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 2017  aprile 18 Martedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - ALLA RICERCA DELL’UOMO FORTEREPUBBLICA.ITLONDRA – La Brexit spinge la Gran Bretagna a indire elezioni anticipate

APPUNTI PER GAZZETTA - ALLA RICERCA DELL’UOMO FORTE

REPUBBLICA.IT
LONDRA – La Brexit spinge la Gran Bretagna a indire elezioni anticipate. Theresa May invita i cittadini britannici ad andare alle urne l’8 giugno prossimo, per ottenere il mandato necessario a negoziare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sancita dal referendum popolare del giugno scorso. "Avevo sempre detto che ero contraria a elezioni anticipate", dice la premier conservatrice in un annuncio a sorpresa davanti al numero 10 di Downing Street, "ma ho cambiato idea con riluttanza". E a fargliela cambiare, spiega, è stata "l’opposizione degli altri partiti", labuisti, liberal-democratici e nazionalisti scozzesi, oltre che dei "membri non eletti dal popolo della camera dei Lord", che hanno promesso di porre limiti e ostacoli al tipo di Brexit che il governo vuole ottenere nella trattativa con la Ue. "E io non intendo permettere ai miei avversari di indebolire la Brexit", dice May.

Ma c’è sicuramente anche un’altra ragione nella decisione del primo ministro: un sondaggio reso noto alla vigilia della Pasqua assegna ai Tories ben 21 punti percentuali di vantaggio sul Labour, 44 a 23 per cento, il distacco più grande dell’ultimo decennio. Theresa May ha dunque l’opportunità di aumentare considerevolmente la maggioranza alla camera dei Comuni di appena 12 seggi conquistata dal suo predecessore David Cameron nelle elezioni di due anni fa: secondo le proiezioni degli esperti, i conservatori potrebbero ora vincere una maggioranza di un centinaio di seggi, in virtù della quale ogni battaglia parlamentare sulla Brexit sarebbe vinta senza difficoltà. "La premier si è resa conto che non avrà mai una possibilità migliore di questa per sbaragliare i suoi avversari alle urne", è il primo commento della Bbc.

Naturalmente le elezioni sono sempre un rischio e i sondaggi si sono spesso rivelati erronei nelle ultime sfide elettorali, in Gran Bretagna e altrove. "È l’occasione per chi ha dei ripensamenti sul referendum su votare in modo diverso e dare un’altra chance al nostro Paese", afferma Tim Farron, leader dei lib-dem, il partito che più si batte oggi contro la Brexit. Lo stesso Jeremy Corbyn, contestatissimo leader del Labour, si è detto pronto nei giorni scorsi ad affrontare i conservatori alle elezioni e fiducioso di poter prevalere a dispetto dei sondaggi negativi. Domani Theresa May presenterà la sua proposta di elezioni anticipate al Parlamento: serve una maggioranza di due terzi dei membri della camera dei Comuni perché sia approvata. Dunque non basteranno soltanto i voti dei conservatori. Ma sarebbe difficile per i laburisti opporsi alle elezioni: verrebbero accusati di avere paura di perdere. Si prospetta così un anno di votazioni in Europa: prima in Francia, poi in Gran Bretagna, quindi in Germania. Chissà se la Brexit, quando le elezioni saranno terminate, avrà un futuro differente.

TERRORISMO IN FRANCIA
IL CAMMINO della Francia verso il voto per le elezioni presidenziali è gravato di un peso ben più opprimente dei disordini che hanno caratterizzato un comizio della leader della destra Marine Le Pen. Il peso di una minaccia chiamata terrorismo, sospeso sul capo del Paese dai giorni della strage alla sede di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 e della successiva catena di attentati che insanguinò la notte del 13 novembre dello stesso anno. Ma adesso quella minaccia è certificata come "altissima" dai servizi francesi, dopo l’arresto a Marsiglia di due persone "pronte ad entrare in azione". Quando al primo turno delle presidenziali mancano solo cinque giorni.
 

I due arrestati: Clément Baur e Mahiedine Merabet

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I due presunti terroristi sono di nazionalità francese ma non marsigliesi: Clément Baur, 23enne è originario di Croix, nel Nord del Paese, Mahiedine Merabet, 29 anni, veniva da Ermont, dipartimento della Val-d’Oise, nella regione dell’Île-de-France. Clément e Mahiedine sono stati arrestati nel terzo arrondissement di Marsiglia perché "sospettati di un passaggio all’azione imminente". Nel loro passato reati non legati al terrorismo che li hanno portati in carcere, nell’istituto di Sequedin, nord della Francia, dove sarebbe avvenuto un avvicinamento all’islam radicale per il quale erano già noti ai servizi. Sulla base delle informazioni in possesso dell’intelligence, Clément e Mahiedine erano ricercati per "associazione terroristica" e considerati "pericolosi" e "in grado di usare una falsa identità".

A Marsiglia i due avevano affittato un appartamento. Per portare a termine la sua ispezione, l’intero edificio è stato evacuato. Dalle perquisizioni nei diversi luoghi di Marsiglia riconducibili ai presunti terroristi sarebbero stati rinvenuti una pistola, una mitragliatrice e prodotti chimici potenzialmente utilizzabili per fabbricare esplosivo artigianale di tipo Tatp. Secondo Le Parisien, i due avevano anche diffuso online il video del loro giuramento di fedeltà allo Stato Islamico, triste e ormai consuetudinaria premessa all’entrata in azione.

Le Figaro invece riporta una fonte, interna allo staff di un candidato, che attribuisce ai servizi segreti britannici "l’informativa iniziale sulle intenzioni dei due individui già noti ai servizi di intelligence". Gli arresti sarebbero in realtà il risultato di due diverse inchieste. La prima, aperta dai servizi interni dopo un’informativa del 5 aprile secondo la quale il "radicalizzato" Mahiedine Merabet, che si era visto perquisire casa già nel dicembre del 2016 e poi scomparso nel nulla, sarebbe stato prossimo a passare all’azione. Cinque giorni dopo, il 10 aprile, l’inizio della seconda inchiesta preliminare sulle intenzioni di Clément Baur, che i servizi consideravano "candidato al jihad" e solito presentarsi sui social con un nome che avrebbe dovuto lasciar trasparire un’origine cecena. Finché il 12 aprile, dall’intercettazione di una foto di armi, le due indagini finiscono con l’incrociarsi con la scoperta che i due sono collegati, facendo risalire poi il loro primo contatto ai tempi della prigione.
 

Clément Baur nella foto diffusa dalla polizia dopo l’arresto

Condividi   Così, se il presidente Francois Hollande esulta e loda la sua intelligence per una "cattura rimarchevole", a solo cinque giorni dal voto per il primo turno delle elezioni presidenziali il tema della sicurezza torna prepotentemente in primo piano, oscurando anche l’accendersi dei toni nel dibattito tra i pretendenti all’Eliseo. Che erano stati preallertati del pericolo tra giovedì e venerdì scorso, con foto di sospetti distribuite dalle forze dell’ordine ai servizi che curano la sicurezza dei candidati, come trapela dagli entourage del conservatore François Fillon, del centrista indipendente Emmanuel Macron e della stessa Le Pen.

Fillon, in particolare, potrebbe essere stato l’obiettivo dell’imminente attacco terroristico. Secondo fonti investigative, il candidato gollista compare in un lugubre fotomontaggio di cui disponeva uno degli arrestati: Fillon sulla prima pagina del quotidiano Le Monde del 16 marzo, sovrastato dalla bandiera nera del jihad divenuta ormai vessillo dell’Isis e da un mitragliatore, assieme a una scritta di richiamo alla legge del taglione, "occhio per occhio...".

Inoltre, aggiunge questa volta Le Parisien, nel video del giuramento di fedeltà all’Isis di Clément e Mahiedine sarebbe visibile un’altra prima pagina corredata della foto di un candidato all’Eliseo. Sulla base delle informazioni in suo possesso, Le Parisien ritiene che si tratti del quotidiano La Provence del 12 aprile, che il candidato sia sempre Fillon e che quella foto gli fosse stata scattata durante un comizio al parco Chanot di Marsiglia. La scorta di Fillon è stata rafforzata, anche se dallo staff di Marine Le Pen si sottolinea come non "possa trattarsi di un caso che i due siano stati arrestati a Marsiglia il giorno precedente l’arrivo in città" della candidata del Front National "per un raduno elettorale".

FRANCIA: SPECIALE PRESIDENZIALI

Il ministro dell’Interno francese, Matthias Fekl, dichiara che la sicurezza è stata rafforzata in tutta la Francia per garantire tanto i candidati quanto lo svolgimento del voto. "Facciamo tutto il possibile", assicura Fekl, sottolineando la mobilitazione su tutto il territorio nazionale di 50mila tra poliziotti e gendarmi per il presidio dei 67mila seggi, in appoggio alla Opération Sentinelle, scattata per decisione del presidente Francois Hollande dal gennaio 2015, dopo Charlie Hebdo, e mai conclusa, con oltre 10mila militari e circa 5mila agenti di polizia a far da sentinella in una Francia in costante stato d’emergenza contro il terrorismo.

"Il rischio terrorismo è più elevato che mai", ammette ancora Fekl nella dichiarazione solenne rilasciata da Place Beauvau, sede del ministero dell’Interno a Parigi, confermando le perquisizioni in corso a Marsiglia e parlando di "prove di un attacco certo e imminente, alla vigilia del voto" rinvenute sul posto. "Faremo di tutto per garantire la sicurezza di questo evento cruciale per la nostra democrazia e la nostra Repubblica. Per garantire la sicurezza dei candidati, dei loro uffici, dei raduni elettorali e dei comizi"

TURCHIA
ISTANBUL - Sono fino a 2,5 milioni le schede ritenute manipolate nel referendum costituzionale che si è tenuto in Turchia domenica, vinto di misura dal ’sì’ (51,4%). Lo ha annunciato Alev Korun, deputata austriaca membro della delegazione di osservatori dell’Osce, parlando alla radio Orf.

E mentre l’Unione europea invita le autorità turche ad avviare una "inchiesta trasparente" sui risultati del voto, secondo l’Osce, c’è il sospetto, ha spiegato Korun, "che fino a 2,5 milioni di schede siano state manipolate", oggi gli osservatori internazionali dell’Osce/Odihr sono andati presso la sede centrale della Commissione elettorale suprema turca (Ysk) ad Ankara. Così come "stamani l’Alto rappresentante Federica Mogherini è stata in contatto con il capo degli osservatori dell’Osce, Tana de Zulueta", ha detto il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, aggiungendo che "alla luce dei rapporti degli osservatori, la Ue chiede alla Turchia di valutare i prossimi passi molto attentamente" e di "cercare il massimo consenso possibile".
  Turchia, i presunti brogli del referendum: le schede timbrate fuori dalle cabine Condividi   "La pena di morte non è solo una linea rossa ma la linea più rossa di tutte" e "passare dalla retorica all’azione sarebbe un chiaro segno che la Turchia non vuole andare verso la famiglia europea" ha aggiunto Schinas commentando le ultime dichiarazioni del presidente Erdogan, sulla possibilità di reintrodurre le esecuzioni capitali, "chiediamo il rispetto dei diritti fondamentali e non discutiamo nemmeno questa possibilità". Per la Commissione, il "rigetto senza equivoci della pena di morte è uno dei pilastri fondamentali dell’Ue" che deve essere rispettato da tutti i paesi candidati all’adesione.

Ma il premier turco continua a invocare rispetto per il risultato: "Tutti i partiti devono rispettare i risultati compresa la principale opposizione (Chp). Le voci di irregolarità sono sforzi inutili di oscurare i risultati" ha dichiarato Binali Yildirim, citato dalla Cnn, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp.
 

Almeno 49 persone sono statearrestate in tutta la Turchia nelle proteste scoppiate dopo l’annuncio del risultato del referendum costituzionale. La polizia ha vietato manifestazioni non autorizzate ed è intervenuta in diverse occasioni con lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i dimostranti. Secondo Hurriyet, 14 manifestanti sono finiti in manette ad Antalya. Altre 10 persone sono state arrestate ad Eskisehir, nell’Anatolia centrale. Sei arresti si sono registrati a Smirne, sul Mar Egeo, e 19 nel vicino distretto di Bornova
 

Condividi   Il principale partito di opposizione in Turchia, il kemalista Chp, ha presentato ricorso formale alla Commissione elettorale suprema (Ysk) di Ankara per l’annullamento dei voti. Secodo le opposizioni, il numero dei voti contestati oscilla tra 1,5 e 2,5 milioni. "Questa consultazione non è valida, non è legittima. Per mettere fine a questa illegalità chiediamo alla Commissione elettorale suprema (Ysk) di annullare il referendum", ha dichiarato il vice presidente del movimento, Bülent Tezcan, dopo aver formalizzato l’impugnazione.

LEGGI Turchia, scontro sulla validità del referendum. L’Osce boccia la consultazione

"Appena i risultati del referendum saranno dichiarati ufficialmente (tra una decina di giorni, ndr), il leader fondatore dell’Akp, Recep Tayyip Erdogan, tornerà a far parte del partito", ha spiegato ancora Yildirim. La possibilità per il capo dello Stato di iscriversi a un partito politico, non essendo più ’super-partes’, è una delle previsioni della riforma sul presidenzialismo che entreranno subito in vigore.

LEGGI Turchia, cosa prevede la riforma costituzionale di Erdogan

COSA PREVEDE LA NUOVA COSTITUZIONE
La riforma Costituzionale oggetto del referendum in Turchia aumenta notevolmente i poteri del Presidente della Repubblica e restringe quelli del Parlamento. Con la vittoria del sì, il presidente in carica, Recep Tayyip Erdogan, esce notevolmente rafforzato e potrà, in teoria, continuare a rimanere al potere fino al 2029. L’esecutivo sarà totalmente concentrato nelle mani del presidente e sparirà la figura del premier. Per gli avversari il nuovo sistema non avrà alcun contrappeso, aprendo la strada a un regime autocratico.

Capo dello Stato: sarà eletto direttamente dal popolo, come sancito dal referendum costituzionale del settembre 2010; e acquisisce tutti i poteri esecutivi fino ad oggi attribuiti al premier. Il nuovo capo dello Stato avrà l’autorità per proporre leggi e rimettere al Parlamento disegni di legge chiedendone la revisione e, qualora sorgano dubbi di costituzionalità, chiedere la pronuncia da parte della Corte Costituzionale. Il presidente della Repubblica acquisisce la funzione di nomina e destituzione di vicepresidenti, ministri e funzionari governativi, ma soprattutto il potere di emettere decreti legislativi su argomenti normalmente di competenza del governo, con l’esclusione di materie relative a libertà fondamentali e diritti civili e politici. Il presidente potrà mantenere il legame con il proprio partito di provenienza, nel caso di Erdogan il partito della Giustizia e Sviluppo (Akp), legame che attualmente deve essere troncato a favore di un giuramento di totale imparzialità. In caso di stato di emergenza, il presidente della Repubblica potrà anche proporre la sospensione o la limitazione di diritti civili e libertà fondamentali.

Parlamento: viene ridimensionato il ruolo di controllo che il Parlamento esercita su governo e presidente, potrà solo richiedere informazioni, indire riunioni per discutere le azioni dell’esecutivo e del capo dello Stato, potrà sollecitare risposte da parte dei singoli ministri con domande poste per iscritto. Viene abolita la mozione di sfiducia del Parlamento nei confronti di presidente ed esecutivo. Se il referendum dovesse confermare la riforma, Erdogan avrebbe buone chance di diventare il politico più longevo della storia della Turchia superando

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anche il padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. L’entrata in vigore della nuova costituzione nel 2019 azzererà il primo mandato del presidente consentendogli di restare in sella fino al 2029. Orizzonte esteso al 2034 in caso di scioglimento anticipato del Parlamento

TRUMP

Nel 1950, una combinazione di parole fraintese da Washington e di errori di calcolo commessi da Pyongyang portò allo scoppio della guerra di Corea. Oggi, mentre il mondo contempla l’eventualità che nella penisola coreana possa esplodere un altro conflitto, il rischio è che i governi di Stati Uniti e Corea del Nord commettano ancora una volta errori di calcolo e precipitino in uno scontro aperto.

Molti storici fanno risalire lo scoppio della guerra di Corea a un discorso che Dean Acheson fece a Washington nel gennaio 1950 al National Press Club: il segretario di stato americano parlò del «perimetro della difesa» dell’America in Asia, lasciando intendere che la Corea ne era fuori. A Pyongyang, Kim Il Sung, leader della Corea del Nord, prese atto della chiara allusione al fatto che gli Usa non sarebbero intervenuti in difesa della Corea del Sud: cinque mesi dopo, le sue truppe si riversarono attraverso il Trentottesimo parallelo e invasero il sud. Kim, però, commise un errore di calcolo: gli Stati Uniti intervennero e combatterono. La guerra di Corea costò centinaia di migliaia di vite, portò a uno scontro diretto tra soldati americani e cinesi e, in teoria, non si è mai conclusa ufficialmente. Più che da un trattato formale, infatti, fino a oggi la pace nella Penisola coreana è stata mantenuta da un armistizio.

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Laddove Acheson trasmise disinteresse, il presidente Donald Trump sta segnalando fermezza, promette solennemente che gli Stati Uniti fermeranno il programma nucleare nordcoreano, lascia intendere con toni molto forti di essere pronto a dare il via a un’azione militare preventiva.

Ancora una volta, però, vi è il chiaro rischio che la Corea del Nord possa sferrare un attacco in maniera imprevedibile.

Il leader del Paese Kim Jong Un, nipote di Kim Il Sung, ha abbracciato il militarismo, l’isolazionismo e la paranoia del suo antenato: se egli giungerà alla conclusione che gli Stati Uniti stanno contemplando sul serio l’idea di attaccare il suo regime, sarà tentato dall’attaccare per primo. Il suo incentivo a colpire rapidamente non potrà che essere accresciuto dalle voci che girano nei media, secondo le quali i piani di guerra di Washington includerebbero un tentativo imminente di assassinare il leader nordcoreano.

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La dottrina militare di Pyongyang, come si evince dalle sue esercitazioni recenti, prevede l’uso di armi nucleari per prima per sottrarsi alla sconfitta o alla distruzione. Jeffrey Lewis, uno studioso esperto in materia, alcuni giorni fa ha scritto su “Foreign Policy”: «La strategia di Kim si basa sull’uso immediato di ordigni nucleari, prima che gli Stati Uniti possano assassinarlo o che le forze speciali individuino le sue unità missilistiche. Deve colpire per primo, se intende colpire».

Benché non abbia ancora messo a punto un missile nucleare in grado di raggiungere la costa occidentale degli Stati Uniti, la Corea del Nord potrebbe benissimo avere missili con capacità nucleari in grado di colpire la Corea del Sud o il Giappone. Seul, la capitale sudcoreana ubicata ad appena 56 chilometri dal confine con la Corea del Nord, sarebbe indubbiamente esposta a un devastante fuoco di fila dell’artiglieria convenzionale. Sia Giappone sia Corea del Sud temono in modo particolare l’arsenale chimico nordcoreano.

Le dichiarazioni stentoree di Trump, secondo le quali gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l’idea di attaccare la Corea del Nord, sono finalizzate a esercitare pressioni sulla Cina, affinché Pechino “rinunci” al suo stato cliente nella penisola coreana. Questa mossa potrebbe andare a buon fine. Il governo cinese, infatti, è palesemente preoccupato dagli eventi in corso in Corea del Nord e a sua volta potrebbe esercitare pressioni molto più forti su Pyongyang. È anche immaginabile che il regime di Kim sia più intimorito di quanto il suo atteggiamento borioso millanti all’estero, e possa ancora congelare il suo programma di armamento nucleare.

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Tuttavia, se è sicuramente possibile che la strategia bellicosa dell’amministrazione Trump porti frutti, è ancora più probabile che la Corea del Nord non si tirerà indietro, e di conseguenza la strategia del presidente americano farà fiasco. In quel caso, Donald Trump si troverebbe alle prese con un dilemma: la sua «potentissima armada» si allontanerà dalla penisola coreana lasciando la missione “incompiuta”? L’amministrazione potrà ricorrere a un inasprimento delle sanzioni economiche, magari insieme alla Cina, nell’ambito dei «pesanti provvedimenti» promessi?

Trump è capace di mutamenti spudorati, a parole e fatti. Pertanto, potrà decidere semplicemente di fare marcia indietro dalla Corea del Nord o considerare lo status quo il tragico cambiamento di cui va alla ricerca da qualche tempo.

In ogni caso, è anche possibile che Trump si sia convinto che colpire per primi la Corea del Nord sia un’alternativa in grado di portare risultati positivi. Una conclusione del genere andrebbe contro ogni logica militare standard, per la quale è impossibile “annientare” il programma nucleare nordcoreano con un’unica ondata di attacchi. In seguito a una decisione del genere, quindi, la Corea del Sud, le basi degli Stati Uniti nella regione e il Giappone sarebbero immediatamente esposti a rappresaglia.

L’esercito degli Stati Uniti è consapevole dei rischi legati a un eventuale primo colpo contro la Corea del Nord. A maggior ragione, è incoraggiante ricordare che il generale H.R. McMaster, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, ha scritto un libro nel quale rimprovera severamente i generali americani di non aver dato consigli validi ai politici durante la guerra del Vietnam.

In contrapposizione a questo, c’è il pericolo che Trump – dopo l’inizio caotico della sua presidenza – sia giunto alla conclusione che un’azione militare è di importanza fondamentale per l’immagine “vincente” che ha promesso ai suoi elettori. Il presidente, infatti, ha accolto con grande entusiasmo l’applauso bipartisan per aver bombardato la Siria. Pochi giorni dopo ha sganciato sull’Afghanistan la più grande bomba convenzionale che esista e suo figlio Donald junior ha manifestato la sua esultanza con un tweet, con tanto di emoji di una bomba.

Nella cerchia dei più stretti collaboratori del presidente ci sono effettivamente alcuni che credono che l’Amministrazione Trump sta prendendo in seria considerazione l’idea di “colpire per primi” la Corea del Nord. Qualora però Kim Jong Un stesse arrivando alla medesima conclusione, il leader nordcoreano potrebbe premere il grilletto nucleare per primo