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 2017  aprile 15 Sabato calendario

31 anni di trionfi. Dalla Cavalcata delle Valchirie all’ultima Supercoppa 29 trofei vinti e una convinzione: «Solo il Milan è sacro»

Il senso di Silvio per il Milan sta nella celebre foto che lo ritrae in posa davanti ai trofei vinti in 31 irripetibili anni, orgoglioso come Cornelia quando mostrava i suoi gioielli. Non ci sono tutti, in quella foto, farceli entrare sarebbe stato impossibile: conti alla mano, fanno 2 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa del Mondo per club, 5 Champions League, 5 Supercoppe europee, 8 scudetti, 1 Coppa Italia e 7 Supercoppe italiane. Ventinove trofei in 31 anni sono un bel viaggiare. E l’ultimo, sollevato lo scorso 23 dicembre a Doha, il più malinconico: perché quella Supercoppa avrebbe dovuto/potuto essere il primo trionfo della gestione cinese e invece, per colpa (o merito) di un closing ondivago, è diventata la passerella finale del Milan italiano, anzi milanese. Meglio: di Berlusconi. Chi l’avrebbe mai detto, quando il 18 luglio 1986 la squadra, accompagnata dalla Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner, atterrò tra i cori dei tifosi sul prato dell’Arena Civica di Milano? Faceva tanto «Apocalypse Now», ma fu subito chiaro che quel Milan avrebbe ribaltato i luoghi comuni del calcio italiano. La squadra degli elicotteristi in verità non fece grandissime cose, conquistò un posto in Coppa Uefa solo attraverso un epico spareggio con la Sampdoria in un caldo pomeriggio di maggio, gol di Massaro nei supplementari, ma stava già nascendo il Milan degli Invincibili, perché l’anno successivo arrivò lo scudetto, e quello dopo ancora la Coppa dei Campioni. Un paio d’anni per trasformare con l’aiuto di Adriano Galliani il Milan da una squadra che nel 1983 stava in serie B in una gioiosa macchina da guerra, con le treccine di Ruud Gullit e le svenevolezze di Marco Van Basten a fare la differenza. Silvio Berlusconi, ex allenatore dell’Edilnord, ha sempre avuto la passione per il bel giuoco, e innamoramenti per calciatori: alle volte sbagliando (vedi Borghi), spesso prendendoci, da Van Basten a Savicevic a Shevchenko. Dava consigli che non si potevano rifiutare agli allenatori che si sono avvicendati sulla panchina rossonera, da Sacchi a Montella, ma avendo buttato nel suo giocattolo qualcosa come un miliardo di euro qualche diritto ce l’aveva pure. Ha costruito i suoi successi politici anche sulle vittorie del Milan, ma ai tifosi la cosa interessava poco, l’importante era sostenere «la squadra più titolata del mondo». E in fondo l’ha sempre pensato anche lui: «Tutte le cose di cui mi occupo sono profane, ma il Milan è sacro». Ne era convinto il 20 febbraio 1986, quando rilevò il club rossonero sull’orlo del fallimento, l’avrà ricordato ieri, avallando la cessione. Sacro, vincente, ora cinese.