di più alto livello a rappresentare il Fatah – commenta Amos Harel sul quotidiano israeliano Haaretz – e la tensione creata da uno sciopero prolungato gli serve nella corsa al potere». E contro il tempo: a fine maggio inizia il Ramadan, quando il digiuno è imposto ai musulmani durante il giorno e uno sciopero della fame sarebbe poco compatibile con le regole religiose. La data fissa anche un limite: «Barghouti è consapevole che se la protesta dovesse superare i 40 giorni – continua Harel – la situazione potrebbe sfuggire al controllo, la violenza travolgerebbe palestinesi e israeliani».