Corriere della Sera, 16 aprile 2017
La grande fuga da Olimpia. Nessuno vuole più i Giochi
Dio è morto, Marx è morto e anche l’Olimpiade non si sente molto bene. Le due settimane di sport ed euforia che portarono nelle casse di Sydney 2000 ben 8 miliardi di dollari di indotto e 90 mila nuovi posti di lavoro, meno di vent’anni dopo si sono trasformate in una grande fuga dai Giochi.
C’erano una volta cinque aspiranti al ballo del 2024: Roma, sgambettata dai 5 Stelle; Amburgo, ritirata dopo un referendum popolare (ma se la Germania ci avesse creduto davvero, avrebbe puntato da subito sulla capitale); Budapest, tramontata sotto il peso di una petizione da 250 mila firme. Nella penombra del congresso straordinario del Cio, a Montecarlo – era il dicembre 2014, pare un’era geologica fa —, il presidente Thomas Bach si era dato grandi pacche sulle spalle da solo: «O cambiamo noi o verremo cambiati: nascono i Giochi low cost, sostenibili e spalmabili». Ammesse alleanze tra città, stadi temporanei, il Cio come partner anziché padre-padrone. Roma si era tuffata di testa nell’opportunità scoprendo, ahilei, che la piscina era vuota.
Oggi, a cinque mesi dall’appuntamento di Lima (confermata sede della 130esima sessione Cio: una donazione di 600 mila dollari, spiccioli per il budget di Bach, è bastata a consolare il Perù dei 101 morti e dei 900 mila sfollati per le inondazioni) e a 1.195 giorni da Tokyo 2020, a litigarsi l’Olimpiade 2024 sono rimaste appena in due: Parigi, che sogna di celebrare il centenario dei Giochi 1924, e Los Angeles, che vuole il tris dopo le edizioni ‘32 e ‘84. Non esattamente l’abbondanza che Bach, già alle prese con le ondate di doping postumo che stanno riscrivendo i medaglieri olimpici, si augurava.
Il piano nella testa del numero uno dello sport mondiale è chiaro: apparecchiare a Lima una doppia assegnazione (Parigi 2024 e Los Angeles 2028) per blindare le due orfanelle e spostare il problema dei cinque cerchi di Olimpia un po’ più in là, al 2025, quando con i canonici sette anni d’anticipo andranno assegnati i Giochi 2032 e Bach, nel frattempo 71enne, non sarà più presidente. Ma il diabolico progetto – peraltro sconsigliato dall’infausto precedente della doppia assegnazione del Mondiale di calcio (Russia 2018 e Qatar 2022) costato la poltrona all’ex reuccio della Fifa, Sepp Blatter —, rischia di scoppiare in faccia al Cio, oggetto di pesanti critiche. «Il processo di candidatura è diventato tossico – ha detto Michael Payne, ex direttore marketing del Comitato olimpico internazionale —. Bach è al centro della tempesta perfetta: dovrà cambiare di nuovo le regole». Uno smacco, per chi credeva di aver fatto la rivoluzione perfetta.
Annusato pacco, doppiopacco e contropaccotto, i sindaci di Parigi e Los Angeles si sono ribellati con forza: «Se non avremo l’Olimpiade 2024, di certo non ci ricandideremo per il 2028» hanno mandato a dire in coro Anne Hidalgo e Eric Garcetti a Bach. Che nei giorni della lite furibonda con la National Hockey League (Nhl), colpevole di aver negato i professionisti di disco e stecca ai Giochi invernali di Pyeongchang 2018 – altra grana non da poco —, si è affrettato ad avviare un’affannosa (e avventurosa) mediazione. Subito frustrata da Juan Antonio Samaranch, figlio d’arte e vicepresidente Cio: «Io penso che per la doppia assegnazione si debba votare». Come a dire: il presidente da solo non decide nemmeno la carta da parati di Losanna. Ma una nuvola nera di incipienti grattacapi si sta addensando sulla scrivania di route de Vidy 9. Da qui a Lima, Bach rischia di perdere un fondamentale sodale: John Coates, presidente del Comitato olimpico australiano dal 1990 e potente vicepresidente Cio. A sfidarlo alle elezioni di maggio sarà Danielle Roche, ex oro olimpico nell’hockey prato, una tipa tosta che ha promesso di lavorare gratis, altro che i 700 mila dollari all’anno di Coates che, se perderà, decadrà anche dallo status di membro Cio (Bach sta studiando una forzatura per nominarlo vicepresidente onorario, ma non è detto che passi). L’inchiesta sulle malefatte di Lamine Diack, ex capo della Iaaf, inoltre, oltre a Frank Fredericks dovrebbe inguaiare pesantemente altri due membri Cio.
E poi. Se alle presidenziali in Francia (23 aprile) vincesse il Fronte Nazionale di Marine Le Pen? E se Donald Trump, impegnato a fare la guerra, non avesse più voglia di fare i Giochi? In una situazione socio-politica così fluida, il tempo scarseggia. E l’Olimpiade sembra sempre più una mano di tressette. A ciapanò.