Corriere della Sera, 19 aprile 2017
Corea del Nord, dalle minacce alle manovre (diplomatiche)
La crisi coreana è instabile. Si passa dai venti di guerra alle manovre diplomatiche nell’arco di pochi giorni. Nessuno vuole infilarsi in un conflitto, anche se i rischi di incidenti sono possibili. Specie quando è difficile prevedere le mosse del regime: la possibilità di altri test è sempre concreta. Sono tre le linee lungo le quali si dipana il confronto. La prima è quella dei messaggi verbali. Le minacce si mescolano alle parole sul dialogo. Il vicepresidente americano Mike Pence, in visita in Giappone, ha ribadito gli avvertimenti a Kim con la solita frase (tutte le opzioni sul campo) ed ha insistito che nell’attuale fase gli Usa vogliono accrescere la pressione per isolare l’avversario. I nordcoreani, poche ore prima, hanno evocato scenari catastrofici e sottolineato che le prove di armi continueranno. È chiaro, i contendenti non vogliono perdere la faccia. La seconda linea è più interessante. È quella che coinvolge la diplomazia. Ed è chiaro che gli americani, insieme a Seul e Giappone, danno tempo ai cinesi. Molte le indiscrezioni su contatti tra Pechino e la Corea del Nord. Si parla di una proposta della satrapia: congelamento entro tre anni dei programmi nucleari in cambio di robusti aiuti economici e pieno riconoscimento. Gli interlocutori avrebbero risposto chiedendo tempi più stretti. Infine le mosse militari. Con qualche bluff. La portaerei Vinson, malgrado le notizie, non era così vicino alla penisola coreana. Potrebbe arrivarci entro il 25. Il sito Defense News ha rivelato che, sabato scorso, quando si pensava che uno strike fosse imminente, la task force si trovava a 3.500 miglia di distanza e andava nella direzione contraria. In questa fase si giocano carte di guerra psicologica. Lo fanno tutti. Fonti ufficiose, sempre in quest’ottica, non hanno escluso che in futuro il Pentagono possa disporre nel settore di altre due portaerei. La Reagan, attualmente alla fonda per lavori in Giappone, e la Nimitz, per ora ancora nel sud della California. E gli americani – secondo il Guardian – potrebbero intercettare i missili durante i test. L’idea è quella di trattare con il regime tenendo un grosso bastone dietro la schiena.