Corriere della Sera, 15 aprile 2017
Il giurì d’onore, una soluzione utile che non piace a nessuno
La stagione del buonismo è finita, annuncia Renzi. Comincia quella delle querele. E intanto ne prepara una contro Marco Travaglio. Ma il direttore de Il Fatto non si lascia sorprendere. «Contro Renzi ne ho una pronta anch’io», risponde. E se questo è l’inizio, c’è da scommettere: con i tempi che corrono, a campagna elettorale di fatto già aperta, ne vedremo delle belle. Per cui, prima che tutti querelino tutti, e prima che gli uffici giudiziari, già intasati, scoppino per effetto di una litigiosità politica crescente, sarà bene correre ai ripari. Come? Il codice penale ha già la soluzione, solo che finora si è preferito ignorarla: vuoi per cultura statalista, vuoi per abitudine processuale, vuoi, anche, per fumismo opportunistico, visto che molti (in particolare i politici) querelano solo per dare a vedere o per intimidire chi ha offeso (di solito i giornalisti). La chiave di tutto, l’istituto risolutore, è il giurì d’onore, previsto all’articolo 257 del codice penale e disciplinato in quello di procedura. Un fossile vivente, dicono gli scettici. Per attivarlo basta essere d’accordo tra le parti: in questo senso lo Stato c’entra poco. Ma a nominarne i componenti del collegio giudicante (l’importante è che siano competenti) può essere il presidente del Tribunale. Moltissimi i vantaggi, come si è detto in un recente convegno promosso a Napoli dalla Fondazione Castelcapuano, dal nome dall’antico Palazzo di giustizia ora in attesa di diversa destinazione. Il giurì d’onore costituisce una via alternativa a quella ordinaria delle carte bollate. È tenuto a decidere in tre mesi, o al massimo in sei se la vexata questio è particolarmente complessa. È inappellabile, e dunque quel che è fatto è fatto. E consente di sapere di più sulle condotte degli sfidanti: di chi ha offeso e perché, e di chi si è sentito colpito nell’onore prima ancora che nel portafoglio (nulla vieta, però, di pensare anche a questo). Ragion per cui il giurì è uno strumento che può soddisfare non solo gli interessati, ma anche l’opinione pubblica. La logica è, manco a dirlo, la stessa del duello. Solo che quando si arrivava alle sciabole o alle pistole, a decidere erano la forza o la destrezza. Nel giurì prevarrebbero, invece, le ragioni di merito. E qui l’interrogativo è d’obbligo: ma davvero il merito interessa ancora?