Corriere della Sera, 16 aprile 2017
La poltrona di Fracchia e l’idea di futuro
La storia del fantozzismo nella Storia d’Italia contempla anche una poltrona. Giovedì scorso è morto l’architetto Piero Gatti, ideatore nel 1968, insieme a Cesare Paolini e Franco Teodoro, della poltrona «Sacco». Vincitrice del Compasso d’Oro nel 1970, la poltrona – un sacco pieno di palline di polistirolo, disponibile in vari colori – fu esposta al Moma di New York nel 1972 per aver introdotto un nuovo modo di concepire l’oggetto d’arredo, in aperta rottura con la tradizione italiana che nel salotto vedeva la stanza buona delle grandi occasioni. La poltrona «Sacco», invece, si poteva stropicciare e all’occorrenza trasformare in comodissima seduta.
Comodissima? La poltrona è diventata celebre per una gag di Paolo Villaggio nelle vesti di Giandomenico Fracchia. Convocato dal signor direttore (Gianni Agus), Fracchia cerca di accomodarsi sulla poltrona fra contorsioni e acrobazie. È il modesto impiegato incapace di adattarsi alle usanze della borghesia arrembante, rappresentate alla perfezione dal sacco «futurista»? Può darsi.
L’inadeguatezza di Fracchia/Fantozzi è la nostra stessa inadeguatezza di fronte a ostacoli estetici, di gusto, di cambiamento di stato sociale. Qualcosa tra la ribellione (combattere le convenzioni) e l’autoflagellazione (ogni occasione per renderci ridicoli non ci lascia indifferenti).
Accasciarsi su una poltrona «Sacco», perché, come disse Alessandro Bergonzoni, «del divan non v’è certezza!»